
Il caso Pizzaballa si è chiuso con un accordo con le autorità israeliane sbloccato dal presidente Herzog e dal premier Netanyahu. Già nella serata di domenica lo stesso Pizzaballa era intervenuto per ridimensionare l’incidente, dovendo ammettere che era ben consapevole delle disposizioni restrittive in vigore e della risposta negativa della polizia, arrivata il giorno prima, alla sua richiesta di accesso alla chiesa del Santo Sepolcro in deroga ad esse.
Un caso creato ad arte
La Città Vecchia e i luoghi sacri, Muro del Pianto incluso, sono chiusi ai fedeli di tutte le religioni – ebrei, musulmani, cristiani – per motivi di sicurezza, considerata anche l’assenza di rifugi e l’impossibilità di accesso dei mezzi di soccorso. Inoltre, nei giorni precedenti era stata presa di mira dai missili iraniani e il frammento di un missile era caduto proprio sul tetto della chiesa del Santo Sepolcro – senza che si scatenassero reazioni così sdegnate nei confronti di Teheran (così come non se ne ricordano per i cristiani massacrati dai jihadisti in Africa o quando furono vietate le messe di Pasqua nel 2020 durante il Covid).
Ecco perché quella del cardinale Pizzaballa appare una forzatura deliberata, al modo della “Sumud Flotilla”, per creare il caso mediatico e politico. Tra l’altro, dopo il diniego della polizia avrebbe potuto rivolgersi all’ufficio del premier per ottenere una deroga, anziché contattare subito i media.
Un caso cercato e ottenuto dal cardinale in kefiah, che non esita a manifestare le sue posizioni critiche nei confronti di Israele in ogni circostanza possibile. E viste le reazioni, e i post di controllo del danno di due importanti personalità politiche della destra cristiana Usa come l’ambasciatore in Israele Mike Huckabee e il senatore Ted Cruz, viene il sospetto che lo scopo fosse anche quello di minare il sostegno Usa all’alleato in tempo di guerra.
Due rischi per il governo Meloni
Non può dirsi chiuso invece il caso che riguarda la reazione del governo italiano. Facile comprendere le ragioni, direi auto-evidenti, per cui un governo di centrodestra di un Paese cattolico, per di più appena uscito da una sconfitta elettorale, accusato dalla sinistra (ingiustamente) di essere appiattito sulle posizioni di Trump e Netanyahu, abbia ritenuto di protestare in modo così veemente con le autorità israeliane.
Ci preme però qui porre l’attenzione su due rischi che vediamo nelle attuali tendenze di politica estera del governo Meloni che sembrano emergere dalle reazioni al caso Pizzaballa ma anche dalla posizione sulla guerra in Iran.
Un terreno scivoloso
Quanto alle prime, i toni particolarmente astiosi nei confronti di Israele, l’omissione del fatto – fondamentale per una corretta contestualizzazione – che le restrizioni per motivi di sicurezza riguardano i siti sacri di tutte le religioni, e i riferimenti espliciti alla libertà religiosa, come se in Israele non fosse garantita, hanno avuto l’effetto di inquadrare falsamente il diniego di accesso a Pizzaballa come una prova della persecuzione dei cristiani da parte di Israele.
Un terreno molto scivoloso, soprattutto per un governo di centrodestra, perché la narrazione secondo cui Israele perseguita i cristiani, alimentata cinicamente dalla sinistra e dagli islamisti, è tra le favorite dell’estrema destra antisemita, non solo italiana ma anche americana (da Tucker Carlson a Bannon per intenderci), e di frange minoritarie ma non trascurabili del mondo cattolico. Da eventuali rigurgiti in questo senso il centrodestra avrebbe solo da perdere.
Distanziamento da Trump e Netanyahu
Al di là del caso Pizzaballa, vediamo il rischio, nei prossimi mesi, di un progressivo e ulteriore distanziamento del governo Meloni da Trump e Netanyahu nel tentativo di recuperare qualche voto. Ma questo non farà che offrire benzina alla narrazione anti-trumpiana e anti-israeliana della sinistra, mentre non c’è nulla che il centrodestra possa fare per scrollarsi di dosso l’accusa di essere “servo” degli Usa e di Israele, essendo essa strumentale tanto quanto l’accusa di “fascismo”.
Tra l’altro, anche l’alibi di aver perso il referendum per colpa di Trump e della guerra al regime iraniano è smentito dagli stessi sondaggi interni. La svolta a favore del “No” è avvenuta nella seconda metà di febbraio, negli stessi giorni in cui, proprio mentre lo stadio andava riempiendosi, la campagna per il “Sì” latitava sul terreno di gioco.
Vuoto di narrazione
Gli elettori di centrodestra ancor meno di quelli di sinistra sono propensi a votare sui temi di politica estera, ma quello che è accaduto in questi tre anni è che lasciando campo libero alla narrazione anti-trumpiana e anti-israeliana della sinistra, straripante sui media mainstream, senza contrapporvi una narrazione alternativa, senza offrire una cornice interpretativa propria degli eventi internazionali, è andato crescendo un senso di smarrimento nell’elettore di centrodestra, che ha favorito la penetrazione delle accuse della sinistra, basate come sappiamo su autentiche bufale, sia sul conflitto mediorientale che sulla politica dell’amministrazione Trump.
Sarebbe un errore strategico cedere ancor di più il terreno a quella narrazione, perché così facendo il governo Meloni perderebbe anche il già debole ormeggio a due leader di destra che piaccia o meno stanno ridefinendo gli equilibri di potere globali a vantaggio dell’Occidente, nel caso di Trump costringendo l’Europa a quei cambiamenti interni e di postura internazionale che sono non da oggi auspicati dal centrodestra e dai suoi elettori – e sicuramente nell’interesse nazionale dell’Italia. Immigrazione ed energia, per citare solo due degli ambiti di cambiamento più importanti.
È stata proprio questa la principale mancanza dei leader e dei partiti di centrodestra: non aver voluto, per scarso coraggio o convinzione, o non essere stati in grado di spiegare ai loro elettori quanto le politiche e l’approccio, certo ruvido, dell’amministrazione Trump potessero essere funzionali al cambiamento che cercavano in Europa. Il paradosso è che ora che l’Europa in quella direzione si sta muovendo, il governo italiano sta capitalizzando pochissimo in termini di consenso.
Non si vota sui temi di politica estera, ma se manca un racconto coerente dei principali eventi internazionali da parte del governo Meloni, o peggio quel racconto finisce per essere una versione appena meno radicale di quello della sinistra, non crediamo sia possibile recuperare molti consensi.
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