Cronaca

Askatasuna, oggi la chiamata alle armi. E il sindaco Pd: “Credo ancora al patto”

Incredibile: dopo lo sgombero del centro sociale, dopo 30 anni di illegalità e violenza, il primo cittadino dem insiste. Attesi 2mila in piazza

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Torino si avvia verso un pomeriggio ad alta tensione. Alle 14.30 è in programma la manifestazione promossa dai collettivi riuniti sotto lo slogan “L’Aska non si tocca!”, convocata dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna. In città sono attesi militanti della sinistra antagonista provenienti da diverse regioni, con un corteo che le forze dell’ordine considerano potenzialmente critico per ordine pubblico e sicurezza, anche in ragione del periodo natalizio e dell’afflusso di cittadini nelle vie dello shopping.

A rendere esplicito il clima che accompagna l’iniziativa è stato Giorgio Rossetto, leader di Askatasuna, che in un intervento radiofonico da detenuto ai domiciliari ha auspicato una “risposta adeguata” allo sgombero. Parole che, tradotte dal linguaggio militante, evocano l’idea di una strategia di logoramento nei confronti dello “schieramento avversario”, individuato apertamente nello Stato e nelle forze dell’ordine. Un riferimento non casuale alla Val di Susa e alle mobilitazioni No Tav, da sempre intrecciate con la galassia antagonista torinese.

Sui social, i collettivi che hanno indetto il corteo parlano di una fase nuova: “Niente sarà più come prima, il campo è tracciato”, scrivono, annunciando che la partita, a loro dire, sarebbe solo all’inizio. Un messaggio che contribuisce ad alimentare le preoccupazioni in città. Secondo le stime, circa duemila manifestanti troveranno schierati cinquecento tra poliziotti e carabinieri. A temere le conseguenze di eventuali disordini sono soprattutto i commercianti. “Il nostro settore è già in difficoltà – ha spiegato Giancarlo Banchideri, presidente di Confesercenti Torino e Piemonte – mi auguro che ci sia rispetto per il lavoro di chi tiene aperto e che il corteo si svolga senza mettere in pericolo nessuno”.

A destare ulteriore allarme è la composizione del fronte che scenderà in piazza: dal Kollettivo Studentesco Autonomo al Network Antagonista, passando per realtà arrivate da fuori regione come il Collettivo Campi Bisenzio e il Laboratorio d’Assalto di Bologna, fino agli attivisti del Leoncavallo e ai gruppi dell’area pro Pal radicale. Un arcipelago eterogeneo che, secondo i critici, gode di una sostanziale copertura politica a sinistra.

In questo contesto, all’indomani dello sgombero, è intervenuto anche il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, affidando a un video sui social la posizione dell’amministrazione comunale. Lo Russo ha rivendicato il percorso intrapreso dalla Città sullo stabile di corso Regina 47, nel quadro del Regolamento dei Beni Comuni, definendolo una scelta politica e amministrativa distinta dai procedimenti giudiziari. “Ci siamo assunti consapevolmente la responsabilità di tentare un dialogo fondato sulla partecipazione e sulla responsabilità collettiva”, ha spiegato, sostenendo che affrontare una questione rimasta irrisolta per quasi trent’anni fosse un dovere di governo.

Il sindaco ha però ribadito la “condanna ferma” di ogni episodio di violenza avvenuto durante o a margine delle manifestazioni degli ultimi mesi, con un riferimento esplicito agli attacchi contro sedi di giornali e organi di informazione, definiti presìdi essenziali di democrazia e libertà. Allo stesso tempo, Lo Russo ha insistito su un principio che considera non negoziabile: le responsabilità penali sono individuali e non collettive, cardine dello Stato di diritto e della democrazia liberale.

Nel suo intervento non è mancata una presa di distanza netta dal centrodestra e dall’attuale governo. Da sindaco di una città Medaglia d’Oro della Resistenza, Lo Russo ha rivendicato un’impostazione fondata su coesione, dialogo e inclusione, respingendo quella che definisce una strumentalizzazione politica delle tensioni sociali. L’obiettivo dichiarato resta quello di garantire a Torino uno spazio a vocazione sociale e pubblica, aperto al quartiere, alle famiglie e ai giovani. Ci rendiamo conto?

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