Dazi, libero mercato e il colore del gatto

Una nuova utopia planetaria, globalizzazione e superamento degli stati nazionali, ha assolutizzato il mercato internazionale, che la Cina ha imparato a strumentalizzare per la sua politica di potenza

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trump dazi

Sui dazi alle importazioni negli Stati Uniti, prima minacciati con toni degni di Rodomonte e quindi contrattati con ragionevole buon senso con molti Paesi dall’amministrazione Trump si già detto molto, quasi tutto e il suo contrario: non entrerò quindi più di tanto nel merito delle misure annunciate e di quelle effettivamente applicate, anche se ritengo che esse stiano avendo un discreto successo quantomeno nel ridefinire i rapporti del resto del mondo con la più grande potenza commerciale e industriale del pianeta.

Dazi e liberalismo

Ciò che intendo proporre al lettore è più in generale la questione delle compatibilità dei dazi in genere con una visione liberale del commercio internazionale, o per essere più precisi la questione del rapporto tra liberalismo etico e politico, e liberismo economico assoluto. Se liberalismo e liberismo fossero coincidenti, come molti autorevoli studiosi e opinionisti sostengono, i dazi sarebbero necessariamente delle misure illiberali.

Personalmente però è proprio il carattere dogmatico di questa affermazione che non mi convince: a mio modesto parere un liberale non deve avere dogmi. O meglio i dogmi per un liberale devono essere considerati, riprendendo il senso originario della parola greca, come delle opinioni: il significato attuale del termine si affermò solo quando il cristianesimo diventò grazie all’azione dell’imperatore Costantino (274 – 337) una religio romana che non ammetteva più un pluralismo delle visioni della fede, un pluralismo che il cristianesimo ha recuperato solo in epoca moderna.

Per il pensiero liberale nessuna opinione deve essere assoluta, anche se tutte vanno prese sul serio e confrontate con l’esperienza pratica ed il buon senso, che rappresentano la via maestra per giungere a conclusioni fondate e “forti” in tema di principi sociali ed economici, come ha insegnato Adam Smith (1723 – 1790) che prima che il padre dell’economia politica moderna, è da considerarsi come uno dei maggiori teorici morali di ispirazione liberale.

Il dogma socialista

Per fortuna, oggi i dogmi religiosi riguardano, almeno nei Paesi occidentali, solo la coscienza individuale di chi si riconosce in essi e quindi sono sempre rispettabili. Ben diversa è la situazione con i dogmi politico-sociali, soprattutto con quelli che vogliono incarnare una società perfetta, che sarebbe compito degli esseri umani realizzare, un compito riguardo al quale quasi sempre non sono ammesse opposizioni e nemmeno diserzioni.

L’esempio storico più evidente è stato rappresentato, in un passato non troppo lontano, dal tentativo di costruire la società socialista in Unione Sovietica, dove l’intervento del potere pubblico basato sui piani economici quinquennali, oltre a pesantissime violazioni dei diritti umani determinò una situazione in cui a fianco ad una elevata tecnologia ad esempio in campo spaziale e militare, stavano le code della popolazione per procurarsi i generi di prima necessità con le tessere alimentari.

I Paesi del blocco comunista praticavano una rigida selezione nel commercio estero soprattutto verso gli odiati stati capitalisti, e gli scambi internazionali erano soggetti a tutta un serie di dettagliate regolamentazioni: erano ammessi solo quegli scambi ritenuti utili alla politica di potenza del partito unico. La radice del totalitarismo sovietico risiedeva proprio nello spirito dogmatico di cui si è parlato all’inizio, uno spirito dogmatico capace di inserirsi anche nelle concezioni più nobili (l’esempio delle religione cristiana è illuminante), e quindi capace di inserirsi anche nelle concezioni liberali, stravolgendone in parte la visione empirica del mondo e della società.

Una nuova utopia planetaria

Questo è ciò che è accaduto, a mio parere, con il concetto di “libero” mercato, in particolare con l’assolutizzazione del mercato internazionale, che ha preso piede dopo il crollo dei regimi comunisti ed ha rappresentato (e tuttora rappresenta) per molti la nuova utopia planetaria della globalizzazione senza i vincoli posti dagli stati, considerati (una curiosa analogia con il marxismo, forse frutto del comune dogmatismo) come un residuo del passato da superare quanto prima.

Chi crede, come il sottoscritto, alle verità concrete, frutto di valutazioni basate sull’esperienza degli errori passati viste alla luce di valori di libertà e di democrazia propri della civiltà liberale, anche se non fa fatica a riconoscere (e come si potrebbe fare altrimenti?) il valore fondamentale dell’economia di mercato basata sulla iniziativa individuale, non si sente però di assolutizzare il mercato, e in particolare (per quanto riguarda il nostro discorso) il libero scambio globale.

Se è vero infatti che la globalizzazione ha avuto effetti positivi eccezionali nel promuovere il benessere di intere popolazioni, è anche vero che gli scambi non regolamentati hanno creato situazioni di recessione ed hanno portato ad un declino economico e sociale in molti Paesi occidentali, compreso il nostro.

Questi effetti negativi si sono verificati perché il principio del libero mercato è stato imposto “dall’alto”, ancora una volta in base alle scelte delle élites politiche ed economiche (in particolare finanziarie), che paradossalmente hanno finito per ripercorrere modalità tipiche dell’interventismo del potere pubblico.

Parità di condizioni

Una visione realistica del commercio internazionale, non deve quindi a mio avviso essere pregiudizialmente contraria ai dazi imposti dal presidente Donald Trump, ma cercare di formarsi un’opinione sugli stessi (positiva o negativa che sia) in base alla situazione concreta e all’azione delle controparti alle quali i dazi vengono applicati, poiché come tutte le istituzioni umane, anche il sistema del libero mercato internazionale non è “senza peccato”.

Ovviamente in linea di principio, l’assenza di dazi, il libero commercio tra stati diversi è un’ottima cosa ed è fonte di sviluppo e di pace, ma come tutte le cose nobili, anche il libero commercio ha dei limiti, e questi consistono essenzialmente nel rispetto della tendenziale parità di condizioni tra gli stati che negoziano un accordo di libero scambio: in assenza di questa parità di condizioni, inevitabilmente il libero scambio penalizza indebitamente una delle parti.

Le distorsioni dell’Ue

Ad esempio, nell’ambito delle Comunità europee anteriori all’entrata in vigore dell’euro, l’unione doganale tra gli stati europei ha funzionato egregiamente, perché la diversità della struttura sociale e produttiva tra gli stati (ad esempio tra i Paesi nordeuropei e quelli latini) era compensata dalla politica monetaria flessibile lasciata ai singoli stati, che potevano orientarla al fine di attutire, tramite la svalutazione della propria valuta (come più volte fatto dal nostro Paese) gli squilibri determinati dai differenti tassi di inflazione dei diversi stati.

Con l’entrata in vigore della moneta unica, quest’ultima ha rappresentato invece un elemento di rigidità del sistema, che ha consentito ai Paesi nordici e soprattutto alla Germania di esportare i propri prodotti al di fuori dell’Unione europea avvantaggiandosi della maggiore competitività garantita da una minore inflazione non riequilibrata dalla svalutazione, con effetti distorsivi sul libero commercio intraeuropeo e con pesanti conseguenze per i Paesi latini, tra cui il nostro, ben peggiori di quelle che avrebbe prodotto una serie di dazi.

A questi effetti distorsivi si è unita la politica dogmatica (nel senso precisato) dell’Unione, appoggiata (ma si potrebbe dire guidata) dalla Germania di Angela Merkel relativa al libero mercato, una politica tanto rigida in astratto da richiedere agli altri Paesi (tra cui il nostro) il rispetto di parametri legati al mercato finanziario, in particolare a quello dei titoli pubblici, quanto flessibile in concreto grazie ad una disciplina della concorrenza a dir poco cervellotica fatta di regole, eccezioni, contro-eccezioni, deroghe per casi particolari e relative contro-deroghe.

Una regolamentazione quasi altrettanto minuziosa si applica ancora oggi nell’Unione europea a gran parte dei prodotti e delle merci americani, in forza di principi che oltreoceano non sono condivisi, come la riduzione delle emissioni di anidride carbonica o la tutela di prodotti locali legati a marchi e disciplinari non previsti in America: le ragioni di queste restrizioni si possono condividere o meno, ma resta il fatto che esse costituiscono a tutti gli effetti dei dazi verso i Paesi (come gli Stati Uniti) che non le applicano, anche se dei dazi non portano il nome.

La concorrenza sleale cinese

Gli effetti più negativi del dogma del libero mercato internazionale si sono avuti però, lungo tutti gli ultimi decenni, nel rapporto tra la Cina e i Paesi occidentali, in particolare tra la Cina e gli Stati Uniti. Anche in questo caso è stata decisiva una situazione di squilibrio economico a favore cinese, legata al costo del lavoro, basso e talora a livelli quasi di sussistenza in Cina, e invece alto nei Paesi occidentali, in particolare negli Stati Uniti.

In tal modo, approfittando del principio del libero commercio internazionale, la Cina ha “scippato” energie lavorative e interi settori industriali all’Occidente e agli Stati Uniti in particolare. I dazi di Trump (peraltro di recente concordati con le autorità cinesi) possono essere visti come una opportuna inversione di tendenza e non possono essere accusati di essere di per sé antiliberali.

Se è vero infatti che la conoscenza diffusa prodotta dal libero mercato molto spesso produce migliori risultati rispetto a quella su cui si basano le autorità pubbliche, è anche vero che a volte sono proprio queste ultime, soprattutto se democraticamente legittimate e sempre soggette alla responsabilità delle proprie decisioni, a sapere cogliere aspetti che non possono venire colti dall’insieme dei consumatori, come è accaduto nel caso delle restrizioni da parte del governo USA (iniziate già con l’amministrazione Biden) all’operatività del social network TikTok a motivo dei suoi legami con la proprietà cinese, che raccoglieva dati anche professionali relativi agli utenti ignari, compresi molti funzionari pubblici americani.

Si potrebbero fare molti altri esempi sui fallimenti del dogma del libero mercato internazionale: spero che quelli cui ho accennato siano sufficienti almeno per stimolare nel lettore una riflessione sulle differenze tra il pensiero liberale e i dogmi liberisti, e sul fatto che tutti i dogmi astratti devono sempre essere riportati alle realtà concreta. In caso contrario si corre il rischio che, come molte volte accaduto in passato, essi diventino degli strumenti di potere, in mano ad esempio alle potenze illiberali non occidentali.

Strumento di potere

A differenza dell’Unione Sovietica, che ripudiava il mercato, la Cina ha imparato a strumentalizzarlo, grazie ad un sistema che di libero ha ben poco, visto che in quel Paese la proprietà di tutti i beni è del partito e che i singoli imprenditori sono solo dei concessionari ai quali può esser revocato l’incarico e che possono essere espropriati dei loro utili ad arbitrio dei funzionari del partito stesso.

Con una battuta tipicamente orientale, il leader cinese Deng Xiaoping (1904 – 1997) colui che guidò il suo Paese verso l’ingresso nel mercato internazionale, affermò che “poco importa se un gatto è nero o bianco: l’importante è che prenda i topi”, intendendo che il fine ultimo era la politica di potenza economica del partito comunista, mentre la pianificazione di tipo sovietico o il libero mercato globale erano solo degli strumenti alternativi al servizio di tale politica.

Perché il mercato internazionale (ma il discorso vale anche per quello interno) non diventi uno strumento di potere di una qualche élite (comunista o finanziaria) è necessario a mio avviso che esso sia considerato un valore concreto, fondamentale per la nostra civiltà ma soggetto a limiti, e non un dogma astratto.

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