E se la Russia si disgregasse? L’ipotesi provocatoria ma suggestiva di Etkind

Non sarebbero i governi stranieri gli artefici, anzi sarebbe un enorme problema per l’ordine internazionale, sia per alleati che per avversari

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La politica non è una scienza e le previsioni sul futuro delle nazioni sono quasi sempre destinate ad infrangersi contro il muro della realtà. Tuttavia esistono tendenze che servono agli studiosi per individuare elementi comuni a determinati processi storici.

Se la Russia è “un rebus avvolto in un mistero dentro ad un enigma”, la sua vicenda può essere vista come una successione di fasi espansive e contrattive, che hanno determinato di volta in volta l’entità della sua natura imperiale. In un breve ma provocatorio articolo pubblicato sulla rivista online Desk Russie, lo storico e politologo Alexander Etkind ipotizza la prossima frammentazione (leggasi dissoluzione) della Federazione Russa in seguito all’avventura bellica di Vladimir Putin.

Per alcuni si tratterà di fantapolitica, ma anche la fine dell’Unione Sovietica era considerata tale da quasi tutti i sovietologi più accreditati solo pochi anni prima che avvenisse. Ed è indubitabile, comunque la si pensi, che la guerra scatenata contro l’Ucraina sta cambiando profondamente e forse definitivamente la percezione che il resto del mondo ha della Russia e che la Russia ha di se stessa.

L’articolo avrebbe necessitato uno sviluppo più ampio, dal momento che alcune affermazioni risultano apodittiche e non compiutamente argomentate (Etkind merita certamente un’intervista di approfondimento). Ma è possibile identificare alcuni passaggi interessanti che invitano a riflessioni ulteriori sulle conseguenze del conflitto in corso.

“La Russia non è per sempre”

Prima di tutto rileva il passaggio da una prospettiva di possibile fine regime a una di disgregazione dello Stato russo nella sua forma attuale. Se già la prima è considerata da molti wishful thinking o eresia (quando Biden ne ha fatto cenno è stato sommerso da improperi), la seconda è direttamente un argomento tabù nel contesto degli studi delle relazioni internazionali.

Come si può pensare che un domani la Russia non esista più? Come non farne derivare conseguenze nefaste per i già precari equilibri continentali, anzi trans-continentali? L’idea della Russia come nazione indispensabile è fortemente radicata tra gli osservatori, soprattutto tra gli esponenti della cosiddetta scuola realista. Eppure anche lo storico della Guerra Fredda e professore al Kissinger Center for Global Affairs, Sergey Radchenko, nel commentare proprio il pezzo di Etkind riconosce che “la Russia non è per sempre”.

La Russia ha già vissuto diverse metamorfosi che ne hanno evidenziato un’intrinseca instabilità: prima l’Impero zarista nelle sue varie incarnazioni ed estensioni territoriali, poi la gabbia di popoli sovietica, infine la Federazione Russa, la cui trentennale esistenza non è mai stata minacciata né da fattori esterni né da rivolte interne. Fino ad oggi. L’unico vero pericolo per la sopravvivenza della Russia come la conosciamo è costituito, secondo Etkind, proprio dalla natura del regime putiniano.

Una guerra di frustrazione

La disintegrazione dell’Unione Sovietica, processo traumatico ma sostanzialmente pacifico nel suo sviluppo progressivo, ha però dato origine a una reazione ideologica di carattere revanchista: “l’orgoglio ferito e le ambizioni abortite hanno provocato una violenza differita”. La guerra in Ucraina è l’estrinsecazione di questa frustrazione storica, di cui Putin si è fatto interprete tragico.

Il revanchismo ha prevalso sulla prudenza, sulla ricerca di relazioni amichevoli con l’estero vicino, e ha prodotto una deflagrazione tipica degli imperi in decadenza. Etkind non lo dice espressamente ma le guerre russe del ‘900 seguono questo stesso schema: 1905 (Giappone), 1914-1918 (Brest-Litovsk), 1980 (Afghanistan), tre date che indicano un declino incipiente e aprono la strada a profondi cambiamenti di regime.

Un anacronismo storico

La falsa Federazione Russa è in un questo senso un anacronismo storico, tenuto insieme – più che dalla volontà della parti che la compongono – da un’atavica tendenza all’autoritarismo e alla repressione delle aspirazioni all’indipendenza dei suoi territori. Ma “l’era degli imperi è finita da tempo”, avverte Etkind. Se la “decolonizzazione” fu il processo caratteristico del XX secolo, con la nascita di entità statuali di carattere nazionale o federale, questo sviluppo non ha avuto luogo in Russia, dove un centro politico dominante si è sempre imposto senza opposizione apparente alle periferie.

La Russia ha perso l’impero sovietico ma ha mantenuto la struttura imperiale all’interno. La guerra di Putin – aggiungo qui una mia considerazione – è anche un tentativo di esportare la violenza latente verso territori non russi: il fine ultimo è salvare non solo il regime ma la stessa esistenza del Paese nella sua configurazione attuale, o aumentata. Da questa tensione costante – e qui mi ricollego al pensiero di Etkind – nascerebbero le prospettive di disintegrazione descritte nell’articolo.

Un enorme problema

Come già nel caso dell’Unione Sovietica, non sarebbero i governi stranieri gli artefici di un possibile smembramento: anzi, la fine della Russia sarebbe vista come un enorme problema per l’ordine internazionale, sia dagli alleati che dagli avversari. Etkind specifica che non auspica il collasso della Federazione Russa, semplicemente si limita a prevederlo.

Un articolo provocatorio, più convincente nelle premesse (la probabile crisi sistemica del regime dovuta alla guerra) che nelle conclusioni. L’autore non chiarisce in che modo si verificherebbe l’annunciata disgregazione, quali sarebbero i meccanismi istituzionali o fattuali attraverso i quali potrebbe realizzarsi. Né specifica che ruolo avrebbero i governi regionali, i cittadini, le stesse strutture del potere centrale.

Poco realistici, almeno allo stato attuale, sembrano anche il ritorno dei territori acquisiti dalla Russia dopo la Seconda Guerra Mondiale alle entità nazionali originarie o un nuovo Trattato di Versailles per ridefinire l’architettura politica della piattaforma eurasiatica.

Ma, al di là dei dubbi e delle probabilità, si tratta comunque un’eventualità che merita di essere presa in considerazione: da quando i lettori distratti o in malafede di Fukuyama hanno decretato la fine della storia, la storia non ha mai smesso di ricominciare.

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