De-escalation Usa-Cina, ma la crisi conferma la dipendenza da Pechino

Stress test fallito, la stretta cinese sulle esportazioni di terre rare ha evidenziato la vulnerabilità dell'industria occidentale e ridotto le opzioni di Trump. Il suicidio Ue con l'elettrificazione forzata

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trump jinping

Accordo fatto. Tutto risolto, quindi, tra Stati Uniti e Cina? Nient’affatto. Quello annunciato ieri via social dal presidente Donald Trump è un accordo di de-escalation commerciale tra le due superpotenze. Mancano solo le firme di Trump e del presidente cinese Xi Jinping. Lo stesso presidente Usa ne ha sintetizzato i termini nel suo post:

La Cina fornirà tutti i magneti e i minerali rari necessari. Allo stesso modo, forniremo a Pechino ciò che è stato concordato, compresi i visti agli studenti cinesi che utilizzano i nostri college e le nostre università (cosa che mi è sempre andata bene).

Per quel che riguarda i dazi, sembrano confermati i livelli concordati nelle settimane scorse a Ginevra: dazi Usa al 55 per cento (il 30 che si aggiunge al 25 adottato da Trump durante il suo primo mandato), dazi cinesi al 10 per cento.

“Il presidente Xi e io lavoreremo a stretto contatto per aprire la Cina al commercio americano. Sarebbe una grande vittoria per entrambi i Paesi”, ha aggiunto Trump in un successivo post.

Non solo dazi

Ma non è solo questione di dazi e deficit commerciale, al centro dei negoziati le “dipendenze reciproche”, materie prime e tecnologia.

Secondo il Wall Street Journal, Pechino avrebbe accettato il ripristino temporaneo delle licenze per l’esportazione di terre rare ai produttori statunitensi, sebbene con scadenza a sei mesi, per tutelarsi nel caso in cui le tensioni commerciali dovessero riaccendersi. Minerali fondamentali per la produzione di veicoli elettrici, turbine eoliche, elettronica di consumo e attrezzature militari. In cambio, secondo le fonti citate dal quotidiano finanziario, gli Usa avrebbero accettato di allentare alcune recenti restrizioni sulla vendita alla Cina di prodotti quali motori a reazione e parti correlate, nonché l’etano, un componente del gas naturale importante nella produzione di materie plastiche.

“Non daremo alla Cina i nostri migliori chip”, ha assicurato ieri il segretario al commercio Howard Lutnick in un’intervista a Cnbc parlando dell’accordo raggiunto a Londra, mentre Pechino “approverà tutte le domande di magneti presentate dalle aziende americane”.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent, appena rientrato dai negoziati, ha esortato Pechino a “correggere la rotta” per stabilizzare la propria economia e riequilibrare la bilancia commerciale con Washington. Testimoniando davanti alla Commissione Finanze della Camera, ha osservato che la Cina “ha un’opportunità unica per stabilizzare la propria economia, passando da un eccesso di produzione ad una maggiore domanda interna”. Ma dovrà dimostrarsi un “partner affidabile”. Se Pechino, ha aggiunto, “rispetterà gli impegni assunti nell’accordo commerciale preliminare delineato il mese scorso a Ginevra”, Usa e Cina potranno riequilibrare le loro relazioni commerciali.

L’amministrazione Trump si tutela con i dazi al 55 per cento, ma di concreto porta a casa i soliti impegni che i comunisti cinesi hanno già in passato disatteso.

Stress test fallito

Ma ciò che qui ci preme più sottolineare è che lo stress test a cui stata sottoposta l’industria Usa – e di conseguenza occidentale – durante il braccio di ferro dei dazi non ha fornito indicazioni rassicuranti. Si può dire che sia stato un test utile per verificare il grado di dipendenza dalle materie prime esportate dalla Cina e, quindi, della nostra resilienza. Ma il test non l’abbiamo passato.

La rappresaglia cinese che ha preso la forma di ostacoli e rallentamenti alle esportazioni di terre rare ha dimostrato che siamo messi peggio di quanto temessimo.

Non ha torto l’Economist quando osserva che Pechino “esercita una potente morsa sull’America. Era noto negli ambienti industriali, ma forse non pienamente compreso nello Studio Ovale”. Gli ultimi due mesi sono stati un “test delle armi”, che ha dimostrato “la potenza degli strumenti di coercizione economica della Cina”.

Né l’America né la Cina sono in grado di sconfiggere il loro avversario economico. Ciascuna rimane dipendente dall’altra, seppur in modi diversi. Questa realtà, sempre chiara alla Cina, dovrebbe ora essere evidente a entrambe le parti. Nessuna delle due otterrà una vittoria decisiva.

Se il settimanale britannico lo annuncia al mondo quasi compiaciuto, noi ne siamo piuttosto preoccupati. Sbaglierebbe chi fosse tentato di gioirne solo per motivi di lotta politica, solo perché Trump si è dovuto fermare, si è visto costretto a deporre l’ascia di guerra e a raggiungere un accordo con Pechino. L’America è l’arsenale – militare e tecnologico – delle democrazie e non vediamo cosa ci sia da festeggiare nel constatare la sua (e nostra) estrema dipendenza dalle materie prime cinesi, forse ancora più grave della dipendenza dal gas russo.

Con il 61 per cento della produzione mondiale e il 92 per cento della raffinazione, Pechino “domina il mercato delle terre rare, cruciali per auto, chip e armamenti, dandole un vantaggio nella guerra commerciale con gli Usa di Trump”, concludeva anche il Telegraph qualche giorno fa.

In risposta ai dazi Usa del 2 aprile aveva imposto restrizioni all’export di terre rare verso gli Usa. Il 9 maggio, grandi case automobilistiche come General Motors e Toyota hanno avvertito la Casa Bianca di imminenti tagli alla produzione senza un allentamento delle restrizioni cinesi.

Situazione “allarmante” anche per l’industria tedesca, segnalava Der Tagesspiegel. “Senza terre rare, settori come automotive, robotica e difesa potrebbero fermarsi”, avvertiva Wolfgang Niedermark, presidente della Confindustria tedesca, evocando una “crisi dei metalli” simile alla crisi energetica del 2022. La dipendenza dalla Cina è “sistemica”.

La vulnerabilità occidentale

Dopo i negoziati di Ginevra, Pechino ha ripreso alcune esportazioni, ma introducendo un nuovo sistema di licenze che inasprisce i controlli e richiede complesse autorizzazioni, rallentando le forniture, con ritardi di circa 45 giorni. Trump a quel punto ha accusato i cinesi di violare l’accordo e la situazione si è sbloccata solo dopo i negoziati di Londra.

Ma appunto, si è visto come la dipendenza dalle terre rare cinesi abbia in definitiva spuntato le armi di Trump. Entrambe le parti avevano bisogno di un accordo, ma Xi ha dimostrato di avere, ahinoi, il coltello dalla parte del manico. La crisi ha evidenziato la vulnerabilità dell’industria occidentale e l’urgenza di diversificare le fonti di approvvigionamento.

Questo dovrebbe indurci a vedere sotto una luce diversa l’urgenza e la veemenza con cui il presidente Trump ha posto le questioni Groenlandia, Ucraina e Panama. Lo status quo non è un’opzione.

Come ha di recente osservato Gianclaudio Torlizzi sul Giornale, l’obiettivo di Pechino rimane quello di impedirci di fare scorte di terre rare tenendoci sul filo della sopravvivenza.

La strategia di Pechino è tanto raffinata quanto brutale: da un lato, inondare i mercati occidentali con veicoli elettrici e ibridi a basso costo, dall’altro stringere il controllo su minerali strategici come titanio e tungsteno e terre rare utilizzate per la produzione dei magneti necessari a far funzionare oltre alle auto elettriche anche pannelli solari, pale eoliche e apparecchiature militari.

Nonostante questi minerali non siano poi così “rari”, “la catena di approvvigionamento è fortemente concentrata in Cina, che rappresenta circa il 70 per cento della produzione mineraria globale e circa il 90 per cento della produzione di raffinati”.

Il nuovo sistema di licenze per l’esportazione delle terre rare introdotto da Pechino minaccia di strangolare l’industria occidentale, non solo dell’auto, come segnalato dal Telegraph.

Stretta prima dei dazi

Ma occhio, Torlizzi ci fa notare come le restrizioni di Pechino sulle esportazioni di materie prime siano iniziate “già nell’estate 2023 e pertanto non imputabili esclusivamente ai dazi imposti da Trump”. L’analogia su cui richiama la nostra attenzione dovrebbe farci sobbalzare: “Così come Mosca aveva iniziato a limitare l’export di gas mesi prima l’aggressione russa dell’Ucraina, Pechino sta attuando lo stesso processo di militarizzazione, facendo leva sulla leadership nel comparto delle materie prime”.

Da tutto ciò si dovrebbe comprendere ancora meglio come l’elettrificazione forzata verso cui l’Unione europea appare ancora lanciata a tutta la velocità, senza una propria filiera di approvvigionamento, comporti enormi rischi geopolitici, alimentando una seconda dipendenza strategica, dopo quella dal fossile.

Per “evitare la distruzione della nostra industria”, conclude Torlizzi, “occorre sospendere sine die il Green Deal, estendere il muro del protezionismo anche ai prodotti finiti (dall’auto agli elettrodomestici) e sviluppare contestualmente un piano per la costruzione di impianti di raffinazione di metalli sparsi per l’Europa. Un piano di azione necessario non solo per riprendere in un secondo momento il tema dell’elettrificazione, ma anche per garantire il buon esito del piano di ripristino della capacità produttiva in ambito militare”.

In breve: il Green Deal è incompatibile con la salvaguardia della nostra capacità industriale e con qualsiasi piano di riarmo.

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