Genocidio e carestia, ecco l’origine delle ultime bufale contro Israele

Altro che "massimi esperti", un'associazione tutt'altro che scientifica e un rapporto pieno di inesattezze (tra le fonti Francesca Albanese). Tutti i 12 bambini "simbolo" della fame a Gaza hanno patologie gravi

6.4k 19
francesca albanese gaza

L’Associazione Internazionale degli Studiosi del Genocidio (IAGS) ha votato una risoluzione che accusa Israele di aver commesso un genocidio nella sua guerra contro Hamas. Era la conferma che molti media internazionali attendevano. Visto? Anche i “massimi esperti di genocidio nel mondo” confermano che Israele ne sta commettendo uno a Gaza. Bene. Peccato che sia la conferma di un bel niente.

Lo IAGS era un’organizzazione sconosciuta prima che votasse questa risoluzione. Quando i media israeliani, incuriositi da questa ennesima condanna del loro Paese, hanno iniziato a rovistare nel suo sito, hanno scoperto che si tratta di un’organizzazione molto meno che accademica o scientificamente affidabile. Secondo lo stesso sito è “aperta a chiunque sia interessato”, non ne fanno parte solo accademici, membri di Ong e agenzie internazionali o ricercatori che hanno lavorato sul campo, ma anche “artisti” e “attivisti”, cioè politici.

La risoluzione IAGS

La composizione dello IAGS è un aspetto, ma anche prendendo per buona la sua presentazione, anche assumendo che sia un organismo composto da veri esperti di genocidio, la modalità con cui è stata votata questa risoluzione è preoccupante.

Una ricercatrice, membro dell’IAGS, Sara Brown, autrice di Gender and Genocide in Rwanda, ha pubblicato su X che la leadership dell’organizzazione ha impedito ai membri di presentare commenti critici sulla risoluzione prima del voto. “Ci era stata promessa un’assemblea pubblica, pratica comune per le risoluzioni controverse”, ha scritto, “ma il presidente dell’associazione ha cambiato idea. L’associazione ha anche rifiutato di rivelare chi fossero gli autori della risoluzione”.

Il presidente dell’associazione è Melanie O’Brien che alla Bbc assicura che “quasi il 90 per cento” dei membri dello IAGS ha votato per la risoluzione. Poi si scopre che su 500 membri, hanno votato in 120. E di questi 120, effettivamente, quasi il 90 per cento ha votato a favore della risoluzione. Ma complessivamente solo 108 dei 500 membri dell’organizzazione hanno votato a favore della risoluzione che condanna Israele per “genocidio”.

Gli autori della risoluzione sono anonimi probabilmente perché è piena di inesattezze. Ad esempio, il primo paragrafo afferma che Israele ha ucciso “59.000 adulti e bambini a Gaza”, senza distinguere tra civili e combattenti di Hamas. La risoluzione non menziona il fatto che Hamas nasconde armi nelle case, nelle scuole e negli ospedali. Né si preoccupa di sottolineare che i combattenti di Hamas indossano abiti civili. Una delle fonti principali della risoluzione è Francesca Albanese. Basta il nome.

Non si tratta dunque di “una dichiarazione definitiva da parte di esperti nel campo degli studi sul genocidio secondo cui ciò che sta accadendo sul campo a Gaza è un genocidio”, come dichiara Melanie O’Brien. Si tratta semmai dell’ennesima operazione politica per gettare discredito su Israele.

La carestia immaginaria

Fa il paio con il rapporto IPC, indice di sicurezza alimentare redatto da un comitato finanziato da Ue, Regno Unito e Canada e usato come fonte ufficiale dall’Onu. Secondo il rapporto a Gaza vi sarebbe una carestia di fase 5 (su 5), dunque il livello di “crisi umanitaria catastrofica”. Ma un’analisi dei dati permette di constatare che: i numeri su cui si basa il rapporto sono quelli forniti da Hamas.

Ed anche prendendo per buoni quei dati, il comitato redattore è giunto a cambiare i parametri pur di considerare quella di Gaza come una “carestia”. Secondo gli standard comunemente accettati si dice carestia quella che provoca almeno 20 mila morti per fame. Hamas ne ha dichiarati 240 dall’inizio della guerra.

Per dimostrare che la carestia sia indotta da Israele, sia dunque “artificiale”, come l’Holodomor in Ucraina del 1932-33, si deve dimostrare che le autorità, che controllano il territorio, impediscono alla popolazione l’accesso al cibo, o (come nel caso dell’Ucraina sotto Stalin) lo sottraggono ai locali. Israele ha invece permesso l’invio di aiuti alimentari a Gaza nel corso del conflitto.

Il Coordinatore delle Attività Governative nei Territori (COGAT) israeliano, una fonte che, in quanto israeliana, viene spesso respinta per principio, ha presentato un contro-rapporto: centinaia di migliaia di tonnellate di aiuti — cibo, acqua, medicine — sono entrate a Gaza attraverso i valichi, in cooperazione con le organizzazioni internazionali.

Di fronte a queste repliche la reazione dell’interlocutore è sempre più spesso emotiva. “Non mi dirai che a Gaza stanno bene??” No, non stanno bene, è una città assediata, in guerra, manca tutto come sempre in guerra. Ma non c’è una carestia, non c’è alcun modo di dimostrare che vi sia un genocidio, men che meno che sia effettuato con l’arma della fame.

Bambini malati

“Eh, ma ci sono le foto dei bambini ridotti a scheletro”, schiaffate per altro in prima pagina sui quotidiani, a mo’ di pugno in faccia al lettore. Ma quei bambini e ragazzi hanno nomi e cognomi. Ed anche una storia clinica ormai nota. Non stanno morendo di fame, ma di altre malattie.

Il quotidiano americano The Free Press, fondato da Bari Weiss (ex editorialista del New York Times, ora “esule” perché non abbastanza woke), si è preso la briga di indagare sui 12 bambini le cui foto sono diventate la “prova della carestia”. Lo ha fatto consultando fonti pubbliche, spesso solo in lingua araba. Tutti e dodici soffrono di malattie gravi, già da prima che la guerra scoppiasse.

Ad esempio, Osama Al-Raqab, sbattuto in prima pagina anche da Il Fatto Quotidiano (con il titolo “Se questo è un bambino”, modo subdolo per ribaltare sugli ebrei l’accusa della Shoah) è un bambino sofferente di fibrosi cistica. Ed è curato in Italia, perché è il governo di Israele che ha permesso di trasferirlo. Un Paese che sta commettendo un genocidio non permetterebbe mai alle sue autorità di trasferire all’estero, per cure, i bambini appartenenti alla popolazione da sterminare.

Anche gli altri bambini e ragazzi simbolo della “carestia”, sono vittime di malattie gravi. Maryam Dawas, Youssef Matar, Hamza Mishmish, Najwa Hussein Hajjaj, Mosab al-Debs, Atef Abu Khater, Abdullah Hani Muhammad Abu Zarqa, Karam Khaled Al-Jamal, non sono sofferenti a causa della fame (anche se la guerra ha certamente peggiorato le loro condizioni e ridotto le possibilità di cura e assistenza), ma di malattie pregresse quali la paralisi cerebrale, disturbi alimentari, emorragia cerebrale, atrofia muscolare. E vengono sfruttati nella “campagna della fame” di Hamas, con la collaborazione di media, non si sa se per cinismo, attivismo o ingenuità o un mix delle tre cose.

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version