Per anni Roberto Rigoli ha dovuto difendersi nelle aule di tribunale e davanti all’opinione pubblica. L’accusa giudiziaria è caduta: assolto perché il fatto non sussiste. Quella mediatica, invece, continua a produrre conseguenze. Per questo il primario della Microbiologia di Treviso ha deciso di presentarsi al parco Millepini di Asiago, sedersi in terza fila e ascoltare Sigfrido Ranucci parlare del suo ultimo libro, “Il ritorno della Casta”. Poi si è alzato e ha pronunciato una frase semplice: “Non è vero, nel mio caso non è vero”.
Il riferimento era all’affermazione con cui il conduttore assicurava che Report aggiorna le vicende giudiziarie raccontate nelle proprie inchieste. Rigoli, finito al centro di una puntata della trasmissione di Rai 3 per il caso dei tamponi rapidi utilizzati in Veneto durante la pandemia, ha ricordato davanti al pubblico che la sua storia ha avuto un epilogo piuttosto importante: l’assoluzione da tutte le accuse. “Se lei ammette davanti a tutti l’errore, almeno di quella trasmissione lì, io sono felice”, ha detto.
La risposta di Ranucci è stata immediata, ma non propriamente autocritica: “Io posso ammettere gli errori che vogliamo, ma se lei dice che in quella trasmissione abbiamo detto il falso, lei non dice il vero”. E qui si arriva al punto. Non si tratta di chiedere a Report di rinunciare alle inchieste o di genuflettersi davanti a chiunque venga assolto. Si tratta di riconoscere che, quando la televisione pubblica costruisce un racconto capace di travolgere la reputazione di una persona, l’esito giudiziario non può diventare una postilla da infilare in fondo alla storia.
“È bene dire che è stato colpito un innocente”, ha ribattuto Rigoli. Difficile dargli torto. Durante l’emergenza Covid il medico aveva lavorato allo sviluppo e all’impiego dei tamponi antigenici come supporto ai molecolari, in una fase in cui i laboratori erano sotto una pressione enorme, mancavano i kit e per ottenere un referto si rischiava di attendere giorni. Da quella scelta nacquero accuse pesantissime: depistaggio, falso ideologico e, nella prima fase delle indagini, persino sospetti di corruzione. Alla fine il castello è crollato.
Nel frattempo, però, Rigoli era già stato trasformato nel simbolo di un presunto sistema opaco. La rappresentazione televisiva aveva collegato la questione dei tamponi rapidi persino ai morti del Veneto, secondo il medico attraverso ricostruzioni “mistificatorie e calunniose”. È su questo terreno che ora si giocherà anche il procedimento per diffamazione aggravata nato dalla sua denuncia contro Ranucci.
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Ad Asiago il confronto ha assunto poi un tono quasi surreale. Alla domanda se credesse nella sua innocenza, Ranucci ha risposto: “Se lo dice la magistratura lei per me è innocente. Però in questo momento io non sono neanche indagato ma sono quello che si è messo la bomba da solo”. Un cambio di piano che non risponde alla contestazione di Rigoli. La bomba contro Ranucci è una vicenda gravissima, sulla quale la solidarietà non può essere condizionata da alcuna divergenza professionale. Ma proprio Rigoli lo ha chiarito con parole di rara dignità: “Io sono solidale con sua figlia, perché sua figlia ha sofferto quanto mia figlia per tre anni, come ha sofferto la mia famiglia”.
Ecco la differenza. Rigoli non è andato ad Asiago per insultare, provocare o regolare conti. Ha espresso solidarietà a Ranucci e alla sua famiglia, ma ha preteso che fosse riconosciuta anche la sofferenza provocata alla propria. Ha chiesto giustizia, non vendetta. Quando il conduttore è sceso dal palco per stringergli la mano, il medico ha ripetuto: “Io voglio giustizia”.
La stretta di mano è un gesto civile. Ma non basta a cancellare tre anni di gogna, un processo che non avrebbe dovuto cominciare e il dolore di una famiglia esposta al sospetto pubblico. La magistratura ha restituito a Rigoli la sua innocenza. Ora spetta a chi lo ha raccontato come un colpevole restituirgli almeno ciò che la televisione gli ha tolto: la reputazione.
Massimo Balsamo, 21 agosto 2026
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