Aiuto, ci mancava questa: Landini si fa il narci-libro

Il segretario della Cgil esce in libreria con "Un'altra storia"

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landini libro

La fenomenologia del Libro Inutile prevede una pubblicazione auto-agiografica, da annuario dei santi laici, con inesorabile intasamento delle librerie; i più vanitosi e dunque vani non sono, come si potrebbe sospettare, popstar, divetti, sportivi, influencer, bensì politici, sindacalisti, giornalisti, influencer, che poi si sublimano in un’unica, mostruosa categoria. Ma in verità il Libro Inutile non è veramente inutile, tutt’altro: lo è, quasi sempre, per i contenuti, trattando delle inutili vite dei suddetti, senonché mantiene una sua indiscussa valenza in chiave pubblicitaria che poi significa di mercato politico: tutti questi giornalisti, sindacalisti, politici grafomani lo fanno per annunciare la candidatura, è uno status symbol, un segno di potere. Se già in politica, esagerano per ricandidarsi, per non uscire dal tunnel del divertimento (Renzi ad esempio ha una produzione fluviale, da far impallidire Simenon, purtroppo). La scansione esistenzial-temporale è immutabile: uno combina qualche casino, una roba discutibile o imbarazzante, finisce nel vortice della polemica (capirai…), si celebra nell’autoLibro Inutile, indi annuncia: mi candido.

Particolarmente insistenti i virologi più deleteri che inutili, ma anche le tikketoker in odor di camorra, le archeologhe esperte, eccetera: aspettiamo, per dire, con ansia l’egoLibro Inutile di Lacerenza, quello della Gintoneria, mentre Wanna Marchi ha già provveduto a suo tempo. Unica eccezione, parziale, la Ilaler Salis che prima si è candidata, poi è stata eletta, poi ha fatto l’Inutile Libro Commerciale ma lì era un rush, c’era da cavarla da galera e alla svelta. Ma subito recuperiamo con un altro profondo rosso, un rosso antico, quasi paleolitico, il compagno Landini fresco di concertone cigiellino. Perché a questo servono i concertoni “per i diritti”: ad inneggiare ad Hamas e al diritto proprio, quello di promuoversi in funzione di uno sbarco nel Paese dei Balocchi. Elodie ci va a pugno chiuso e il giorno dopo le esce il disco, Landini ci sta a due pugni chiusi, perché lui è “comunista cosììì”, a partire dalla maglia della salute sotto la camicia, e il giorno dopo gli esce l’auto-auto-autobiografia. Oh bella: mò pure i sindacalisti storici si scrivono addosso? E che fanno? Un libro bianco? Di pagine candide? Cattiverie a parte, è lui stesso a smentire la retorica del duro lavoro in fabbrica laddove, nel Libro allo specchio, ci racconta con accenti lirici da far piangere, una roba da deamicis socialista, che la famiglia partigiana, il babbo col nome di battaglia “Pataia” (puro vernacolo emiliano) lo aveva negato allo studio a 16 anni per calarlo in un duro scenario dickensiano, da rivoluzione industriale: il nostro David Copperfield in erbamedica non se ne faceva una ragione, lui aspirava alla conoscenza, al sapere che ovviamente produce libertà, la quale in ogni modo arriva presto, se è vero che a 23 anni gli arriva l’invito “ad occuparsi a tempo pieno di sindacato”: finite le presse, i forni, le catene di montaggio, sulla cui retorica però il nostro Samuel Gompers, knight of labour, avrebbe campato per i successivi 40, cioè a vita.

In soldoni, Landini predica ciò che non conosce, perché non lo ha mai praticato, un po’ come Bergoglio col cristianesimo: e che, vuoi negargli pure a lui la competenza, il sapere che lo rende libero di farci un libro dalle pretese kantiane, “L’illuminismo è l’uscita dell’uomo da una condizione di minorità di cui è egli stesso responsabile. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti del tuo stesso intelletto!”. Già, e il sindacalismo è l’uscita del Landini da una condizione di fatica di cui è egli stesso irresponsabile. Scioperare aude! Abbi il coraggio di servirti del tuo stesso potere, tanto pagano i lavoratori veri, iscritti o meno alla CGIL. Il ponderoso auto-saggio si distende come un fiume carsico di memorie autoreferenziali a metà tra la mistica operaista e l’aneddotica populista: se Lucio Corsi voleva essere un duro, il compagno Pataia jr voleva essere un duro calciatore, uno alla Oriali, seppur cresciuto nel mito di Rivera. Vedi un po’ cosa ci siamo persi, e, d’altra parte, cosa ci abbiamo guadagnato. Landini e Nannini, la Gianna, che si denuda in un camerino operaista prima del concerto; Landini e “il Lando”, come lo chiamano gli amici & compagni (sarà stata mica un’allusione al pornazzo anni ’70?); Landini e la resistenza, assorbita per via genetica; Landini e la naja: che palle però. Ma, attenzione, il libro ha un suo perché temporale anche in questo senso, che arriva a ridosso dai referendum sindacali, 4 dei quali su 5 sono pura fuffa, è il Pd che rinnega il Pd, semplice viatico per l’unica questione che al Landini in rampa di lancio, al Pd-CGIL, preme davvero: il dimezzamento della tempistica, da 10 a 5 anni, per ottenere la cittadinanza italiana. Su compagni, su migranti, accorrete in fitta schiera, che poi dovrete votarci.

Siccome il mondo è una cosa ingiusta, piena di sperequazioni, di ingiustizie, di squilibri, accade che per il narciLibro del nostro sindacalista in carriera si muova ad una sola voce il coro mediatico mainstream, tutti a strombettare l’uscita come per un Saviano qualsiasi. E con quali flauti! “In oltre 200 pagine di aneddoti privati del sindacalista, che dietro al suo piglio radicale nasconde un cuore ben più tenero…”. Sì, un cuore di panna. E giù con la scorta che lo protegge, non si capisce da cosa, forse da se stesso, con l’autobiografia “rivolta in particolar modo ai giovani”, smò la mettiamo di diritto nelle scuole, “per spronarli a battersi per i propri ideali”, cioè insegnar loro a farsi la carriera. Ma “Landini a 63 anni e dopo oltre 40 di sindacato aveva pure un’esigenza fisiologica”: e se a questo punto insinuate che il libro faccia cagare, sia chiaro che non siamo noi a dirlo ma l’informazione pubblicitaria a testate unificate. C’è una dedica, debitamente riportata negli acta diurna: “A Laura, compagna di una vita (e chissà che pazienza), capace di starmi vicino in ogni momento senza voler mai apparire in pubblico”. Uno potrebbe pure vederci un approccio intollerabilmente da maschio bianco patriarcale tossico, ma qui si parla del compagno Pataia jr, l’eventualità è da scartare, se mai citofonate, che ne so, Salvini, tanto sempre in -ini finisce.

Il libro di testo per i compagni studenti sindacalisti ha, manco a dirlo, un titolo prolisso, da partigiano verboso, “Una mattina mi son svegliato… e i miei genitori dissero ‘devi lasciare la scuola’”. Nessun editore accettere, ma è il capo delle trade unions all’italiana, noblesse oblige. Dicevamo che si va molto sul calcistico amatoriale, sulla “balèta”, con esagerazioni patetiche: “Il mister mi diceva di marcare la mezzala avversaria, dev’essere stato lì che ho imparato a marcare stretto la controparte, da sindacalista”. Mediano de rotura, ma de cojoni, avrebbe chiosato il paròn Rocco. Che poi, marcare stretto, dipende: appena ieri il nostro Oriali mancato francobollava il banchiere europeo disgraziatamente premier, quello che toglieva il lavoro ai proletari se non si vaccinavano, ma in quella marcatura a braccetto non c’era niente di ringhioso, se mai di complice, tanto più che lo stesso leader maximo della CGIL era scatenato nel voler sovieticamente imporre l’intero armamentario repressivo ad ogni iscritto, e chi obiettava era fuori. Solo che di tutto questo nel memoriale languoroso non si scorge traccia così come dell’attitudine a nuocere ai lavoratori in ogni modo possibile pur di non dar soddisfazione all’esecrata Meloni.

Landini è un Tafazzi che pesta bottigliate sui maroni, ma i maroni sono quelli dei lavoratori: si pensi solo agli scioperi creativi dei trasporti, ai treni che non passa giorno non vengano paralizzati dal nostro mediano che, anche lui, inevitabilmente, scopre Papa Francesco, il Cristo casinista da centro sociale, mai esistito, e, attenzione, la Comunità di Sant’Egidio, che poi è la lobby che dovrebbe sospingerlo nella sua scalata al cielo: perché, come noto, se la classe operaia in paradiso non ci va mai, prima o poi chi pretende di rappresentarla ci finisce sempre: “Tutti i sindacalisti a fine mandato sono stati eletti col Pd”, specifica una testata di servizio col dovuto entusiasmo; e qui, scatta il lapsus di Landini il quale si sfila: “Non ho nulla da chiedere (per forza, era già tutto previsto), io non ho bisogno di entrare in politica”. Compagni, è fatta: se un sindacalista dice una cosa, è segno che ha in mente il contrario. Si abolisce l’emendamento Salis, torna la regola aurea, egoLibro, candidatura, elezione. Le promesse dei sindacalisti fanno impallidire quelle dei marinai, i quali almeno non scioperano, non scrivono libri, non si candidano.

Max Del Papa, 11 maggio 2025

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