
Il 24 marzo 2025 Apple ha pubblicato una inusuale nota ufficiale che, in buona sostanza, chiede all’Unione europea di rivedere, se non abbandonare, il Digital Markets Act (DMA).
Una presa di posizione forte e davvero inattesa considerato che viene da un’azienda estremamente attenta al politicamente corretto e abituata a rispettare le leggi delle nazioni che ospita: come in Cina, dove ha eliminato dai propri store le applicazioni non apprezzate dal regime (WhatsApp e migliaia di giochi).
Cos’è il DMA
Il Digital Markets Act (DMA), introdotto dall’Unione europea nel 2022, è una regolamentazione che si vorrebbe volta a promuovere la concorrenza nei mercati digitali, mirando a limitare il potere delle grandi piattaforme tecnologiche definite come “gatekeeper”. Vengono fatti implicitamente i nomi: Apple, Google e Meta.
Il DMA impone obblighi come la condivisione di dati con terze parti, l’apertura a marketplace alternativi e la possibilità di sideload di app (installare applicazioni non presenti negli store ufficiali), con l’obiettivo – si dice – di favorire l’accesso al mercato per i concorrenti più piccoli.
Fin qui la teoria: la pratica, nell’esperienza di tutti noi, è piuttosto diversa. La più evidente è il diluvio di popup che quando apriamo un sito ci chiedono di accettare i cookies, fornendo una finta alternativa che in realtà li rende il più delle volte inutilizzabili.
La richiesta di autorizzare i cookies, nei desiderata dei burocrati europei, deve essere fatta ogni volta che ci si reca su un sito: se quattro volte al giorno mi reco su repubblica.it (cosa che non necessariamente raccomandiamo), per quattro volte scopriremo che siamo “liberi di rifiutare o revocare il consenso in qualsiasi momento”. In caso di revoca siamo liberi di pagare un abbonamento: tante belle libertà, “courtesy of the EU”.
Libero spionaggio
Il testo originale di Apple è a questo indirizzo. Leggendolo comprendiamo come, al contrario di quanto sostengono i difensori del DMA a Bruxelles, questa direttiva non ha liberato il mercato digitale da presunti monopoli, ma ha creato un mostro normativo che costringe aziende come Apple a cedere dati sensibili – dalle notifiche private alle cronologie WiFi – a terzi che ne fanno richiesta.
Lo ripetiamo perché riteniamo che finora la cosa non fosse chiara a nessuno: in base al DMA è possibile chiedere (e ottenere) da Apple e gli altri odiati “gatekeeper” l’elenco delle reti WiFi a cui si collega un determinato utente. Dunque spiarlo e conoscerne gli spostamenti.
Un ovvio invito ad azioni di profiling invasive, furti di identità e abusi, come evidenzia la stessa Apple nella sua nota, senza che la Commissione europea consideri privacy e sicurezza come motivi validi per opporsi.
Funzionalità in ritardo
Altro effetto perverso del DMA: in Europa non abbiamo accesso a funzionalità innovative quali la traduzione da una lingua all’altra in tempo reale sui nostri auricolari o la creazione di riassunti scritti a partire da un video YouTube.
Neppure si capisce quali siano le regole che sarebbero infrante. Apple spiega che questo è il risultato di un linguaggio forse volutamente fumoso. Nessuna regola chiara, lasciando spazio di fatto dei capricci della Commissione, espressi in forma di “interpretazioni”.
Norme anti-Usa
L’obbligo di condividere questi dati, i divieti e gli ostacoli, abbiamo detto, solo estesi solo a determinate società: Alphabet (Google), Amazon, Apple, ByteDance (proprietaria di TikTok), Meta (Facebook e Instagram) e Microsoft.
Esclusi dunque Samsung, Alibaba (con i suoi modelli di Intelligenza Artificiale ormai al pari con ChatGPT), Huawei eccetera. Piccole società, indubbiamente. Esclusa anche l’europea Spotify: una scelta ben precisa, considerato che si tratta del leader mondiale della musica in streaming e ormai anche del podcasting.
Tutto questo è in gran parte merito di Margrethe Vestager, la ex commissaria europea “alla concorrenza”, socialista che evidentemente considerava che la concorrenza non consistesse nel rendere le aziende europee più forti, ma nel rendere quelle statunitensi più deboli.
Piccolo problema: l’Europa è nel panorama mondiale sempre meno rilevante e questo tipo di approccio non ha fatto che portare possibili gemme europee verso l’irrilevanza. Un esempio clamoroso, il mancato supporto al motore di ricerca francese Qwant, recentemente divenuto anche sistema di Intelligenza Artificiale:
Il mancato supporto è un vero peccato, in quanto la IA francese incorpora già alcune idee di monetizzazione che non abbiamo visto in alternative quali Perplexity e Gemini.
Conclusioni
In conclusione, ci sentiamo di affermare che non c’è bisogno di costringere aziende a condividere tecnologie proprietarie, non c’è bisogno di imporre regole asimmetriche per “aprire” un mercato che già funziona. E in ogni caso non ci riusciremmo: come è ormai chiaro a tutti, i giochi si stanno facendo, dall’automotive alla IA passando per i satelliti, tra Stati Uniti e Cina.
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