Escalation retorica di Trump: attacco imminente o pressione per la resa?

Prima il rientro anticipato dal G7 in Canada, poi le dichiarazioni a bordo dell'Air Force One e infine una serie di post dai toni sempre più minacciosi fino alla richiesta testuale di "resa incondizionata"

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Prima il rientro anticipato dal G7 in Canada per una riunione con il consiglio di sicurezza nazionale, accompagnato dal suggerimento di “evacuare tutti Teheran” e da una smentita diretta al presidente francese Emmanuel Macron, che aveva spiegato la sua partenza con una proposta di cessate il fuoco tra Iran e Israele (“si sbaglia”, qualcosa di “molto più grande“). Poi, le dichiarazioni di Donald Trump ai giornalisti a bordo dell’Air Force One: “Non sto chiedendo un cessate il fuoco, stiamo valutando qualcosa di meglio di un cessate il fuoco”, precisando di voler vedere “una fine, una vera fine, non un cessate il fuoco”, una “resa totale” da parte dell’Iran.

Infine, una serie di post sui social, in cui ha ricordato – anche a beneficio di Tucker Carlson e dell’ala isolazionista MAGA – di aver più volte ripetuto che l’Iran “non può avere l’atomica” e che Teheran “avrebbe dovuto firmare l’accordo” per evitare il peggio, ma non l’ha firmato, seguiti a stretto giro da altri post dai toni più minacciosi fino alla richiesta testuale di “resa incondizionata“:

Ora abbiamo il controllo completo e totale dei cieli sopra l’Iran. L’Iran disponeva di buoni sistemi di tracciamento aereo e di altre armi difensive, e in abbondanza, ma non sono paragonabili alla roba ideata, progettata e costruita in America. Nessuno la fa meglio dei cari, vecchi Usa”.

Sappiamo esattamente dove si nasconde il cosiddetto “Leader Supremo”. È un bersaglio facile, ma lì è al sicuro. Non lo elimineremo (non lo uccideremo!), almeno non per ora. Ma non vogliamo che i missili vengano lanciati contro i civili o i soldati americani. La nostra pazienza sta per esaurirsi.

Le ipotesi

Evidente una escalation di segnali da parte di Trump che indicano una possibile azione militare Usa contro l’Iran, avvalorati dallo schieramento nella regione di più aerei da combattimento Usa, riportato da Reuters, e dalla notizia che il presidente starebbe considerando uno strike. Altro che il cessate il fuoco anticipato da Macron, “in cerca di pubblicità”.

L’escalation retorica del presidente potrebbe avere lo scopo di aumentare la pressione su Teheran fino alla rinuncia totale del nucleare, oppure anche di preparare l’opinione pubblica ad un’azione militare diretta degli Stati Uniti a supporto dell’operazione israeliana.

Potrebbe trattarsi in questo caso della decisione di utilizzare la bunker buster bomb, per chiudere definitivamente il programma nucleare iraniano, distruggendo il sito sotterraneo di Fordow, la “montagna sacra”, che Israele da solo non sarebbe in grado di raggiungere. Il presidente “potrebbe decidere di dover adottare ulteriori misure per porre fine all’arricchimento iraniano”, ha scritto poche ore fa il vicepresidente J.D. Vance su X.

Oppure, sebbene più improbabile, nonostante Trump si sia sempre detto contrario alle politiche di “regime change”, vedendo una opportunità storica potrebbe essere tentato di dare la spallata finale al regime iraniano. Lo vedremo.

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