Quando sono stato Comandante di Reparti Aeronavali d’Altura, dediti al contrasto internazionale di stupefacenti, mi hanno chiesto spesso perché per alcuni reati commessi via mare, nello specifico la pirateria marittima, che affonda le radici nei secoli dell’Età dell’Oro (1500-1700), vige ancor oggi una tutela internazionale per cui qualsiasi Stato ha il diritto di combattere e catturare i moderni pirati ovunque si trovino negli sconfinati spazi marittimi – i pirati erano e sono definiti hostis humani generis (nemici del genere umano) – mentre per un reato molto più attuale, ma non meno pericoloso per la nostra società, come il traffico via mare di sostanze stupefacenti, si può agire con le forze navali di polizia unicamente nelle proprie acque nazionali o eccezionalmente in alto mare, ma solo ed unicamente grazie a convenzioni e previ accordi bilaterali che prevedono il consenso, mai scontato, degli Stati di Bandiera.
La risposta che ho dato è sempre la stessa: perché il diritto internazionale, ed in particolare il diritto internazionale del mare, risente ancora oggi della potenza militare, coloniale e commerciale dell’ex Impero Britannico che, fondandosi sui traffici tra la madrepatria e i suoi enormi possedimenti d’oltremare, esigeva il principio, tutt’ora esistente, della Libertà dei Mari, da ottenere all’epoca attraverso il dominio navale con la sua Royal Navy.
Di fatto, per gli equilibri mondiali e per il diritto internazionale, è ancora oggi più importante garantire che una petroliera possa navigare liberamente negli oceani di tutto il mondo, piuttosto che una nave trasportante cocaina scarichi in un porto occidentale. Il primo è un caso di delitto internazionale, il secondo semplicemente di delitto transnazionale.
Fatto questo assunto, si potrebbe parlare della politica di Trump per mesi interi, sta di fatto che quanto POTUS (President of the United States of America) ha deciso di di iniziare, o meglio dire proseguire, la guerra all’Iran assieme ad Israele, forse non ha calcolato bene l’importanza dello Stretto di Hormuz per l’economia di tutto il mondo, ed in particolare proprio dell’Europa. O forse lo ha calcolato, ma ugualmente ha omesso di prevenire quello che poi è accaduto e che sta accadendo, e cioè che la Repubblica Islamica ha bloccato il transito mercantile in quel braccio di mare che è la porta da cui il Golfo Persico e quello dell’Oman si affacciano sull’Oceano Indiano.
Ora, la domanda che ci si pone è questa: il blocco attuato dall’Iran, può rientrare in una risposta bellica all’attacco americano, e quindi legittimata dal punto di vista del diritto internazionale?
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La risposta è, a mio parere, ampiamente negativa: il blocco unilaterale e totale dello Stretto di Hormuz non può essere considerata una risposta legittima da parte dell’Iran, e costituisce una violazione delle norme sulla libertà di navigazione.
E qui entra, o dovrebbe entrare in gioco l’Europa, la prima che subirà i negativi riverberi sulla propria economia dal blocco, chiamata dal Presidente Trump a collaborare nella riapertura dello Stretto. La risposta di Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna è stata negativa, adducendo motivazioni che vanno da: “Il conflitto non ci riguarda” a “manca la chiarezza sugli obiettivi prefissati”, richiedendo di percorrere la consueta via diplomatica, panacea di tutti conflitti nel mondo.
Al netto della condivisibilità dei dubbi europei, ciò che preme sottolineare è che l’Europa non è chiamata ad entrare in guerra, ma solamente (anche se tutti convengono che non sarebbe poca cosa, seppur praticamente indifferibile) ad intervenire per reprimere la pirateria che sta ponendo in essere l’Iran nei confronti del mondo intero, così come già oggi avviene con l’Operazione EUNAVFOR Atalanta, per il contrasto ai pirati somali o, forse più indicativa, con l’Operazione EUNAVFOR Aspides, in risposta agli attacchi Houthi contro le navi nel Mar Rosso.
In questa mancata attivazione europea, almeno l’Italia – come spesso oramai accade grazie alla riconosciuta lungimiranza e capacità in politica estera del Governo di Giorgia Meloni – ha auspicato che si possa addivenire a una missione multilaterale internazionale, autorizzata dalle nazioni Unite, che in qualche modo possa ripristinare la sicurezza a Hormuz, e scongiurare un’altra pesantissima crisi energetica.
Sergio De Santis,
*Col. (Ris.) della Guardia di Finanza
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


