Altro che Putin, chi è il vero “mago” del Cremlino

Vladislav Surkov, figura semi-sconosciuta e ormai mitologica del mondo russo, effettivo architetto del putinismo

7.9k 4
putin cremlino

Nella tempesta di banalità ed inesattezze che hanno investito la pubblica opinione dal momento in cui è iniziato il conflitto bellico russo-ucraino, un nome aleggia come un fantasma negli scritti dei commentatori più sapienti. Si tratta di Vladislav Surkov, figura semi-sconosciuta e ormai mitologica del mondo russo, ispiratore del romanzo di successo Il mago del Cremlino di Giuliano Da Empoli.

Questo ex manager, poi imprenditore, poi politico di successo, poi consigliere e uomo ombra di Vladimir Putin viene considerato l’autentico architetto della Russia moderna, il “cervello” del presidente, ispiratore tanto delle politiche espansionistiche quanto della struttura del potere politico interno in Russia. Ritenuto l’artefice di un modello politico poi imitato, nel corso degli anni, anche da diversi leader occidentali; una democrazia autoritaria, applicata per facilitare la stabilizzazione del paese nei convulsi anni dell’inizio del nuovo millennio. A suo dire, sia Trump che l’europeo Orban sarebbero suoi epigoni. Un’idea di stato che affonda le radici nella cultura russa ancestrale e da essa si ispira per il suo futuro. In sostanza, un recupero della tradizione come antidoto all’odiatissimo nichilismo tardo-capitalistico occidentale di matrice americana.

Politica poco liberale, progresso sociale ed economico e libertà individuali temperate. Se si volesse andare a fondo nella storia dello spirito russo, tutto questo non apparirebbe affatto innovativo, poiché in un paese che trattiene al suo interno sia Gengis Khan che Anna Karenina, la libertà dei suoi abitanti è sempre stato qualcosa da tenere sotto stretto controllo. L’epoca zarista e quella sovietica sono esempi di come uno stato, ed un popolo, possano esistere (e prosperare) senza avere, e forse senza desiderare, la libertà. O quantomeno la libertà politica. La tradizione russa è una tradizione illiberale per definizione e così è stato per molti secoli.

L’unione sovietica compresse le liberalità dei suoi cittadini in nome della prosperità di uno stato che era qualcosa di vivo; un’entità autentica e non un mero contenitore. Oggi avviene la stessa cosa, ma per ragioni diverse. Una di queste è la paura del nichilismo. Quel nemico temutissimo dalle classi dirigenti che in Russia, a differenza che in Germania, assunse in passato tonalità autodistruttive come raccontano i personaggi dei “Demoni” di Dostoevskij.

E quello stesso nichilismo, quel medesimo individualismo fu la matrice della devastazione economica e sociale in Russia degli anni ’90, ricordati dai nostalgici come il periodo più vergognoso e drammatico della storia del paese, paragonabile all’epoca dei Torbidi alla fine del ‘500. All’avanzare della postmodernità, con conseguente sgretolamento di Dio e di qualunque appiglio di senso, per evitare il caos visto e subìto dopo il crollo dell’URSS, nella Russia moderna si è risposto con il ritorno alla tradizione come morale di stato. E dunque religione, ortodossia, mito dell’espansione permanente, Russia al centro del mondo slavo, difesa dei confini ecc…

Tutto ciò che è seguito arriva come logica conseguenza. Se Surkov è l’effettivo architetto del putinismo, esso non è che il recupero del passato per meglio sopravvivere nel presente. Un metodo che nella crisi di senso del mondo si rivela efficace ed esportabile. Molto più della democrazia.

Francesco Teodori, 5 gennaio 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version