La violenza politica dovrebbe sempre unire le persone di buon senso nella condanna unanime. Eppure un episodio tragico avvenuto quattro giorni fa a Lione, in Francia, ci costringe a interrogarci non solo sull’accaduto, ma soprattutto sulla narrazione distorta da parte dei media che ne è seguita.
Un ragazzo di soli 23 anni, Quentin D., è stato barbaramente aggredito e ucciso da un gruppo di Antifa, poiché colpevole di aver difeso il collettivo Nemesis (un collettivo di femministe ritenute di estrema destra), dalla loro aggressione.
Prima di tutto è importante specificare che Nemesis non è in alcun modo un coacervo di neofascisti o altre sciocchezze, come quasi tutti i media lo hanno frettolosamente etichettato, ma è un gruppo di donne che osano esprimere opinioni che oggi sono considerate inaccettabili; questo collettivo ad esempio, è infatti contro l’utero in affitto e non ha paura di evidenziare il legame tra immigrazione irregolare e insicurezza urbana. Insomma, idee di buon senso che oggi, nel dibattito pubblico europeo tristemente spostato a sinistra, equivalgono per alcuni a un marchio di “terrorismo nero”.
I fatti però sono chiari e agghiaccianti. Il giovane ha accompagnato il gruppo femminista a un evento organizzato da France Insoumise ed è intervenuto per proteggere le ragazze da un attacco; per questo è stato preso in disparte, accerchiato e poi finito a calci. Arrivato in ospedale in condizioni critiche, è entrato in coma e ha perso la vita dopo due giorni di agonia. Non c’era alcuno “scontro tra estremisti”, come certi titoli suggeriscono: non vi era alcun gruppo organizzato di estrema destra sul posto. Si è trattato di un’aggressione feroce e unilaterale da parte di militanti di estrema sinistra, un atto di violenza pura e ingiustificabile. Eppure, la gravità di questo omicidio (un giovane indifeso morto per aver difeso delle donne) è stata minimizzata, distorta o addirittura ignorata da gran parte della stampa. Non solo in Francia, ma anche in Italia.
Guardiamo ai giornali italiani: alcuni dipingono l’accaduto quasi come una mera fatalità, un allineamento astrale di coincidenze sfortunate tra fazioni opposte. Altri etichettano il giovane ucciso come un militante di estrema destra, addirittura “nero” insinuando così che per via della sua ideologia quasi “se l’è cercata”. Poi c’è il livello più infimo, ovvero chi fischietta e fa finta di nulla: Fanpage, ad esempio, giornale online noto per le sue inchieste aggressive contro i movimenti giovanili di destra dove si infiltra per scovare tracce di neofascismo o per amplificare ogni sussurro di “Faccetta nera”, stavolta tace. Perché? Semplice: la vittima non è “di sinistra”, gli aggressori provengono proprio da quei collettivi antifa che, per molti, rappresentano il baluardo contro il “fascismo”. Meglio non avvisare i lettori.
Questa omissione non è casuale. Riflette un‘incoerenza profonda nel mainstream mediatico, dove la violenza è condannata ma sempre e solo a senso unico. Quando arriva da destra, giustamente, scatena editoriali infuocati, petizioni, interrogazioni parlamentari. Ma se proviene da sinistra, diventa tollerabile, persino invisibile. Dove sono ora i paladini della morale pubblica? Saverio Tommasi, Lorenzo Tosa, Avvocathy e i giornalisti che ci ammoniscono sul costo dell’odio, sulla minaccia fascista perenne? Quelli che si ergono a difensori della non-violenza, che si infiltrano nei partiti per denunciare ogni deriva autoritaria? Non pervenuti. Questo dimostra che tanti sedicenti professionisti dell’informazione non hanno assolutamente a cuore la non violenza; al contrario mirano a qualsiasi costo ad ingraziarsi solo uno schieramento ben preciso che peraltro ad oggi è l’unico a provocare davvero violenza: la sinistra radicale.
Alessandro Bonelli, 17 febbraio 2026
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