Alla faccia del vertice fallimentare

Dopo l'incontro Putin-Trump in Alaska, qualcosa si sta muovendo: il vertice di ieri e l'annunciato "bilaterale" Russia-Ucraina ne è la conferma

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Non vogliamo fare quelli che “noi ve lo avevamo detto”. Però, in effetti, ve lo avevamo detto di non fidarvi troppo dei disfattisti della prima ora, di quelli che – dopo lo storico vertice in Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin – erano subito corsi ad urlare al “fallimento” dell’incontro. Vi avevamo invitato a non cadere nel doppio errore di mostrare eccessivo entusiasmo (in fondo ad oggi si spara ancora e i bombardieri russi puntano su Kiev) o di essere troppo negativi, perché dopo tre anni di guerra, ipotesi di “regime change”, minacce nucleari, morti, distruzione e raid, per la prima volta due potenze mondiali tornano a parlarsi. E giusto o sbagliato che sia srotolare il tappeto rosso sotto i piedi di Putin, finalmente si è aperto un (debole) spiraglio per un possibile accordo di pace. Magari ingiusta, fatta di concessioni territoriali e altre magagne. Ma pace.

Il punto è che mentre il Corsera se la prendeva con la “frettolosa e approssimativa organizzazione del summit di Anchorage”, il “palazzinaro del Bronx” Witkoff riusciva lì dove Massimo Gaggi e soci non sarebbero arrivati neppure nei migliori sogni notturni. Ovvero a smuovere una mezza montagna: Putin e Trump si sono parlati, anche in privato nell’auto presidenziale; Ue, Usa e Ucraina ieri hanno tenuto un serrato confronto su come garantire la sicurezza di Kiev; ed entro due settimane, se tutto va bene, lo Zar e Zelensky si incontreranno in un bilaterale (fino all’altro ieri ritenuto impossibile) per poi provare a chiudere l’accordo nel trilaterale con The Donald.

È l’opzione migliore per l’Ucraina? No. La migliore sarebbe stata non subire l’invasione russa, oppure riconquistare mano militare tutti i territori conquistati da Mosca. Poteva andare anche peggio? Sì, almeno per quelli che erano convinti (smentiti anche stavolta) che quel prepotente di Trump avrebbe siglato patti per conto di Kiev senza coinvolgere Zelensky. Sarebbe opportuno ottenere un “cessate il fuoco”, come chiesto da Friedrich Merz al tavolo ieri sera? Certamente, ma purtroppo gli accordi si fanno in due (o in tre) e non sempre ciò che è giusto è anche tecnicamente possibile. “Un quadro complesso che, al di là della volontà di organizzare nuovi incontri, non lascia prevedere soluzioni positive nelle prossime settimane”, scriveva sbagliando il Corsera. Eppure gli spiragli, come dice Meloni, ci sono eccome. Siamo ad una “nuova fase dopo tre anni”: la Russia ha aperto per la prima volta alla possibilità di garanzie di sicurezza per Kiev, garanzie che anche Trump sembra disposto a fornire per tramite dell’Ue; lo Zar ha avuto 40 minuti di telefonata con gli Usa subito dopo il vertice Ue-Stati Uniti, immaginiamo non per parlare del concerto di Elodie; ed entro due settimane sapremo, dopo il bilaterale, se si può davvero raggiungere la pace.

Non è detto si arrivi ad una soluzione, sia chiaro. Noi, a differenza dei disfattisti, non ci facciamo prendere da facili entusiasmi. Però l’incontro di ieri alla Casa Bianca, con i leader europei in coda per parlare con presidente Usa, ha confermato che il vertice in Alaska non è stato affatto un fallimento. Magari ha deluso chi si aspettava l’annuncio per magia di una tregua, eppure è stato un primo passo pragmaticamente utile per preparare le successive fasi di un dialogo lungo e difficoltoso. Ieri il secondo step. Per quanto Macron insista a smentirlo, infatti, con Zelensky il Tycoon avrà sondato la disponibilità a cedere territori mentre con l’Europa avrà tastato con mano la volontà di investire risorse e uomini per garantire la sicurezza di Kiev. Poi, come tutte le trattative, bisognerà trovare un punto di incontro con il Cremlino. Ci riuscirà? Impossibile dirlo. Ma almeno Trump ci sta provando, no?

Giuseppe De Lorenzo, 19 agosto 2025

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