
Partiamo dal titolo del film: quello italiano, La Grande Scommessa, era fuorviante. L’originale corretto era The Big Short: vuole dire grande vendita allo scoperto. Quella di Michael Burry non era certo una scommessa, piuttosto un’analisi precisa e totalmente contrarian della situazione del mercato dei mutui che gli permise di prevedere già nel 2005 il collasso dei subprime che sarebbe avvenuto tra il 2007 e il 2008.
Dai subprime alla bolla IA
Chi ha visto il film o letto il libro conosce la vicenda: Burry era corretto nelle analisi, ma troppo in anticipo. Negli anni prima del crollo i suoi investitori, vedendo i loro conti sanguinare mentre i prezzi delle case continuavano a salire, si ribellarono. Minacciarono cause legali. Richiesero rimborsi.
FBI e IRS avviarono indagini per capire se Burry stesse conducendo una frode elaborata, perché sicuramente nessuna persona razionale avrebbe mantenuto tali posizioni, né avrebbe potuto pensare che il mercato sarebbe crollato.
Burry ha sopportato cali del 18 per cento mentre il mercato cresceva. Ha ricevuto minacce di morte. Il suo matrimonio ne ha sofferto. Ma quando la crisi è finalmente arrivata ha raccolto 100 milioni di dollari personalmente, mentre il suo fondo ha fatto guadagnare a chi era rimasto il 489 per cento. E poi ha chiuso tutto.
Ora, 17 anni dopo, il pattern si ripete con una precisione inquietante. Questa volta nel settore della IA. Dove, come sappiamo, aziende come NVidia e Palantir hanno valutazioni stratosferiche. Ad esempio, Palantir viaggia oggi con price-to-earnings (P/E) oltre a 200 (qui). In altre parole, alla chiusura di venerdì il mercato stava pagando 220 dollari per ogni 1 dollaro di utili annui per azione. Una follia. Così come follia ci appaiono le critiche (proprio a Burry) del ceo Alex Karp, tutte da leggere (qui sul sito di Cnbc).
Cassandra Unchained
Ma cosa ha detto – anzi fatto – Burry? Questo il post su X di Burry (il cui handle è Cassandra Unchained) datato 12 novembre 2025. Dice: “io allora e oggi: (alla fine) ha funzionato, funzionerà”.
Il personaggio della foto ovviamente è l’ottimo Christian Bale che interpretava Burry in The Big Short. Dunque, Burry ha recentissimamente acquistato 50.000 contratti di opzioni put su Palantir Technologies, dandogli il diritto di vendere allo scoperto 5 milioni di azioni a 50 $ entro gennaio 2027.
Con Palantir quotata a 184 $, rappresenta la previsione di un crollo del 73 per cento di una delle aziende più celebrate dell’Intelligenza Artificiale. Il costo? Precisamente 9,2 milioni di dollari in premio, o 1,84 $ per contratto.
Cerchiamo di spiegare con un’analogia. Immaginiamo di pagare qualcuno per un “biglietto” che ci dà il diritto di vendere le azioni di un’azienda a un prezzo fisso, qualunque sia il valore di mercato. Ebbene, Burry ha appena acquistato 50.000 di questi biglietti (chiamati “opzioni put”) su Palantir Technologies. Ogni biglietto pagato 1,84 dollari gli dà il diritto di vendere, entro gennaio 2027, 5 milioni di azioni a $50 ciascuna.
Quanto vale oggi Palantir sul mercato? $184 per azione. In altre parole, Burry pensa che quel valore sia gonfiato e che il tempo gli darà (di nuovo) ragione. Per essere più precisi, pensa che il prezzo sia gonfiato di almeno il 73 per cento (e sottolineiamo almeno).
Per quanto riguarda invece NVidia, il 16 novembre Burry ha pubblicato questo grafico:
Dietro la narrazione trionfale
Leggendolo con calma si comprende quanto vuol dirci. In piena bolla tecnologica, come quella che stiamo vivendo oggi, le grandi aziende gonfiano a dismisura i propri investimenti in capitale (CapEx) per mostrare al mercato di essere proiettate verso il futuro. Esattamente come in passato.
Dietro la narrazione trionfale dell’“innovazione”, però, una fetta consistente di quei miliardi serve soltanto a sostituire hardware dalla vita brevissima o apparecchiature acquistate troppo presto e già obsolete. I chip per l’Intelligenza Artificiale, come gli H100 di Nvidia, perdono secondo molti valore competitivo in appena 12-18 mesi: un ciclo di obsolescenza mai visto prima in nessuna infrastruttura tradizionale. Per inciso secondo molti, ma non secondo Google, quantomeno non per gli equivalenti Google degli H100 che si chiamano TPU.
In ogni caso, le società che stanno investendo oggi in IA continuano a trattare questi asset come se durassero dai tre ai cinque anni, semplicemente perché le norme contabili lo permettono. Il risultato è che l’ammortamento dichiarato resta artificiosamente basso.
E non basta: se non ci saranno sviluppi tecnologici importanti e se gli americani non adotteranno la strategia cinese (che in qualche modo riesce a ottenere risultati eccellenti con modelli ridotti) questi nuovi datacenter continueranno come oggi a essere enormi consumatori di energia. Con la conseguenza di margini operativi decisamente ridotti e critici. Anche se – va specificato – il costo dell’inferenza (l’interazione con gli utenti) può anche essere abbassato (o annullato) utilizzando i device degli utenti stessi (come gli iPhone dotati degli ultimi processori).
La scommessa di Burry
Per sua stessa affermazione – ma soprattutto da documenti ufficiali depositati alla SEC – per ottenere questi 50.000 biglietti ha pagato $9,2 milioni, ovvero $1,84 per ogni contratto. Il potenziale ritorno se Palantir si avvicina allo zero? 240,8 milioni di dollari. Un payoff di 26‑a‑1 su ciò che equivale ad un Armageddon finanziario per il settore AI.
Ma non basta, c’è un colpo di scena, questo:
Il 13 novembre Burry ha chiuso il suo hedge fund, Scion Asset Management, dichiarando di liquidare i fondi e restituire il capitale, salvo una piccola trattenuta fiscale. Promettendo in un tweet oscuro nuovi sviluppi per il giorno 25 di novembre.
Ciò che rende dunque differente l’investimento in put da ogni altra scommessa ribassista tech è che questa volta il nostro eroe non aspetta di essere dimostrato corretto. Ha piazzato le sue scommesse, se n’è andato dalla tavola, e ha restituito il suo fondo per evitare la guerra psicologica che lo aveva quasi distrutto l’ultima volta che aveva avuto ragione. Come abbiamo trovato scritto da parte di un’importante blogger: questa non è una strategia di investimento. È la profezia di un uomo che non vuole più guardarla svolgersi.
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