
Operation Epic Fury. Così è stata battezzata in codice, dagli Usa, l’operazione di bombardamento estensivo dell’Iran, dopo due mesi di forte tensione e dopo otto mesi dalla fine della Guerra dei 12 Giorni. Come allora, il grosso del lavoro viene svolto dall’aviazione di Israele: Leone Ruggente, questo è il nome in codice dato da Gerusalemme all’attacco aereo.
Cambio di regime
Non ci troviamo semplicemente di fronte alla seconda fase di quel breve conflitto, volto al rallentamento/distruzione del programma nucleare iraniano. Questo attacco segna l’inizio di qualcosa di diverso, più vasto e profondo: un’operazione di cambio di regime.
Lo suggerisce la scelta degli obiettivi. Lo dice a chiare lettere lo stesso Donald Trump, nel suo primo discorso dopo l’inizio delle operazioni militari. Il regime è il problema. Lo scopo è dare l’opportunità al popolo iraniano di liberarsene.
Operazione congiunta
Da un punto di vista militare, sulla base di quel che si sa nel momento in cui questo articolo va online, Epic Fury è la prima vera e propria operazione congiunta di Usa e Israele. Nella precedente operazione, Midnight Hammer, il bombardamento americano dei siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, gli Usa erano intervenuti con un’azione a parte, per porre un “sigillo” ad un conflitto condotto interamente dall’aviazione israeliana.
Le bombe perforanti sganciate nella notte del 22 giugno 2025, avevano effettivamente posto fine al conflitto entro 24 ore. Questa volta, invece, israeliani e americani cooperano sin da subito. I preziosi (e rari) caccia F-22 decollano da basi aeree in territorio israeliano: anche questa è una prima volta in assoluto.
L’aviazione statunitense si sta concentrando sui bersagli militar-industriali: siti nucleari, basi missilistiche, rampe di lancio e basi dell’esercito, della marina e dell’aviazione. Israele sta invece colpendo gli obiettivi “politici”: punta all’eliminazione fisica dei vertici iraniani, l’ayatollah Alì Khamenei (incerta la sua sorte, mentre questo articolo va online), il presidente Masoud Pezeshkian e i vertici della Guardia Rivoluzionaria.
L’attacco è avvenuto in pieno giorno, nella tarda mattinata di sabato, senza neppure cercare la copertura della notte per il primo colpo: ulteriore umiliazione per la difesa aerea iraniana, ormai impotente di fronte alla superiorità aerea israeliana e statunitense.
La rappresaglia iraniana
La rappresaglia iraniana, però, non si è fatta attendere: una serie di lanci di missili, non solo su Israele, ma anche su tutti gli alleati arabi degli Usa. Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania sono stati tutti bersagliati dai missili a medio raggio iraniani, così come le città israeliane di Tel Aviv e Haifa. Anche l’Arabia Saudita, secondo testimonianze locali, sarebbe stata colpita, anche se da Riad non è ancora giunta alcuna conferma ufficiale.
Mentre questo articolo va online, le vittime si riducono a un morto ad Abu Dhabi, zero vittime negli altri paesi colpiti. La stragrande maggioranza degli ordigni iraniani è stata intercettata prima di colpire il bersaglio.
Così facendo, l’Iran ha realizzato i Patti di Abramo sul campo di battaglia. Anche Paesi recalcitranti come l’Arabia Saudita o apertamente contrari all’adesione, come il Qatar, si trovano a combattere dalla stessa parte di Israele contro l’Iran, coordinando le loro difese. Dura la reazione politica saudita contro la rappresaglia iraniana, Riad condanna la “plateale violazione” della sovranità dei paesi del Golfo e della Giordania. Anche il Qatar, sponsor dichiarato di Hamas, ora si riserva il diritto di reagire all’Iran “nei limiti del diritto internazionale”.
Da un lato, l’Iran ha realizzato quel che minacciava da subito: in caso di attacco, tutta la regione sarebbe stata coinvolta, nessuno si sarebbe trovato al riparo. Comprensibile, dal punto di vista iraniano. Ma così ha trasformato un conflitto limitato di due potenze occidentali contro il regime di Teheran, potenzialmente molto impopolare in tutti i Paesi arabi, in un conflitto regionale in cui si contrappongono regni sunniti alla repubblica rivoluzionaria sciita.
Il regime dei mullah ha aperto due nuove dimensioni del conflitto, quella dello scisma islamico (sciiti contro sunniti) e quella della forma di regime (rivoluzionario contro monarchico) che rendono paradossalmente più probabile il cambio di regime in Iran. Nell’immediato, infatti, meno Stati della regione saranno disponibili a far da mediatori, proprio perché minacciati direttamente da un nemico religioso e sistemico.
I negoziati sul nucleare
Lo scopo finale non è più solo la distruzione del programma nucleare e missilistico iraniano. Quello scopo, infatti, è stato oggetto di negoziati in tutti gli otto mesi seguiti alla Guerra dei 12 Giorni. Il breve conflitto di giugno, infatti, ha inflitto un danno grave, ma non definitivo, alla corsa iraniana verso l’arma nucleare.
Vuoi per carenza di intelligence, vuoi dando per scontato che l’Iran, dopo il colpo ricevuto, avrebbe rinunciato di sua sponte al programma, Trump era convinto che Teheran potesse giungere a un accordo, più vincolante ancora rispetto a quello sul nucleare firmato a Vienna da Barack Obama nel 2015.
Mentre la marina e l’aviazione americane, da gennaio ad oggi, accumulavano forze nel Golfo (2 portaerei nucleari, 13 caccia lanciamissili, 3 fregate da combattimento litoraneo, 30 F-35 e 10 F-22 con base a terra, oltre a una settantina di aerei più vecchi, fra F-16, F-15 e A-10), i negoziati sul nucleare non si sono mai fermati.
I due negoziatori inviati da Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff, hanno, prima, ventilato la possibilità di un accordo simile a quello di Obama: consegnare le scorte di uranio arricchito a un Paese terzo, come la Russia, rinunciare al resto. Poi, vista l’intransigenza iraniana, man mano che la minaccia militare aumentava contro l’Iran, hanno alzato la posta: “arricchimento zero”, dunque rinunciare al programma di raffinazione dell’uranio, utile alla costruzione di armi atomiche.
Ma anche negli ultimi due round di colloqui a Ginevra, hanno sbattuto contro un muro. Trump si è trovato di fronte ad un regime sordo alle minacce e alle blandizie. Ne è rimasto sinceramente stupito, come raccontava Witkoff ai microfoni di Fox News: il presidente americano non sapeva spiegarsi come mai Teheran non volesse cedere, nemmeno di fronte alla minaccia dell’uso di una forza preponderante.
Il problema è il regime
Che cosa abbia spinto i vertici islamici iraniani a tirare dritto fino alla guerra, lo spiegava bene il mediorientalista americano Harold Rhode nella sua intervista rilasciata a Fiamma Nirenstein, il 23 febbraio:
Qui ci sono due elementi. Uno, è quello degli interessi mostruosi costruiti in questi anni a suon di miliardi sottratti al popolo, esportati, accumulati che il potere non vuole perdere, e che riguarda una larga parte della piramide sciita. E poi c’è una piccola percentuale di ayatollah molto potente che pensa anche che provocare una conflagrazione sia un fatto positivo perché questo porterà alla venuta del profeta, il Mahdi, che sconfiggerà l’Occidente intero, fino a Roma e a New York, e quindi li porterà alla vittoria… Questi, vogliono la guerra.
Così, evidentemente, Trump è giunto alla conclusione che il problema non sia solo il programma nucleare e missilistico dell’Iran, ma il regime stesso.
Per 47 anni il regime iraniano ha gridato Morte all’America e ha condotto una campagna senza fine di spargimenti di sangue e omicidi di massa contro gli Stati Uniti, le nostre truppe e persone innocenti in molti, molti Paesi.
Trump sa di parlare a un’opinione pubblica tendenzialmente isolazionista, che non ammetterebbe una guerra combattuta o rischiata per conto di qualcun altro (Israele, in questo caso), per questo ha modulato il suo discorso in modo tale da sottolineare la pericolosità del regime iraniano per gli americani stessi:
Le forze iraniane hanno ucciso e mutilato centinaia di militari americani in Iraq. Negli ultimi anni, i rappresentanti del regime hanno continuato a lanciare innumerevoli attacchi contro le forze americane di stanza in Medio Oriente, nonché contro navi militari e mercantili statunitensi e navi commerciali internazionali.
Lo scopo è la fine del regime e dei suoi pasdaran.
Ai membri della Guardia Rivoluzionaria Islamica, alle forze armate e a tutta la polizia, stasera dico che dovete deporre le armi e godrete della completa immunità, altrimenti andrà incontro a una morte certa. Infine, al grande e orgoglioso popolo iraniano, dico stasera che l’ora della vostra libertà è vicina. Rimanete al riparo. Non uscite di casa. Fuori è molto pericoloso. Le bombe cadranno ovunque. Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo. Sarà vostro, questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni.
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