
Grazie a Stefano Esposito, che lo ha segnalato su X, stamane ho aperto il comunicato di infoaut sulla manifestazione di Askatasuna e una capsula del tempo mi ha proiettato negli anni ’70, nei miei felici e inconsapevoli 18 anni.
Si inizia con un classico: «Quando il popolo indica la luna, lo stolto guarda il dito», ma – con la solita pedanteria da tesina di filosofia al DAMS – subito precisano che «attribuito a Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione zen/buddista». Ma chissenefrega delle pillole alla «forse non tutti sanno che».
Questi sfigati nel 2026 usano ancora questa metafora per spiegare che i media guardano il dito (i lacrimogeni, le vetrine, il poliziotto martellato) invece della luna (la repressione del governo, il genocidio, il colonialismo, l’autoritarismo).
È il classico schema «la narrazione mediatica distrae dal vero problema», ma oggi suona come se qualcuno avesse ritrovato un volantino in cantina e l’avesse riciclato con un copia-incolla.
Il lessico è un cimitero di archeologia militante: «apparato repressivo», «grancassa», «decontestualizzare», «narrazione criminalizzante», «circolino di giornalisti, politici e opinionisti di regime», «affila gli artigli», «tracciare un confine netto», «prenderci gli spazi», «boccata d’ossigeno», «continuum repressivo».
Roba che se la leggi ad alta voce ti aspetti di sentire in sottofondo la chitarra di Giovanna Marini (che palle) e il rumore di un’assemblea che vota per acclamazione, mentre Cossiga ordisce trame al Ministero degli Interni.
Siamo al vetero-marxismo-leninismo-autonomista con patch 2026 applicata a mano. Dicotomia manichea da manuale: da una parte il governo Meloni-Piantedosi-Salvini-Crosetto, complice del «genocidio in Palestina», delle «politiche guerrafondaie», della «remigrazione», di una società «divisa, spaventata, impotente, incapace di organizzarsi».
Dall’altra parte la piazza: legami, comunità, resistenza giovane che «non si rassegna a stare calma», che «traccia un confine netto», che resiste metro dopo metro ai lacrimogeni senza panico. Epica da western politico: i cattivi affilano gli artigli, i buoni avanzano con determinazione proletaria.
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E il PD con il M5S? Ovviamente «incapaci di capire», «inseguono la destra sul terreno dell’ordine e del manganello», «dichiarazioni roboanti su legalità e condanne rituali». Insomma, i soliti riformisti crumiri, la socialdemocrazia traditrice che aiuta il capitale a tenere buona la pancia del popolo.
Nel 1977 si diceva «berlingueriani venduti». Nel 2026 dicono… esattamente la stessa cosa, solo con nomi aggiornati. «Genocidio in Palestina», «politiche guerrafondaie», «oscuramento delle questioni ecologiche», «misure sessiste, omofobe e discriminanti»: qui inseriscono l’update 2024–2026, ma incastonato in una struttura da manifesto del ’70.
È come se avessero preso un testo di Potere Operaio e avessero fatto “salva con nome” con “Palestina” al posto di “Vietnam”, “Meloni” al posto di “Andreotti”, “Piantedosi” al posto di “Cossiga”.
La prosa è un capolavoro di finta serietà epica. Periodi lunghi, subordinate incastrate come
matrioske, zero ironia, zero autocritica. Solo certezza storica: «La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie», «ci siamo sentiti più forti e meno soli», «esiste una parte della popolazione, soprattutto giovane, che è pronta a tracciare un confine netto». Sembra un comizio di Oreste Scalzone.
Poi la chiosa programmatica, da brivido vintage: «Non è più tempo di equilibrismi. Bisogna scegliere». «Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di confronto. Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con ottimismo e consapevolezza».
Niente piattaforme digitali, niente meme, niente crowdfunding per stampare striscioni, niente live su Twitch: assemblee, piazze, coordinamenti.
In fondo è commovente: un pezzo di Novecento politico che si rifiuta di morire, si rimette l’eskimo, sale sul palco del 2026 e urla «la Storia siamo noi!» con la stessa convinzione di cinquant’anni fa. Peccato che la Storia, nel frattempo, abbia cambiato piattaforma e password.
Antonio de Filippi, 4 febbraio 2026
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