C’è qualcosa di meravigliosamente surreale nella vicenda del Leoncavallo. Il centro sociale più celebrato e protetto della Milano progressista — quello dei murales, dei concerti alternativi e delle conferenze sulla “resistenza al capitalismo” — torna ancora una volta protagonista non per meriti artistici o culturali, ma per la solita, vecchia storia: non pagare le tasse.
Ottocentomila euro di Tari non versata al Comune di Milano per non aver pagato la tassa sui rifiuti dal 2014 al 2024. Una montagna di arretrati che, per un barista o un ristoratore del centro, significherebbe cartelle, pignoramenti e forse la chiusura dell’attività. Ma non per il Leoncavallo, che continua a vivere in una dimensione parallela dove le regole valgono solo per chi non ha amici a Palazzo Marino.
A denunciare l’assurdità della situazione sono i consiglieri leghisti Samuele Piscina e Davide Ferrari Bardile, che parlano senza mezzi termini di “oltraggio ai cittadini onesti”. E come dar loro torto? Il Leoncavallo — spiegano — non solo non ha pagato quanto dovuto, ma ha addirittura deciso di partecipare al bando pubblico per la concessione dello stabile di via San Dionigi, lo stesso per cui avrebbe dovuto sanare il debito. Il tutto, dopo che un giudice amministrativo ha persino concesso la sospensiva sul pagamento della Tari, regalando al centro sociale un’altra boccata d’ossigeno a spese dei milanesi. Pagate voi.
Il paradosso è evidente. Mentre imprese, famiglie e negozianti vengono tartassati per cifre infinitamente più piccole, chi occupa abusivamente uno spazio pubblico continua a godere di una sorta di immunità ideologica: quella che la sinistra meneghina riserva ai suoi figli prediletti. I giudici sospendono, il Comune guidato da Beppe Sala chiude un occhio (o due) e intanto il Leoncavallo si prepara a investire, almeno sulla carta, tre milioni di euro per nuovi progetti.
E allora la domanda è semplice: da dove arriverebbero questi soldi? Se il centro sociale è così solido da potersi permettere investimenti milionari, perché non paga l’enorme debito con la città? Se invece quei soldi non esistono, perché la giunta Sala accetta di aprire un bando che rischia di diventare l’ennesima farsa ideologica, con l’occupante che diventa per magia “gestore culturale”? Gli interrogativi del Carroccio e di chi può vantare del buonsenso sono legittimi.
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Piscina e Ferrari Bardile annunciano già ricorsi alla Corte dei Conti e alla Procura della Repubblica, perché la misura — dicono — è colma. E in effetti, come negarlo? Mentre migliaia di milanesi fanno i conti con multe, tasse e balzelli, il Leoncavallo resta il simbolo perfetto dell’Italia dei due pesi e due misure: quella dove la legalità è un concetto flessibile, adattato al colore politico del beneficiario. Il sindaco parla di sostenibilità, di città a 15 minuti e di mobilità verde. Ma a Milano c’è chi non paga la Tari da anni e viene pure invitato a partecipare ai bandi pubblici. Se non è follia amministrativa, poco ci manca.
In un Paese normale, chi deve 800 mila euro al Comune non entra in un bando: entra in tribunale. Ma il Leoncavallo non è un contribuente qualsiasi. È un’istituzione ideologica, intoccabile, protetta da una certa sinistra che predica uguaglianza mentre pratica favoritismo. E così, anche stavolta, la morale è chiara: a Milano chi paga è un fesso, chi occupa è un eroe.
Franco Lodige, 23 ottobre 2025
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