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Archie, i giudici inglesi ammazzano un altro bambino

La Corte ha deciso: Archie Battersbee deve morire. Ma non sono scelte che spettano allo Stato

Archie Battersbee

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Ho incontrato persone ugualmente invalide, della stessa malattia, e c’era chi non voleva più vivere e chi non voleva morire. Ho visto in faccia il dolore più spietato e cosa può fare: e c’era chi si sarebbe giocato l’anima per un giorno in più, anche in quelle condizioni, e chi bestemmiava Dio che non lo lasciava schiantare. Gli abbonati alla sofferenza, quelli che ci sono nati oppure diventati, che forse è pure peggio, mi hanno detto, chi che la sofferenza fortifica e chi che oltre un certo limite la sofferenza allontana da tutto, anche da Dio. Ho spinto carrozzine di giovani atleti che un giorno sentirono un formicolio nelle gambe e sei mesi dopo non si alzavano più. Ho riso e scherzato con volontarie che curavano i malati di Sla e poi si sarebbero ammalate di Sla. Morendone. Non ho mai trovato una risposta definitiva, una soluzione certa. Il dolore è come l’essere umano ed è l’essere umano e ogni dolore proprio in quanto umano è uguale ma distinto, ogni patimento è unico a modo suo. Di una cosa sono persuaso: la decisione se farla finita o continuare appartiene al re del dolore. Solo lui sa cosa si prova “come una farfalla in uno scafandro”, per dire in un polmone d’acciaio o nella camicia di forza di un corpo che non risponde più. Solo lui sa e ha diritto di decidere. Non lo Stato. Non la burocrazia, o una commissione, o un consesso di dotti medici e sapienti. Né in un senso, né nell’altro.

Vanno a staccare la spina per Archie Battersbee, dodici anni, trovato esanime in casa sua nemmeno quattro mesi fa: i camici ritengono “altamente probabile” la sua morte cerebrale e hanno spinto per la fine di quello straccio di vita artificiale. Hanno deciso loro: i giudici se ne sono lavati le mani e al London Royal Hospital vogliono liberare un letto.

La famiglia non lo accetta. Si è aggrappata a tutti i gradi di giudizio possibili, a tutte le Corti possibili, fino al Comitato dell’Onu per i disabili. Ma non ne ha cavato niente, i magistrati fino alla Suprema Corte con vari escamotage hanno fatto i Ponzio Pilato dicendo che chiudere la bara sul corpo di Archie è “nel migliore interesse di tutti”, anche dei parenti. La madre, Hollie Dance, non vuole rassegnarsi, non sente ragioni, ma lo Stato vince.

Ma che ne sa lo Stato? Chi è lo Stato? Cosa è? Una divinità? Una astrazione hegeliana, un totem? Una convenzione che eredita poteri fino a quello di vita e di morte? In questi casi ci si salva la faccia dicendo: sono decisioni etiche gravi, vanno ponderate. Ma la sensazione è che di ponderato ci sia poco e niente: la Chiesa si rifugia nel suo Magistero – mai spegnere una vita, per quanto spenta; lo Stato si arrocca nella sua arroganza burocratica, sono io, io nube, io Idea, a dirti cosa va fatto e cosa è meglio per te, ti chiamo cittadino ma sei suddito, non sai, non devi sapere, non ti riguarda pensare, sperare, volere. Decidere.

Allora qui bisogna capirsi bene. È del tutto probabile, per non dire certo, che Archie non si sveglierà mai; non è il caso di contare su improbabili miracoli che uno Stato laico, basato sulla scienza, non può aspettarsi – per quanto il ricorso dogmatico alla scienza sia di per sé un atto di fede potenzialmente devastante, come abbiamo di recente scoperto. Il punto però è che l’individuo è unico e va rispettato: e la decisione ultima su un figlio spetta, se mai, alla madre: non alla commissione etica, sanitaria o comunque ad un nucleo di funzionari scelti dai partiti, a Londra come a Berlino come a Roma, a New York, a Rio, a Mosca, a Pechino.

Non prendiamoci in giro, funziona così e il senso della politica è precisamente questo: amministrare il potere, conquistare il potere pro tempore e blindarlo in forma di regime più o meno illuminato, più o meno sciagurato (il nostro negli ultimi 30 mesi è stato criminale). Tutto il resto sono fandonie, la bella politica, l’interesse generale, sono ipocrisie che viaggiano, con un crollo vertiginoso, da Aristotele a Veltroni. E questi luminari, questi camici, toghe, cravatte, divise, che dipendono da uno che gli dà il potere e a sua volta è investito di potere, non possono dare vita o morte in vece dell’individuo o di chi lo ha generato.

Non è questione di aspettare un miracolo: ma se la madre di Archie vuole aspettare il miracolo, ebbene ha tutto il diritto di farlo; e lo Stato ha tutto il dovere di rispettarlo. E lasciare il corpicino del ragazzo così come sta alla fine non crea danno a nessuno: alimenta una speranza drogata, irragionevole? E sia: quante speranze bugiarde, infami, codarde alimentano gli Stati? Quante guerre, quante rappresaglie in nome della democrazia? Quanti morti fanno, gli Stati, per le ragioni più inconfessabili?

Ho incontrato tanta gente che, conciata com’era, non avrebbe dovuto vivere: mi ha cambiato la vita, dalla crisalide del giovanotto viziato ha tirato fuori un uomo con mille difetti ma una certezza: la vita è di chi la vive. Devo ringraziare chi è stato davvero miracolato, chi era morto ed è tornato, chi è esistito in condizioni che mai io avrei sopportato. Li ho visti salvare ragazzine sbandate, li ho visti far filare obiettori di cuore ma stronzi, li ho visti insegnare un mestiere a chi sapeva solo parlare. Io, io che vi scrivo sono il miracolo di chi non ha avuto miracoli: non sarei qui. Per favore, non spegnete una vita spenta. Lasciate a una madre l’illusione di qualcosa che non ci sarà mai, ma che terrà in vita almeno lei.

Max Del Papa, 3 agosto 2022