
Sullo scontro Quirinale-Bignami, passate le 24 ore canoniche per far decantare gli animi, occorre segnalare un paio di cosette. Forse anche tre. E sottolineare che se c’è qualcuno che stavolta ha provocato il patatrac quella non è Fratelli d’Italia, Meloni o il suo capogruppo. Bensì il Colle stesso con una irrituale, assurda e illogica nota che sa molto di difesa corporativa.
Andiamo con ordine. Per prima cosa, quella di Maurizio Belpietro non era una “bufala”, come paventato dal comunicato del Quirinale e dalle opposizioni, bensì un virgolettato preciso, mai smentito dal diretto interessato Francesco Saverio Garofani che oggi (con colpevole ritardo) non ha potuto far altro che confermarlo (pare infatti ci sia in giro una registrazione…). Forse i vari esponenti della sinistra unita che si sono scagliati contro il direttore della Verità, alla faccia della libertà di stampa, oggi dovrebbero come minimo chiedergli scusa.
Secondo. Analizziamo il comunicato del Colle punto per punto. “Al Quirinale si registra stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica costruito sconfinando nel ridicolo”. E qui casca l’asino. Perché Bignami, scopriamo oggi dopo la confessione, ha dato credito non ad un “ridicolo” attacco alla Presidenza della Repubblica, bensì ad un’esternazione vera, confermata dallo stesso Garofani il quale, nonostante il suo delicatissimo ruolo di consigliere di Mattarella, si dilettava con gli amici a immaginare “provvidenziali scossoni” contro il governo. FdI chiedeva che il diretto interessato smentisse, invece alla fine è intervenuto il Colle con una nota che ha messo in mezzo tutta l’istituzione. Perché?
Il Presidente della Repubblica è rimasto comprensibilmente in disparte. Un po’ come Meloni. Nessuna uscita pubblica, se non un messaggio recapitato al consigliere Garofani di stare tranquillo. Ma forse una riflessione sul suo staff, Sergio dovrebbe farla: sia sui consiglieri che “parlano a vanvera”, come ha lamentato Meloni col Corsera; sia su chi ha pensato e diramato quella nota capace di trascinare il Quirinale nella contesa politica e di trasformare in deflagrazione pubblica uno scontro che poteva restare tranquillamente nel sottoscala dei retroscena.
Infine, è irrituale, se non fuori dai canoni del rispetto della famosa “libertà di stampa che fa le pulci al potere”, che il Colle definisca “ridicola” la ricostruzione di un giornale. Intanto perché c’è il rischio di essere smentiti dalla realtà, come puntualmente accaduto. E poi perché non si può predicare rispetto per il ruolo dei cronisti e poi reagire come una vecchia zitella irritata la prima volta che un quotidiano si permette di criticare non tanto Re Sergio, quanto uno dei suoi collaboratori. Se ci pensate bene, sarebbe bastato che lo staff di Mattarella ieri facesse qualcosa di molto meno clamoroso. Tipo emettere una nota stringata: “Il Quirinale smentisce la ricostruzione pubblicata sulla Verità”. Punto. Delle due l’una: o si sono fatti prendere dalla foga; oppure la lite nasconde dell’altro. Di certo dalle parti del Colle devono essere un tantino nervosi. E si sono fatti scappare la frizione.
Giuseppe De Lorenzo, 19 novembre 2025
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