Egitto e Giordania chiudono ai profughi, perché da noi deve entrare chiunque?

Loro possono rifiutarsi e nessuno li condanna, noi dovremmo accogliere tutti, finti profughi e irregolari. Eppure il rischio terrorismo c’è: come riprendere il controllo

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Esistono due validi motivi per cui Egitto e Giordania rifiutano di aprire i loro confini ai rifugiati palestinesi di Gaza.

I timori di Egitto e Giordania

Quello “ufficiale”, che i due governi citano soprattutto a beneficio delle loro opinioni pubbliche, e cioè il timore che poi Israele non consenta il ritorno dei profughi nelle loro terre, rendendo di fatto impraticabile la soluzione “due popoli due stati”. Una preoccupazione comprensibile, visto il peso del tema “diritto al ritorno” nelle rivendicazioni arabo-palestinesi.

E c’è poi il motivo semi-ufficiale, finora quasi sussurrato, cui invece accennano nei colloqui con i leader occidentali, e riguarda il tema della sicurezza: temono di importare terrorismo e instabilità. E cioè che la presenza di profughi palestinesi sul loro territorio possa favorire il radicamento di organizzazioni terroristiche come Hamas, che poi trasformerebbero il loro Paese in una base per attacchi contro Israele.

In breve, non vogliono Hamas, temono di fare la fine del Libano, che rischia costantemente di essere trascinato in una rovinosa guerra con Israele dalle milizie filo-iraniane Hezbollah. E lo fanno capire, lo dicono apertamente in questi giorni.

Re Abdallah

In particolare la Giordania ha una storia traumatica di non integrazione e di instabilità. Ricordiamo che il padre dell’attuale Re di Giordania rischiò il trono e fu costretto a reprimere duramente e a cacciare i terroristi palestinesi che erano diventati uno stato nello stato.

Quando il Re Abdallah è stato interrogato sul no ai rifugiati da Gaza, in conferenza stampa con il cancelliere tedesco Olaf Scholz, ha spiegato, parlando “anche a nome dei nostri amici in Egitto”, che “questa è una linea rossa, perché penso sia il piano di alcuni dei soliti sospetti per tentare e creare di fatto problemi sul terreno”.

Al-Sisi

“Rifiutiamo lo sfollamento dei palestinesi dalle loro terre”, ha ribadito il presidente egiziano al-Sisi, “non permetteremo che la questione palestinese venga liquidata”.

Ma ha anche spiegato che trasferirli nel Sinai “significa trasferire anche l’ideologia e i combattenti della Striscia nel Sinai, che diventerebbe così una base da cui partono attacchi terroristici contro Israele, allora Israele sosterrebbe di avere il diritto di difendersi e di colpire i territori egiziani”. E questo metterebbe in pericolo la pace con Israele, che “abbiamo a cuore” e su cui, ricorda il presidente egiziano, “abbiamo investito molto negli ultimi decenni”.

Doppio standard

Motivazioni più che fondate quelle di al-Sisi. E però, non possiamo non chiederci come mai Egitto e Giordania possono rifiutarsi – per motivi di sicurezza dal nostro punto di vista legittimi – di accogliere profughi di guerra e nessuno si indigna, nemmeno la minima critica viene sollevata da media internazionali, ong, governi e dalle Nazioni Unite, i quali invece ammoniscono continuamente Paesi come l’Italia sull’obbligo di accogliere anche chi scappa non dalla guerra ma dall’ira dei suoceri.

I doveri dell’Onu

Dal segretario Onu Antonio Guterres e dal commissario dell’UNHCR Filippo Grandi sono arrivati in questi giorni moniti al rispetto del diritto internazionale umanitario. Non all’indirizzo del Cairo e di Amman, ma di Israele. Preciso dovere dell’Onu e delle sue agenzie, in questa situazione, sarebbe invece aiutare e assistere l’evacuazione dei civili da Gaza, esigere dall’Egitto l’accoglienza dei profughi, non fare politica. Il dubbio, altrimenti, è che anche l’Onu abbia come scopo provare a far ricadere la responsabilità di vittime civili su Israele.

La guerra in casa

Si dà il caso che anche i Paesi europei abbiano legittimi e fondati motivi di sicurezza, come dimostra il tragico attacco di Bruxelles di lunedì, che suggeriscono una stretta almeno sui finti rifugiati. Abbiamo importato non gente che scappava dalla guerra, ma gente che ci porterà la guerra in casa.

Il “nomadismo” europeo del terrorista, Abdessalem Lassoued, è emblematico, la sua storia sembra scritta a tavolino da un perfido sovranista per sostenere l’equazione immigrazione – rischio terrorismo: sbarcato a Lampedusa nel 2011, dopo la richiesta d’asilo fa perdere le sue tracce, ma resta per un decennio in giro per l’Europa senza averne diritto, espulso dalla Svezia torna in Italia, dove nel 2016 viene identificato dalla Digos di Bologna che lo inquadra come radicalizzato per aver espresso la volontà di aderire alla Jihad. Da allora fino alla strage di Bruxelles sono trascorsi ben 7 anni.

Riprendere il controllo

Ma non è qualcosa che si può risolvere proibendo manifestazioni e bandiere, intaccando la libertà d’espressione. Dobbiamo riprendere il controllo su chi può entrare in Europa e chi no. Lo fanno tutti, anche Egitto e Giordania, persino nei confronti di profughi conclamati verso i quali è indubbio l’obbligo di accoglienza secondo le convenzioni internazionali, mentre noi dovremmo prenderci tutti, finti profughi e irregolari?

“Bisogna fare di più sui rimpatri”, si svegliano ora Ursula Von der Leyen e la commissaria Johansson. No, bisogna eseguirli i rimpatri. Chi viene espulso da un qualsiasi Paese Ue non deve potersi trasferire in un altro, ma essere accompagnato fuori dall’Unione. A cominciare, come ha proposto Daniele Capezzone, dai soggetti che le nostre intelligence già oggi hanno inquadrato come “radicalizzati”, perché non è un caso che sempre da tali soggetti “già noti alle autorità e segnalati” arrivi l’attacco terroristico. E se non c’è accordo con i Paesi di provenienza, si devono poter trattenere a tempo indefinito.

Ma non basta, dobbiamo recuperare il pieno controllo su chi entra. A livello nazionale, se a livello europeo non ci si mette d’accordo. Ragionare su sospensioni temporanee dell’ingresso anche di rifugiati da determinati Paesi, i quali come detto spesso non scappano dalle guerre ma ce le portano in casa, e su travel ban temporanei sull’esempio di quello introdotto da Donald Trump nel 2017.

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