Politica

Altro che fascismo: la sinistra in fila ad Atreju

Da accusatori a ospiti d’onore: i leader progressisti scoprono all’improvviso che parlare con Meloni non è un attentato alla democrazia

bonelli conte renzi atreju Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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C’è un’immagine che vale più di tante cronache: gli stessi leader di sinistra che fino all’altro ieri scandivano la liturgia del “fascismo alle porte” – o simili – oggi si preparano a salire sul palco di Atreju con la nonchalance di chi passa dal “pericolo nero” al buffet di gala. E non si parla di qualche outsider creativo, ma del cuore politico e simbolico della sinistra italiana: Bonelli, Renzi, Conte, Calenda. Tutti ospiti della kermesse di Fratelli d’Italia, tutti pronti a dibattere, dialogare, confrontarsi. Tutti presenti proprio in quel luogo che per anni è stato descritto come la tana del lupo.

Ora, che questa apertura sia un bene è fuori discussione. Ma quando il cambiamento narrativo è così repentino, così improvviso, così plateale, vale la pena fermarsi un attimo e chiedersi: che cosa è successo? Davvero la destra di Meloni è diventata, d’un tratto, accogliente e presentabile? Oppure, più probabilmente, è la sinistra ad aver usato per anni la parola “fascismo” come un intercalare, un automatismo retorico, una scorciatoia identitaria buona per delegittimare l’avversario senza fare lo sforzo di capirlo?

Il punto non è giudicare chi va e chi non va. Il punto è notare la contraddizione gigantesca di una sinistra che fino all’altro ieri spiegava al Paese che dialogare con la destra meloniana significava legittimare il male assoluto e oggi si presenta senza troppi imbarazzi alla festa simbolo di quella stessa destra. E non importa se qualcuno cercherà di giustificarsi dicendo che “il confronto è sempre positivo”: certo che lo è, ma allora perché è stato raccontato per anni come un tradimento dell’antifascismo? Perché chiunque osasse varcare i cancelli di Atreju veniva dipinto quasi come un collaborazionista culturale?

Il paradosso lo ha colto bene Antonio Padellaro, che di certo non è un tifoso di Giorgia Meloni. Eppure, come riporta IlGiornale, con lucidità ha fatto notare che “ci vanno proprio quelli che gridavano fascisti”. Se ci fosse bisogno di una prova che quel dibattito fosse pretestuoso, eccola servita: gli stessi protagonisti della narrazione “pericolo democratico” ora cercano visibilità proprio lì dove prima vedevano oscurità.

E attenzione: non è un caso che l’unica a rifiutare l’invito sia Elly Schlein. La segretaria dem resta fuori, trincerata nella coerenza o, forse, nell’impossibilità di spiegare ai suoi perché dovrebbe partecipare dopo aver costruito un’intera identità politica sulla contrapposizione morale alla destra. Schlein non può permettersi la foto accanto a Meloni. Conte, Renzi, Bonelli e Calenda – ciascuno per ragioni diverse – sì. E già questo dice molto sulla crisi culturale e strategica del Pd, oggi più in difficoltà di chiunque altro nel comprendere il Paese reale.

Ma la domanda di fondo è un’altra: che cosa cercano questi leader di sinistra a Atreju? Qualche voto moderato? Una ribalta televisiva? La possibilità di mostrarsi “ragionevoli” dopo anni di barricata? Oppure stanno semplicemente riconoscendo – anche se non lo diranno mai – che Meloni è diventata così centrale nello scacchiere politico da non poter essere ignorata? E la destra, dal canto suo, gioca la partita con intelligenza. Invitare tutti significa rovesciare l’accusa di chiusura ideologica e trasformare Atreju in un grande palco nazionale: più ci vanno i leader di sinistra, più è la sinistra stessa a legittimare l’evento. E più legittima l’evento, più si sgretola la narrazione tossica che la sinistra ha usato contro Meloni per anni. Un capolavoro politico che la destra probabilmente non aveva neppure pianificato così bene: si è limitata a spalancare le porte. Gli altri ci sono entrati da soli.

Alla fine, questa sfilata di leader di sinistra a Atreju racconta una cosa semplice e un po’ crudele: quando per troppo tempo si usa l’insulto come argomento politico, arriva il momento in cui quell’insulto si ritorce contro chi lo ha pronunciato. Perché se davvero Meloni fosse ciò che veniva raccontato, nessuno di questi leader metterebbe piede a Castel Sant’Angelo. E invece eccoli lì, con tanto di agenda in mano.

Forse è questo il vero segnale politico dell’anno: la sinistra scopre che il fascismo non c’entrava nulla, che gli slogan non reggono più, che il Paese guarda altrove e che Meloni, nel bene o nel male, è ormai il centro di gravità della politica italiana. Il resto sono parole. E molte, molte retromarce.

Franco Lodige, 6 dicembre 2025

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