
Abbiamo scritto della crisi francese, l’ultima volta un anno orsono, il 4 settembre. Ma, francamente, in quell’articolo c’era tutto ciò che occorreva sapere. Sicché, è con un poco di personale soddisfazione che riprendiamo oggi quel filo.
La giostra di Macrone
Spiegavamo che a Macrone interessava anzitutto restare in carica sino a scadenza, nel maggio 2027. Nonostante egli non controlli una maggioranza nella Camera bassa del Parlamento, l’Assemblea nazionale. Aggiungevamo che, per farlo, egli si sarebbe appoggiato ad un proprio uomo col cuore a sinistra; dipoi ad un proprio uomo col cuore a destra; infine, alle brutte, avrebbe nominato un “tecnico competente”, minacciando di proclamare lo stato di emergenza o chissà che altra maledizione.
Tutto ciò si sta, sin qui, realizzando. Visto che siamo già alla seconda crisi di governo post-elettorale: dopo Barnier, oggi cade Bayrou. Ai quali pare seguirà un terzo fusibile, dal nome oggi oggetto di un totocalcio che tanto ci ricorda la nostra Prima Repubblica (al limite, lo stesso Bayrou).
Una condizione economica pietosa
Entrambi i primi due fusibili si sono scontrati con l’iceberg del debito e del deficit francesi. Che sono debito e deficit esteri, anzitutto. Ancorché, tutti fingano parlando esclusivamente di debito e deficit pubblici.
Parimenti all’Italia del 2011, la Francia di oggi è confrontata da un debito estero netto pari al 20 per cento del Pil. Alimentato da un deficit commerciale verso l’estero anche maggiore di quello nostro dopo il 2008. Condizioni che, da anni, sappiamo avrebbero imposto un rientro. Non sapevamo quando, ma oggi lo sappiamo: il rientro deve cominciare adesso.
La Cura Monti
Due sono i modi per rientrare da un elevato debito e deficit estero: il primo è la svalutazione esterna, ma bisogna disporre di una propria divisa nazionale e la Francia non ne dispone. Il secondo è la svalutazione interna: ridurre drasticamente i consumi interni, attraverso una politica fiscale restrittiva, unita ad un collasso del credito, alla maniera che fecero Monti & Draghi da noi, dal 2011.
Ricorderà il lettore che l’austerità di Monti non risanò affatto i conti pubblici, anzi il rapporto debito/Pil non fece altro che crescere. Ma fu molto efficace nel far collassare i consumi interni, dunque le importazioni. E, per tale via, fu molto efficace nel cominciare a sanare il deficit verso l’estero. Politica di svalutazione interna, da quel giorno nota anche come Cura Monti.
Dopodiché, a prolungare tale effetto, provvide Bce: prima non comprando BTP (il whatever-it-takes non venne mai messo in atto), poi procurando una crisi bancaria solo-in-Italia proprio mentre partiva il QE. In tal modo, garantendo che la discesa dei tassi del BTP non si trasmettesse all’economia reale: che gli aggregati creditizi italiani siano, da allora, sostanzialmente stabili non è per errore, ma per disegno.
Col bell’effetto, che il debito estero netto italiano pari al 20 per cento del Pil si è trasformato in un credito netto pari al 15 per cento del Pil: un miglioramento pari al 35 per cento del Pil. Una cifra enorme, a segnare il clamoroso successo della Cura Monti … al piccolo prezzo di subire 15 anni di stagnazione: non per errore, ma per disegno.
A meno che non accada un miracolo
Ora tocca alla Francia. Quale destino sia riservato al futuro terzo governo di questa legislatura, è oggetto delle speculazioni di tutti. Naturalmente, è sempre possibile che si produca un miracolo, fra i tre teoricamente possibili. Il primo miracolo sarebbe che, in questo Parlamento, un nuovo governo trovi una maggioranza stabile e disposta a sacrificarsi sull’altare della Curà Montì.
Il secondo miracolo sarebbe che Macrone accetti di andarsene, convocando nuove elezioni presidenziali e legislative, consegnando così il potere alle destre e che queste, poi, facciano loro ciò che non avrà voluto fare il vecchio Parlamento. Il terzo miracolo sarebbe che Macrone prima, o le destre poi, escano dal dannato Leuro e facciano una svalutazione esterna: risparmiando alla Francia i disastri che ha subito l’Italia.
A favore del terzo miracolo militano la pietà umana, il buon senso economico, il sovversivismo innato dei Galli, nonché l’interesse americano. Quest’ultimo ultimamente espresso dal Dipartimento al commercio, quando accusa l’intera Leuropa di condurre precisamente quella stessa svalutazione interna, che la sola Francia ora vivrebbe moltiplicata per 10.
Ma Macrone, sin qui, ha mostrato di essere non uomo di miracoli, quanto di disastri. Semmai, a noi persuade lo scenario accennato da Le Figaro: un governo lentamente formato, che lentamente scrive una nuova Legge finanziaria e velocemente se la fa bocciare. Più o meno, verso gennaio o febbraio. Ponendo le condizioni per la proclamazione dello stato d’emergenza: ciò che, costituzionalmente, consentirebbe a Macrone di governare senza il Parlamento.
Lo Stato costituzionale d’urgenza
Il particolare strumento a disposizione, è lo Stato d’urgenza, art. 16 della Costituzione della V Repubblica. Esso, per la parte che ci interessa, recita:
quando … l’esecuzione degli impegni internazionali sono minacciati in maniera grave ed immediata e il regolare funzionamento dei poteri pubblici costituzionali è interrotto, il Presidente della Repubblica adotta le misure richieste dalle circostanze.
Laddove, le regole di bilancio leuropee certamente sono impegni internazionali. E la mancata approvazione della Legge finanziaria certamente manifesta una interruzione del regolare funzionamento dei poteri pubblici costituzionali. Tali atti sono puramente presidenziali, nemmeno debbono essere controfirmati dal primo ministro.
Tali poteri presidenziali ed il loro rinnovo dipende esclusivamente dal volere del Consiglio costituzionale (la locale Corte costituzionale), composta da gente sulla quale Macrone sembra poter fare affidamento.
Le misure richieste e la Troika
Peggio ancora, l’unico limite alle “misure richieste dalle circostanze” è che esse siano “ispirate dalla volontà di assicurare ai poteri pubblici costituzionali … i mezzi necessari per provvedere ai loro compiti”. Il che non esclude affatto: né una manovra finanziaria draconiana, né anche profonde riforme legislative.
Senza definitivamente escludere nemmeno riforme costituzionali: ancorché poi senz’altro da sottoporre a referendum. Sul modello di ciò che fece De Gaulle, nel 1958.
Di fronte ad un simile ventaglio, è prudente immaginare che tali “misure richieste dalle circostanze” verrebbero dettate dalla Troika (Bce-MES-FMI), in cambio dell’attivazione di quel whatever-it-takes che nemmeno l’Italia ha mai attivato: ossia, l’acquisto di titoli francesi. La quale Troika non potrà che pretendere il collasso dei consumi interni francesi, perché quella è l’unica politica economica che le consentono i Trattati. E solo grazie ad una loro manifesta sovra-interpretazione in quanto la loro lettera non consentirebbe nemanco questo: bensì il mero default stile Grecia.
Dopodiché, l’accordo con la Troika diverrebbe un nuovo impegno internazionale il quale, a sua volta, giustificherebbe il perpetuarsi o il riattivarsi dello Stato d’urgenza. Sino a trasformare la Repubblica francese in uno Stato francamente autoritario.
Conclusioni
Un brutto sogno? Può darsi, lo speriamo. D’altronde, abbiamo ben scritto che può sempre accadere un miracolo, anzi uno di tre possibili miracoli. Ma, in difetto di miracolo, il brutto sogno potrebbe non essere peggiore di ciò che realmente aspetta la Francia al risveglio, nei tempi che stanno venendo.
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