Altro che emergenza: il lockdown è diventato la regola

Tra crisi geopolitiche e limiti strutturali, l’Italia rischia di trasformare l’emergenza in normalità, rinviando ancora una vera politica della capacità

6.3k 3
crisi energetica

Nel 2020 l’abbiamo chiamata “misura di emergenza”. Nel 2026 si parla di contenimento dei consumi energetici, ma il pattern rimane lo stesso: a fronte di una crisi strutturale, si comprime la domanda invece di costruire l’offerta.

La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz ha colpito uno dei principali choke point energetici del mondo, attraverso cui transita una quota decisiva dei flussi globali di petrolio e di gas naturale liquefatto. La frattura risultante nella geometria della circolazione energetica è un fatto ben noto e ampiamente discusso.

In parallelo, i danni alle infrastrutture in Qatar hanno ridotto la capacità di esportazione di gas naturale liquefatto. QatarEnergy valuta la forza maggiore su alcuni contratti e le interruzioni potrebbero protrarsi nel tempo (si parla di un ripristino nell’ordine dei 3–5 anni).

La sicurezza delle supply chain energetiche diventa così una variabile multilivello sulla quale politica e impresa devono imparare a muoversi con reale capacità previsionale. Per l’Italia, Paese strutturalmente dipendente dalle importazioni energetiche, la situazione è pertanto seria.

Il governo, nella persona di Giorgia Meloni, è opportunamente volato ad Algeri, tornando con la promessa di acquisire volumi aggiuntivi attraverso il Transmed. E se alcuni commenti entusiastici hanno parlato addirittura della possibilità di trasformare la nostra penisola in una sorta di hub energetico — e, almeno in teoria, le condizioni ci sarebbero — tuttavia il posizionamento reale è più incerto.

L’Algeria opera vicino ai limiti della propria capacità e negozia simultaneamente con più attori europei, in particolare la Spagna, a cui è collegata tramite Medgaz, guadagnando una postura semi-monopolistica che la colloca favorevolmente in un sistema di erogazione a spot. Com’è evidente, lungi dall’essere autonomi o player primari, siamo invece in corsa per riallocare una dipendenza strutturale.

Nel frattempo, la Commissione europea invita gli Stati a prepararsi a misure di contenimento della domanda, mentre si valutano anche scenari di razionamento. Fabio Panetta avverte che anche una fine rapida del conflitto non produrrebbe stabilità immediata. Valdis Dombrovskis parla apertamente di rischio stagflazionistico. In Italia, intanto, si estende l’operatività delle centrali a carbone fino al 2038.

Ma il problema non è l’emergenza in quanto tale, che controvoglia può capitare di dover affrontare. Il terreno si fa scivoloso quando l’emergenza diventa la forma ordinaria del contesto in cui prendere decisioni.

L’Italia conosce da anni i propri colli di bottiglia, dalle limitazioni al trasporto di gas al trasferimento energetico lungo la direttrice Sud–Nord. Il dibattito sul nucleare è sì riaperto, soprattutto sugli SMR, ma resta ancora nella fase esplorativa: più orientamento che anticipazione direttiva di una politica industriale imminente.

Il lockdown — sanitario ieri, energetico oggi — è allora una scorciatoia che funziona come un analgesico: riduce il sintomo, non risolve la causa. Nel 2020 ha consentito di gestire l’urgenza rinviando scelte sulla sanità territoriale. Oggi rischia di produrre lo stesso effetto sul sistema energetico.

Chi lavora sulla strategia riconosce questo passaggio: quando la gestione dell’emergenza diventa il modello operativo, l’organizzazione ha già perso capacità di anticipazione. Le strutture resilienti fanno il contrario: costruiscono ridondanza, diversificano, investono in capacità prima che diventi necessaria.

Leggi anche: 

Non servono solo misure di contenimento, ma una politica della capacità: gasdotti, interconnessioni elettriche, reti aggiornate. Ma soprattutto serve una variabile più rara: il tempo decisionale allineato — o addirittura proiettato in avanti — rispetto al tempo del problema.

E se si pensa che tutto ciò sia costoso, vuol dire che non si ha piena contezza della portata della questione. Anche il non fare ha un costo, che verosimilmente vedremo molto presto: prezzi più alti, crescita più debole, maggiore esposizione strategica.

Le infrastrutture si pagano, è vero, ma l’assenza di infrastrutture si paga di più e, a maggior ragione, se l’ennesimo incubo targato UE prenderà forma, sarà necessaria la calcolatrice per misurare l’entità dei danni. Perché alla fine, quando si parla di lockdown, è con il trittico austerità, paternalismo e fallimento che dovremo fare i conti.

Michele Ferretti, 9 aprile 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version