La morte violenta di Charlie Kirk ha acceso un dibattito che si è immediatamente spostato dal piano della tragedia umana a quello della responsabilità ideologica. E dal momento in cui si è appreso che l’assassino non è un attivista di una frangia dell’estrema sinistra, bensì con tutta probabilità un individuo squilibrato, molti intellettuali progressisti hanno tirato un sospiro di sollievo, come se la questione potesse chiudersi lì. Non solo: talvolta hanno contrattaccato, accusando la destra di essere vittima del suo stesso odio. Ma è davvero questo il punto?
Sicuramente la veloce lavata di mani dell’intellighenzia rossa banalizza alquanto una questione molto spinosa. Infatti, il vero problema sistemico non è costituito da chi ha premuto il grilletto, ma da chi dopo l’omicidio ha trovato il coraggio di non condannare, di giustificare, o peggio ancora di festeggiare. Perché la violenza diventa pericolosa non solo quando esplode, ma soprattutto quando viene “normalizzata” (per usare un termine caro alla sinistra) da chi, pur non sporcandosi le mani, le fornisce un salvacondotto morale.
E qui entrano in scena i cosiddetti “maestri del pensiero”, personaggi pubblici che da anni dettano la linea del progressismo più radicale e si ergono a paladini del sapere. Di esempi se ne potrebbero fare davvero a iosa, ma due esponenti su tutti hanno davvero raschiato il fondo del barile della decenza. Il primo: Alan Friedman, con i suoi toni sempre livorosi verso chiunque non appartenga al recinto della sinistra cosmopolita, è stato rapido a minimizzare, ad accusare Kirk, un uomo che ha fatto del dibattito il suo pane quotidiano, di essere ciò che non era minimamente, ovvero un fascista. Il secondo, Piergiorgio Odifreddi, da tempo abituato a giustificare l’ingiustificabile in nome di un ateismo nichilista spinto fino all’inverosimile, non ha esitato a fare battute di cattivo gusto con il suo solito cinismo spicciolo. Entrambi, con le loro esternazioni, hanno offerto l’immagine di un’intellighenzia che non conosce più la differenza fra dissenso politico e disumanizzazione dell’avversario. Ma pensateci: chi,un centinaio di anni fa, millantava una presunta superiorità morale? Eh già…
Oltre ai venerabili maestri, agli anziani saggi, c’è poi una nutritissima schiera di giornali, giornalisti e podcaster che smorzano le responsabilità della sinistra o, peggio, attaccano Meloni per le sue frasi di condanna verso la violenza. Come Annalisa Cuzzocrea nel suo podcast quotidiano “Controvento” nel quale addirittura accusa il nostro primo ministro Meloni, sostenendo che a voler fomentare odio e a cercare di creare una “sinistra violenta” è proprio la destra, così da inasprire i toni del dialogo politico. In soldoni: la sinistra è violenta? Colpa della destra.
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Pare una banalità dire che di fronte all’assassinio di un uomo, l’unica risposta degna dovrebbe essere la condanna netta e unanime. Invece, in certi ambienti progressisti, il silenzio imbarazzato o la risatina sarcastica hanno prevalso. È un segnale inquietante: significa che la polarizzazione ha scavato un solco così profondo da rendere impossibile persino un gesto elementare di empatia, di condanna.
La destra, di fronte a questo spettacolo, ha gioco facile. Perché può ricordare a tutti che è stata proprio lei, troppo spesso accusata di fomentare odio, a invocare in questa e in tante altre occasioni rispetto, misura e condanna del delitto. Chi da anni viene tacciato di “barbarie” ha mostrato, paradossalmente, di avere un più saldo senso della comunità e della vita umana rispetto a certi raffinati accademici e giornalisti da salotto.
Il problema è evidente a tutti: la sinistra sembra convinta di avere una sorta di “licenza morale” per insultare, dileggiare e, in certi casi, persino compiacersi della morte dell’avversario. Chi si crede custode della democrazia, della libertà e della saggezza sociale oggi si vuole concedere persino il lusso di poter dire se qualcuno merita di morire per le sue idee o meno.
Ecco allora la vera lezione di questo tragico episodio: non è sufficiente rifugiarsi nell’identità dell’autore dell’omicidio per lavarsi la coscienza. Non è intellettualmente onesto credersi nel giusto solo perché l’assassino, forse, non è “uno dei loro”.
Il terreno culturale in cui certi gesti maturano e si sentono legittimati viene preparato giorno dopo giorno, con editoriali, battute, tweet e silenzi consapevoli di fronte a minacce e calunnie. È lì che si misura la responsabilità di una classe intellettuale. Ed è lì che la sinistra, ancora una volta, mostra di essere deficitaria e pertanto molto pericolosa.
Alessandro Bonelli, 16 settembre 2025
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