Eccola qui, la libertà di parola secondo certa sinistra: a targhe alterne. Con il megafono per gli amici, con il silenziatore per gli altri. A Bologna succede anche questo. L’assessore alla Scuola e all’Educazione alla pace Daniele Ara ci spiega che i militari, quando parlano ai giovani, vanno “filtrati”. Perché? Per evitare “derive culturali”. Già il lessico dice tutto.
Il contesto è noto. Gli incontri di Francesca Albanese nelle scuole hanno lasciato una lunga scia di polemiche. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, con una posizione che definire ragionevole è poco, ha chiesto semplicemente verifiche e pluralismo. Nessuna censura, nessun bavaglio. Lo ha detto chiaramente: “Noi non contestiamo il diritto delle scuole di trattare certi argomenti anche affrontando posizioni che non sono in linea con l’orientamento di questo governo. Ma quello che noi chiediamo è che innanzitutto i relatori siano sempre equilibrati e rispettosi della legge. E poi anche che si dia spazio a più opinioni, che vi sia dunque pluralismo”. Tradotto: evitare una scuola “a senso unico, dell’indottrinamento, per cui esiste una sola verità”.
Apriti cielo. Per la sinistra è censura. Per Bologna, addirittura, è un attacco alla libertà di discussione. Peccato che poi, quando a parlare non è un’attivista ideologicamente allineata ma un rappresentante delle forze armate, la musica cambi completamente. Durante un evento pubblico, l’assessore Ara si lancia in una difesa d’ufficio del pensiero unico travestita da pluralismo: “Contrasteremo chi imporrà il pensiero unico anche nelle nostre scuole. Vediamo troppa paura da parte dei dirigenti scolastici a favorire una discussione pubblica e ad ospitare chi si ribella al proprio governo genocidiario e quindi compie un atto di ribellione, ma fondamentale dal punto di vista etico e politico”. Qui il giudizio politico non solo è ammesso: è addirittura incoraggiato.
Poi arriva il capolavoro retorico. “La scuola non deve essere faziosa, però deve fare anche dibattiti scomodi” dice Ara. Benissimo. Peccato che il concetto di “dibattito” sembri valere solo in una direzione. Perché lo stesso assessore denuncia che spesso arrivano “lettere dalle forze armate che vogliono fare attività nelle scuole: un’altra cosa rispetto ai carabinieri che vanno a parlare di legalità”.
E qui cade la maschera. I carabinieri vanno bene, purché parlino di ciò che la sinistra considera neutro. I militari, invece, sono un problema. Perché, spiega Ara, “succede che organismi militari, assolutamente legittimi, nel senso che siamo in un Paese democratico dove anche gli organismi militari hanno la loro funzione, mai come oggi vogliono dialogare direttamente con le giovani generazioni. Noi invece pensiamo che gli organismi militari vadano filtrati, quando si parla con le giovani generazioni”.
Filtrati. Come un contenuto pericoloso. Altro che pluralismo. Altro che libertà di discutere “di tutti i temi della contemporaneità, anche i più scomodi”. Qui il problema non è il pensiero unico: è chi non lo sposa. E allora il doppiopesismo è servito. Francesca Albanese può parlare ovunque, senza contraddittorio, con toni militanti e giudizi tranchant. I militari italiani, che operano nel quadro della Costituzione e delle missioni decise dal Parlamento, sono invece portatori di “derive culturali”. Pericolosi. Da filtrare.
Questa non è educazione alla pace. È educazione all’ideologia. È la solita libertà a senso unico, quella che piace tanto a una sinistra che si riempie la bocca di pluralismo e poi, appena qualcuno esce dal seminato, chiede il filtro. Ovviamente democratico. Ovviamente per il bene dei giovani. Ovviamente deciso da loro.
Franco Lodige, 30 dicembre 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


