
Tractent fabrilia fabris. Se per gli antichi romani, l’esortazione rivolta ai fabbri di occuparsi esclusivamente del ferro era misura di buon senso, oggi sempre più ci stiamo abituando a farci insegnare qualcosa da chi non abbia titolo a farlo. La moda attuale, e speriamo che rimanga soltanto una moda, è quella di divulgare con disinvoltura un verbo che si conosce poco o niente del tutto.
Esperti della domenica
Ciò che maggiormente stupisce è riscontrare con quanta leggerezza un fatto di cronaca o un evento geopolitico venga illustrato da emeriti incompetenti ad un popolo che, oltre che bue, evidentemente ritengono anche privo della capacità di approfondire su altre fonti o anche solo leggere un libro che tratti quella materia. Il principio sembrerebbe essere questo: “Io pontifico della Palestina senza avere nemmeno quel minimo sindacale – come si diceva una volta – di conoscenza geografica e storica della Terra Santa, perché l’importante è orientare i miei lettori contro Israele”. Ciò fatto, cazzata più, cazzata meno…
Le vicende della interminabile guerra tra arabi ed israeliani, in corso da millenni, sono soltanto la punta dell’iceberg di una narrazione parziale e scorretta di vicende che affondano le loro radici nell’odio (cominciamo a chiamare le cose coi loro nomi) che divide quei popoli da sempre. Ma cosa fanno i media e i sapienti? Versano fiumi d’inchiostro su ciò che è considerato politicamente corretto sostenere come unica via d’uscita da quella guerra: la pacifica coesistenza tra due popoli sovrani che con grande fairplay ed altrettanto fulgido spirito ecumenico.
La retorica dei “due stati”
Due popoli che si lanciano vicendevolmente missili e bombe di vario genere da molti decenni, senza che vi sia né l’intenzione né, soprattutto, la possibilità pratica di farli pacificamente convivere sui medesimi territori. Questa la premessa. Ma sciorinare la patetica storiella dei “due popoli in due stati sovrani” fa tanto figo ed è così a buon prezzo, soprattutto quando tale prezzo lo pagherebbero popolazioni con le quali i “grandi solutori mondiali” non hanno dimostrato finora tanta voglia di fraternizzare. Lo dice la storia. Prendetevela con essa.
Il fatto è che si parla a vanvera stando a molte migliaia di chilometri di distanza dai luoghi dove si scannano a vicenda, distanza che diventa siderale per chi abbia avuto la fortuna di non aver provato sulla propria pelle cosa sia il razzismo vero (dalle nostre parti attribuito a cretinate di nessun conto pronunciate da qualcuno o, al massimo, per la pubblicità della carta igienica o di un sapone). Che vi sia un lavaggio del cervello in corso (e a qualcuno serve per giustificare addirittura l’esistenza di formazioni politiche che altrimenti avrebbero la rilevanza della squadra di calcio parrocchiale) nessuno può negarlo.
Da sempre l’uomo cerca di spiegare l’inspiegabile e già dalla notte dei tempi si cerca di dare un nome ed un’essenza all’ignoto e questa è la base di ogni religione, ma il vero paradosso è che in questa società del terzo millennio, praticare una qualsiasi religione è certamente considerato dai più come una colpa, perché “quelli che hanno studiato” la riducono a mera superstizione estrinsecata attraverso riti quasi tribali che fanno a cazzotti con la società digitale.
Due popoli in due Stati, così sentiamo immaginare la soluzione di uno dei più pericolosi conflitti attuali, quello mediorientale. Inutile nascondersi dietro al dito: quando due popoli confinanti credano in valori molto diversi, inconciliabili e reciprocamente intolleranti come quelli di religione musulmana contrapposti a quelli di religione ebraica o cristiana, se ci si perda nei distinguo di comodo (quelli dei “diversi contesti”) o nelle gratuite asserzioni dei liberali da strapazzo che tutto ammettono finché non siano toccati in casa loro, non si caverà un ragno dal buco.
Soltanto chi non abbia occhi per leggere né memoria per quanto accaduto persino in un passato recentissimo può ipotizzare che prevarrà la reciproca tolleranza. La politica dello struzzo smemorato non è ammissibile. Sono chiacchiere, sia detto con chiarezza.
Pacifismi di maniera
Quando non si sta bene si va dal medico. E cosa dovrebbe fare questo poveraccio? Dedicare dieci sedute per disquisire sulle possibili cause del nostro malessere (al netto delle indispensabili premesse anamnestiche e genetiche) o, più utilmente alleviare il nostro dolore e provare subito (e non in un futuro indefinito) una cura per eliminare o mitigarne le cause? È davvero scoraggiante constatare come gli analisti della domenica pretendano di far cessare guerre che vanno fermate con urgenza, e lo si intenda fare con soluzioni prive di effetti collaterali, rigorosamente incruente e spalmate nell’arco di almeno un decennio.
Fa sorridere vedere il presidente degli Stati Uniti d’America illustrare come (lui) vorrebbe trasformare Gaza (con tanto di plastici alla Bruno Vespa e rendering da architetto paesaggista) una volta finita una guerra che non ha la possibilità reale di far cessare immediatamente (come aveva incautamente promesso al mondo) e che non ci ha dato prova di sapere di preciso come fermare.
D’accordo, già dalla sua fondazione, Israele si è dimostrato un osso durissimo per le grandi potenze mondiali e, in sostanza, la simbiosi mutualistica tra Washington e Gerusalemme non è mai stata proprio granitica finora e sarebbe irrealistico pensare che possa esserlo in futuro, almeno fino al punto di mettere a rischio equilibri interni che i leader di quei Paesi hanno storicamente al primo posto dei loro programmi.
Se, poi, rivolgessimo lo sguardo più a nord e volessimo analizzare quale possa essere il ruolo delle superpotenze o quello della quasi irrilevante Europa, come stiamo facendo proprio in questi giorni, la situazione cambierebbe di poco. Per nostra sfortuna, parlo degli europei, abbiamo perso l’intero Dopoguerra a discettare se nei cannoni (americani) avessimo fatto meglio a metterci dei fiori o delle caramelle, strizzando l’occhio ad un pacifismo di maniera che, non dimentichiamolo, costituisce ideologicamente l’ossatura portante della sinistra europea gretina e sempre propensa ad innamorarsi delle cause ideali dei più lontani popoli al mondo.
Perché, questa la cruda sostanza, berciare nelle piazze infantili frasi a effetto rimanendo col culo al caldo è facile e gratuito (quando non sia addirittura retribuito). E, intanto, anche il pacifista più estremo è stato fino adesso protetto dalle armi americane, quale che fosse il presidente, pagate dlin dlin dal popolo americano.
L’asimmetria tra Putin e Zelensky
E poi c’è Vladimir Putin, che continua imperterrito a fare ciò che ha fatto sempre, ossia ciò che vuole, incurante dell’immenso danno militare, economico e d’immagine che arreca al suo Paese, pur di non arretrare d’un millimetro dai suoi propositi iniziali (che sfacciatamente ora ci gabella come concessioni per un’improbabile pace). Ma i nostri sapientoni arrivano alla comica finale, immaginando un presidente Zelensky dotato di grande peso politico internazionale, non vedendo del tutto la realtà delle cose.
Sappiamo che l’Ucraina è, grosso modo, due volte l’Italia e che può, con qualche approssimazione, dirsi la più grande nazione europea dopo la Russia. Ma dovremmo anche considerare che senza gli Usa e senza i più importanti Paesi europei sarebbe durata in guerra un mese.
Siamo, in sostanza, tirati a mezzo da una nazione, benché vicina, con la quale non abbiamo un granché da spartire se non per il suo gas e per il suo grano che, beninteso, contano molto, ma pur sempre trattasi di un Paese ex (ma non troppo ex) comunista che vorrebbe entrare nella Nato (fondata per proteggerci dal comunismo) visto che nell’ex paradiso sovietico non si sta così bene e che il padrone di casa non è tanto generoso con i concittadini di Volodymyr. Non ci bastasse la Turchia, avanti anche con l’Ucraina nella Nato! Che figura faremmo, altrimenti?
Vi sarebbe, a questo punto, da osservare che nella guerra russo-ucraina da una parte v’è chi vuole riportarli ai tempi della Grande Russia e per farlo non sembra lesinare bombe sui civili ed i più cruenti sistemi bellici (che in Europa avevamo letteralmente dimenticato), mentre, dall’altra parte vi è un politico non di mestiere che sta difendendo l’incolumità del suo Paese brutalmente aggredito dai russi e lo fa col cappello in mano. Che, poi, la guerra sia cosa sporca e disumana per qualsiasi parte la combatta, non devo essere io a ricordarlo.
Ma rimane, comunque, l’asimmetria delle forze in campo e l’unico esito probabile pare quello della sconfitta militare dell’Ucraina il giorno in cui America ed Europa la lasciassero da sola. Certo, potrebbe anche accadere che, a forza di centinaia di migliaia di morti e impoverimento energetico, organizzativo e quanto a risorse belliche, prima o poi, lo zar Putin crolli, magari con un colpo di mano interno (cose già viste in Russia), ipotesi che aprirebbe la strada a molte varianti tutte potenzialmente molto pericolose per la pace non soltanto in Ucraina, ma nessuno di noi ha la sfera di cristallo in mano.
Vaneggiamenti europei
E nel frattempo che si fa in Europa? Si vaneggia di esercito europeo, di contingenti di peacekeeping e tutto l’armamentario para-diplomatico che già abbiamo visto in altri conflitti sparsi in Medio Oriente, nei Balcani, in Africa, nessuno dei quali è veramente finito per intervento dell’Onu.
A proposito di Onu: sorge il dubbio che detta faraonica organizzazione sia ormai unicamente intenta a dimostrare al mondo di esserci ancora e di servire a qualcosa, cosa del tutto smentita dai fatti. Irrilevante, ancor più di un’Europa accomunata soltanto dalle piazzate più o meno violente di inconsapevoli ragazzini pseudo-comunisti nelle piazze.
Mandassimo a casa tutti i politici europei che hanno malmenato tamburi, suonato fischietti sfiatati e financo vuvuzelas, si assottiglierebbe non poco la pletora dei privilegiati sempre pronti a scaldarsi per la libertà altrui. Non accadrà, anzi, sempre più resteremo il convitato di pietra, per non dire quello col cerino in mano, impotenti e indignati spettatori di quanto combinano quelli a cui i nostri fischietti e bandieroni fanno un baffo e che la guerra la fanno con i soldati e le armi vere.
Ma l’importante è spendere milioni per dire che la guerra è la peggiore delle cose, che le popolazioni stremate dalla guerra fanno pena e che vanno aiutate, che bisogna costruire ponti (tranne quello che piaceva a Berlusconi, da non farsi soltanto per ciò) invece che erigere dei muri e che tutti i bambini al mondo non hanno colpa alcuna. Lo dicevano già negli anni ‘70 i fumanti cantautori pauperisti e pacifisti americani, per intenderci, quelli tutti diventati miliardari e proprietari di ville blindate, dalle quali ogni tanto ancora escono, rifatti e strafatti per partecipare (a pagamento) a qualche kermesse sulla pace per Gaza, ma solo se c’è “gente bella” e tenendosi a distanza di almeno diecimila chilometri.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).