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Allarme da Israele: i vaccini stanno funzionando?

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di Paolo Becchi, Nicola Trevisan, Giovanni Zibordi

In Israele il governo ha deciso di rinviare a data da destinarsi (era previsto dal 1°agosto), l’ingresso del turismo estero nel paese; mantenendo quindi le restrizioni e non facendo alcuna distinzione tra vaccinati con eventuali “green pass” e non. In effetti a cosa serve il pass se il contagio è presente anche tra i vaccinati?

In Inghilterra sappiamo che è in corso un’esplosione di contagi che stanno superando i 40 mila al giorno; è pur vero che i morti si sono ridotti rispetto alla primavera, ma esiste anche l’effetto stagionalità e gli ospedalizzati in Inghilterra stanno comunque aumentano nel periodo giugno-luglio2021 e rispetto a un anno fa.

Torniamo a Israele, questo è il paese che ha vaccinato per primo in massa (ha iniziato il 20 dicembre 2020) e negli ultimi giorni mostra che il tasso di persone vaccinate infette da Sars-Cov-2 sta superando il tasso di persone non vaccinate (per quasi tutte le classi d’età).

Che cosa sta succedendo? Vediamo alcuni dati recenti.

Tabella 1

I dati rivelano alcune tendenze che coinvolgono l’intera popolazione. Il numero giornaliero di casi di SARS-CoV-2 è in aumento e ha registrato in questi ultimi giorni nuovi significativi incrementi.

I vaccini Moderna e Pfizer (utilizzati in Israele), sono stati autorizzati perché riducevano il contagio di oltre il 95%, non perché avevano mostrato di impedire i decessi. Questo perché nel campione usato per dimostrarne l’efficacia, non si erano inserite persone molto fragili e anziane e quindi anche il gruppo placebo (non vaccinato) usato, non aveva avuto morti. In parole povere, Moderna e Pfizer non hanno dimostrato che nel gruppo senza vaccinazione c’erano stati morti Covid e nel gruppo vaccinato invece no, ma solo che i sintomi prodotti dalla malattia erano stati ridotti di molto.

Ora, dai dati reperibile attraverso il dashboard del governo israeliano, si evidenzia che la maggior parte di coloro che sono vaccinati, secondo i numeri, presenta lo stesso rischio di risultare positivo per l’infezione da SARS-CoV-2 da variante Delta degli gli individui non vaccinati. Ciò significa che il vaccino “sembra” avere un effetto piuttosto modesto.

Per tale motivo, Pfizer si è mossa subito per introdurre una terza dose di richiamo, quando inizialmente prevedevano due dosi, di cui una che serviva essenzialmente come dose di richiamo.

Già dopo queste considerazioni possiamo chiederci:

  • È saggio introdurre la 3a dose di richiamo così presto dopo un ciclo vaccinale?
  • È saggio prendere in considerazione i booster per un vaccino che è ancora considerato sperimentale?
  • Tale necessità si verificherà ogni volta che emergeranno nuove varianti?
  • Demandare completamente alle aziende farmaceutiche tali decisioni, non si rischia che vengano esclusivamente spinte da mere considerazioni economiche?
  • Chi tra il mondo della scienza sta monitorando questa iniziativa di una terza dose  in modo obiettivo e  con un occhio alla salute della popolazione?