Al cuore della questione tedesca: la Germania come “minaccia pacifista”

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Quando nell’estate del 2017, insieme a Daniele Capezzone abbiamo pensato e realizzato “Brexit. La Sfida” – uno dei pochi, forse fino ad allora l’unico tentativo di raccontare l’altro volto della Brexit rispetto agli stereotipi e alle condanne degli “esperti” e dei media mainstream – abbiamo deciso di dedicare un capitolo al “Ritorno della questione tedesca”. Ci appariva infatti evidente che una delle conseguenze, per l’Unione europea, dell’uscita del Regno Unito – nei prossimi giorni vedremo in che termini, con quali strascichi e quali basi per le relazioni future – fosse la perdita di un importante contrappeso all’egemonia tedesca. Non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche riguardo ciò che rappresenta Londra, con le sue secolari istituzioni, nella storia del costituzionalismo e della democrazia liberale, e come argine, con la sua cultura economica orientata al libero mercato e all’apertura commerciale, agli appetiti centralisti, burocratici e protezionisti di Bruxelles, Parigi e Berlino.

Mentre il presidente Trump muoveva i primi passi della sua guerra dei dazi contro Pechino, il Wall Street Journal avvertiva che la più grande minaccia agli interessi commerciali americani arrivava non dalla Cina, ma dalla Germania; e su The American Interest Walter Russell Mead trattava della “questione tedesca” mettendo in guardia dalla insostenibilità geopolitica delle politiche di Berlino. Nel luglio 2017, alla vigilia del G20 di Amburgo, che nei suoi auspici avrebbe dovuto rappresentare la consacrazione del ruolo di Berlino come alfiere del libero commercio e della globalizzazione contro le minacce protezionistiche trumpiane, la cancelliera Merkel si è trovata sul tavolo la seguente copertina dell’Economist: “Il problema tedesco. Perché il surplus commerciale della Germania fa male all’economia mondiale”.

Pochi giorni fa è tornato sull’argomento, anche lui su The American Interest, lo storico Jakub Grygiel, consigliere al Dipartimento di Stato nel biennio 2017-18, con un articolo dall’evocativo titolo “Germania: la minaccia pacifista”. La tesi è semplice: “Non fatevi ingannare dalla sua debolezza militare, la Germania esercita un enorme potere in Europa, e la Brexit non farà altro che accentuarlo”.

Grygiel sostiene che il principale problema dell’Europa non sia la “dissolutezza fiscale” degli stati mediterranei, o la riluttanza di quelli centro-orientali ad accettare la “progressiva uniformità” di Bruxelles, ma appunto la crescente influenza tedesca.

Le forze della geografia e della storia sembrano lentamente avere la meglio sui sistemi e le istituzioni che gli uomini hanno ideato per imbrigliarle. “Posizionata al centro della penisola euroasiatica – scrive Grygiel – attraverso la sua storia la Germania è stata o troppo debole per opporsi ad altre potenze che dilagavano nel continente, o troppo potente per essere contenuta dai suoi vicini”. Quella che lo storico britannico A.J.P. Taylor ha definito una “storia di estremi” (“nel corso di un migliaio d’anni i tedeschi hanno provato di tutto, tranne che normalità e moderazione”).

Il problema degli “eccessi” tedeschi non si è mai potuto risolvere dall’interno, ha invece richiesto un “attento bilanciamento” da parte delle altre potenze europee. La soluzione trovata dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale fu di “inchiodare la Germania in un’architettura a livello europeo”, prima limitata all’Europa occidentale, poi estesa, dopo il 1989, all’Europa centro-orientale, e originariamente pensata per rinsaldare di fronte alla minaccia sovietica quella fragile area uscita devastata dal conflitto. “L’auspicio – ricorda Grygiel – era che negli anni il progetto di integrazione europea avrebbe sia contenuto una crescente Germania, che rafforzato, per resistere alle pressioni e alle lusinghe della Russia”. L’Unione europea dunque come “meccanismo” da una parte per “bilanciarla”, dall’altra per “puntellarla”. L’obiettivo era “una Germania stabile e forte, ma non egemone e aggressiva nel cuore dell’Europa”.

E d’altronde bisogna ricordare che una Germania europea, non un’Europa tedesca, avevano in mente gli americani quando hanno sostenuto la riunificazione delle due Germanie, nonostante la contrarietà della Thatcher e le perplessità italiane e francesi. Una riunificazione che avveniva nel quadro di una duplice garanzia: l’appartenenza della nuova Germania alla Nato e alla cornice politico-istituzionale Ue che avrebbe preso forma con il Trattato di Maastricht. Dunque, all’interno di un ordine che avrebbe visto Berlino comunque in stretta partnership con i due vincitori occidentali della Seconda Guerra Mondiale: Stati Uniti e Regno Unito.

Negli ultimi decenni del secolo scorso, la Germania è stata infatti “un motore chiave dell’integrazione europea piuttosto che una forza destabilizzante. È stata parte della soluzione piuttosto che un problema”, osserva Grygiel. Oggi questa “benedizione geopolitica” potrebbe essere molto vicina alla fine. La Germania sta diventando un problema, “disancorata” dall’Europa. Tre i motivi. Primo, non è più “motore di integrazione, ma fonte di allarme e risentimento”, come mostrano le politiche di austerità imposte indiscriminatamente, e la sua stessa eccessiva disciplina fiscale fonte di ulteriori squilibri, e l’apertura unilaterale ai migranti durante la crisi del 2015, probabilmente tra i fattori decisivi della vittoria del Leave al referendum britannico di pochi mesi dopo. In una parola, si sta trasformando in un attore che destabilizza anziché stabilizzare l’Europa. E destabilizzare l’Europa significa, agli occhi di Washington, indebolire e destabilizzare l’Occidente.

Secondo, a parole dice di essere “per l’Europa”, ma nei fatti “sta perseguendo una politica estera che compromette la sicurezza di gran parte del continente”. Con il progetto Nord Stream 2, per esempio, lascia gli stati dell’Europa centro-orienatale esposti al ricatto energetico di Mosca e aumenta la dipendenza europea dal gas russo.

Terzo, dal punto di vista geopolitico e militare la Germania è ancora piuttosto “passiva”, certo, ma rappresenta una “pacifista pericolosa”, avverte Grygiel: “Troppo debole per guidare l’Europa provvedendo alla sua sicurezza, cerca l’appeasement con i suoi nemici, come Russia e Cina, permettendo loro di proiettare un’influenza sempre più grande sul continente”.

Dunque, la domanda che è sul tavolo a Washington, da ben prima che Donald Trump entrasse alla Casa Bianca, è: con la sua crescente influenza la Germania rappresenta, al pari di Cina e Russia, una sfida piuttosto che un asset per l’ordine politico ed economico occidentale a guida Usa?

Quella tedesca è l’economia più forte in Europa, anche grazie all’Ue e all’Euro che si sono dimostrati “strumenti della sua continua espansione, piuttosto che meccanismi in grado di mitigare gli effetti negativi delle sue dimensioni”. Il risultato è una Germania che “detta legge all’Europa”.

Attraverso l’Eurozona, Berlino si è costruita una sfera d’influenza, ma non solo economica. Disabituati a ragionare in termini strategici, i tedeschi probabilmente non ne colgono appieno il potenziale geopolitico. Ma le recenti affermazioni della Merkel sull’Europa che “deve fare da sola”, che non può più contare su Stati Uniti e Regno Unito come “alleati affidabili”, sono dei segni premonitori di una prospettiva che preoccupa Washington: che Berlino cominci a convincersi di poter diventare protagonista, alla guida di un’Europa unita, in un ordine mondiale ormai “post americano”. Quanto tutto questo sarebbe tollerabile? Sarebbe accettabile per gli americani, dopo aver vinto Seconda Guerra Mondiale e Guerra Fredda, prima salvandoci dal dominio nazista e poi difendendoci dalla minaccia sovietica, vedere l’Europa finire tra le braccia di Cina e Russia, suoi rivali strategici, o anche solo assumere una posizione di equidistanza tra Washington e Pechino?

La prospettiva di una Germania e di un’Europa sganciate dall’ormeggio americano e pronte a una navigazione autonoma sulla scena mondiale, la cui rotta verrebbe tracciata a Berlino (e Parigi) non è più fantapolitica, ma proietta di nuovo sul Vecchio Continente e sull’intero Occidente l’inquietante ombra della questione tedesca. L’idea che l’Europa possa e debba “fare da sola”, essere di nuovo padrona in termini strategici del suo destino, dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, presenta non pochi rischi, soprattutto guardando ai precedenti tentativi di creare un “grande spazio europeo” dominato dalla Germania. Siamo al cuore della “questione tedesca”.

La Brexit accentua ancora di più questa tendenza, dal momento che rimuove dall’Ue il contrappeso della seconda economia e della prima forza militare europea, la sua identità più occidentale e atlantica, nel senso di una cultura politica fondata sul primato dell’individuo sullo Stato. Il Regno Unito è stato storicamente un argine cruciale, combattendo per ben quattro volte nel corso dei secoli per impedire il dominio di una sola potenza sul continente europeo: contro la Spagna di Filippo II, l’Impero napoleonico e due volte contro la Germania, nella Prima e nella Seconda Guerra Mondiale.

Senza Regno Unito, l’Ue sarà ancor meno in grado di assolvere al suo ruolo di bilanciamento. Secondo Walter Russell Mead, i restanti stati membri non hanno più abbastanza potere da condizionare Berlino e indurla a ripensare la sua politica europea. Nemmeno la Francia, che rimasta l’unica potenza nucleare si candida alla guida della difesa comune, mentre la Germania si tiene ovviamente la guida economico-finanziaria, in una sorta di divisione dei compiti. Ma è un abbraccio, non un contrappeso, per provare a riequilibrare il rapporto. Gli altri dovranno vedersela da soli, avverte Grygiel, “a meno che non rafforzino il proprio ancoraggio agli Stati Uniti”. Alcuni, come la Polonia, lo stanno facendo. L’Italia, che per la sua attuale fragilità economica, finanziaria e politica, ne avrebbe necessità, sta perdendo anche questa occasione, nonostante la benevolenza dimostrata e i segnali lanciati da Trump.

“Con la Brexit – sottolinea WRM – svanisce la speranza più realistica di una soluzione europea alla nuova questione tedesca” e “la prospettiva di un cambiamento viene dall’esterno dell’Europa”. Ancora una volta il tema dell’egemonia tedesca, di un’Europa germanocentrica, rischia di essere affrontato con uno shock indotto dall’esterno del continente europeo, dagli Stati Uniti o da medie potenze quali Russia e Turchia.

L’attuale posizione dominante della Germania in Europa, e le politiche di Berlino che tendono a rafforzarla, “poggiano su basi insostenibili, al prezzo di una Unione europea sempre più instabile e divisa”. “Se Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell’opporsi al progetto tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dei Paesi europei, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può superare. Lo status quo – conclude WRM – non può durare, e più Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato”.

I politici europei dovrebbero ricordare, conclude Grygiel, e “velocemente, che la rotta della storia tedesca raramente conduce alla stabilità dell’Europa”.

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