Esteri

I volenterosi per Hormuz, la coalizione della fuffa

Dopo le chiacchiere sull’Ucraina, un’altra prova di impotenza: niente forza, solo Onu e diplomazia

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C’è un filo che lega la retorica sull’Ucraina e quella che oggi si sta montando attorno a Hormuz. Ed è un filo fatto di annunci, posture, dichiarazioni altisonanti e, alla prova dei fatti, di sostanziale impotenza. Prima ci hanno raccontato per mesi la favola delle truppe, delle garanzie di sicurezza, dei “volenterosi”, delle missioni da costruire, delle architetture internazionali da mettere in piedi per blindare Kiev. Sembrava che l’Europa dovesse finalmente battere un colpo, che fosse arrivato il momento della prova di maturità geopolitica. Poi, appena si è trattato di capire chi dovesse mandare uomini, con quale mandato, con quali regole d’ingaggio e soprattutto con quale copertura politica e militare, si è capito che dietro la scenografia c’era il vuoto. Molta enfasi, pochissima sostanza. Un grande esercizio di comunicazione per mascherare una verità elementare: l’Europa ama evocare la forza molto più di quanto sia disposta a esercitarla.

Ora la scena si sposta sullo stretto di Hormuz e il copione è identico. Anche qui c’è l’emergenza, anche qui c’è il vertice, anche qui c’è la coalizione internazionale che si compatta, anche qui si moltiplicano le frasi solenni sulla libertà di navigazione, sulla sicurezza energetica, sugli effetti economici globali del conflitto. “La sua riapertura è urgente”, dice Yvette Cooper. Ed è vero. Ma il punto non è dichiarare che sia urgente: il punto è capire chi sia disposto a fare qualcosa per riaprire davvero quello stretto. E qui, di nuovo, il castello si sgonfia.

Perché se si ascoltano bene tutte le dichiarazioni arrivate dal vertice di Londra, il messaggio reale non è quello di una coalizione pronta a intervenire, ma quello di una compagnia diplomatica che cerca disperatamente di prendere tempo. Si dice che Hormuz va riaperto, ma si aggiunge subito che bisogna puntare sulla diplomazia. Si parla di proteggere il traffico commerciale, ma si precisa che qualsiasi iniziativa dovrà passare dall’Onu. Si lascia intendere la possibilità di una presenza multinazionale, ma si chiarisce immediatamente che se ne riparlerà solo dopo una tregua, solo dopo la fine delle ostilità, solo dentro una cornice internazionale condivisa. Tradotto dal diplomatico all’italiano: non si farà nulla adesso.

Ed è qui che il parallelo con l’Ucraina diventa più interessante. In entrambi i casi assistiamo allo stesso meccanismo politico. Si costruisce un racconto pubblico muscolare, per dare l’impressione di una leadership occidentale che si organizza e si compatta. Poi però, quando bisogna passare dalla dichiarazione all’azione, vengono fuori tutti i limiti reali: divergenze tra alleati, assenza di una catena di comando credibile, paura dell’escalation, dipendenza dagli Stati Uniti e incapacità europea di reggere davvero un’iniziativa autonoma. È il teatro dell’ambizione senza la forza. O, peggio, della forza evocata per non ammettere la propria irrilevanza.

Sull’Ucraina, per mesi, il dibattito è stato drogato da questa ambiguità. Si parlava di contingenti, di deterrenza, di ombrelli politici, quasi che bastasse pronunciare certe parole per trasformarle in realtà. Ma la questione decisiva era ed è sempre la stessa: chi è pronto a esporsi davvero? Chi è disposto a mettere soldati sul terreno con il rischio di uno scontro diretto? Chi si assume la responsabilità politica di una missione che potrebbe incendiare ancora di più il conflitto? Nessuno, o quasi, viste le tante parole di Macron. E infatti quelle che venivano vendute come ipotesi strategiche si sono rivelate per quello che erano: strumenti di pressione mediatica, utili a riempire titoli e retroscena, ma privi di una vera sostenibilità politica.

A Hormuz la dinamica è persino più evidente, perché qui il problema è immediato, materiale, quasi brutale: o garantisci la navigazione oppure non la garantisci. O sei in grado di proteggere il passaggio delle navi, oppure ti limiti a commentare il blocco. Non ci sono molte zone grigie. E infatti, appena il discorso si avvicina all’ipotesi concreta di un’operazione, scatta il riflesso condizionato del rinvio. Macron la definisce “irrealistica”. Antonio Tajani ribadisce la disponibilità italiana, ma solo sotto mandato Onu e solo a ostilità finite. Londra convoca, rassicura, organizza i prossimi colloqui tecnici. Tutti però mettono una condizione, una clausola, una premessa, un “non ora”. E quando una coalizione dice “non ora” davanti a una crisi che considera urgente, in realtà sta dicendo “forse mai”.

Nel frattempo si prova a nobilitare l’inazione con formule presentabili. Si parla di “corridoio umanitario” per i fertilizzanti, per scongiurare una nuova crisi alimentare, soprattutto in Africa. Tema serio, ci mancherebbe. Ma anche questo, nelle condizioni date, suona più come una toppa comunicativa che come una risposta strategica. Perché il problema non è solo umanitario: è commerciale, energetico, geopolitico. Da Hormuz passa una quota cruciale del petrolio via mare, del Gnl, del jet fuel, dei fertilizzanti. Se quello stretto si chiude o viene strangolato, non basta evocare un corridoio o una risoluzione per neutralizzare l’effetto. Serve una capacità di deterrenza che oggi nessuno vuole esercitare.

Si organizzano call, si moltiplicano gli schieramenti, si diffonde l’idea di una risposta multilaterale in gestazione. Ma alla fine manca sempre il decisore, manca sempre il garante ultimo, manca sempre qualcuno disposto a pagare il prezzo politico e militare dell’intervento. Così il multilateralismo, da strumento, diventa alibi. Non è il luogo dove si costruisce la decisione: è il luogo dove la si rinvia. L’Onu diventa la formula perfetta per dichiararsi disponibili senza esserlo davvero. Il mandato internazionale smette di essere una cornice di legittimazione e diventa un rifugio dietro cui nascondere l’inerzia.

Questo non significa che un intervento militare a Hormuz sarebbe semplice, indolore o automaticamente risolutivo. Anzi. Sarebbe rischioso, costoso, esposto all’escalation, pieno di incognite. Ma proprio per questo bisognerebbe avere l’onestà di dirlo. Bisognerebbe ammettere che non si vuole aprire un nuovo fronte, che nessuno intende correre il rischio di uno scontro più largo, che la priorità è contenere i danni e non forzare il blocco. Sarebbe una posizione discutibile, ma almeno seria. Invece no: si continua a usare il linguaggio della fermezza per coprire una scelta di prudenza, se non di paralisi. E così la politica estera diventa marketing: vendere come determinazione ciò che in realtà è esitazione.

In fondo, il vero tratto comune tra Ucraina e Hormuz è proprio questo scarto tra narrazione e realtà. Nella narrazione, l’Occidente discute, coordina, pianifica, avverte, condanna, prepara risposte. Nella realtà, prende atto dei propri limiti, teme le conseguenze delle proprie mosse, spera che il quadro si sblocchi da solo e cerca di guadagnare tempo senza pagare troppo in termini di credibilità. Il problema è che a lungo andare questa distanza si vede. E quando si vede, la credibilità si consuma comunque.

Franco Lodige, 3 aprile 2026

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