Henry Kissinger, fu vera gloria? Storia di un perdente di successo

Se la politica più controversa (Cile) produsse gli effetti migliori, quel che di positivo si ricorda è invece il lato oscuro: la massima espansione comunista nel mondo

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La morte di Henry Kissinger, alla veneranda età di 100 anni (lo statista americano, di origine ebraica tedesca, era nato nel 1923), ha suscitato l’emozione di tutto il mondo. Nessuno ne parla male, nemmeno i vecchi nemici. Negli Usa, Democratici e Repubblicani lo ricordano entrambi con affetto e stima. Le lodi più sperticate giungono dalla Cina. E anche Vladimir Putin gli dedica parole alate. I critici più indefessi lo condannano soprattutto per aver appoggiato il golpe di Pinochet in Cile.

Il Cile

Fu vera gloria? Uno statista deve misurarsi sugli effetti che hanno provocato le sue politiche. Proprio il Cile deve molto a Kissinger. Il colpo di Stato di Augusto Pinochet dell’11 settembre 1973 pose fine al governo di estrema sinistra di Salvador Allende, che era ancora in carica pur avendo perso la fiducia parlamentare.

Nel lungo periodo, possiamo dire che il Cile, se è rimasto il Paese più prospero e democratico di tutto il Sud America, lo deve alla presa del potere da parte di Pinochet, appoggiata da Kissinger. L’alternativa sarebbe stata una deriva comunista cubana, già ben visibile e avviata nel 1973. Nella migliore delle ipotesi, il Cile sarebbe finito come il Venezuela di Chavez e Maduro.

Se l’aspetto più controverso della sua carriera fu quello che produsse gli effetti migliori, quel che di positivo si ricorda di Kissinger è invece il lato oscuro della sua politica.

La legittimazione di Pechino

Da consigliere per la sicurezza nazionale, sdoganò la Cina di Mao, favorendo la sostituzione del seggio cinese all’Onu nel 1971: fino ad allora gli Usa avevano posto il veto all’ingresso della Repubblica Popolare, riconoscendo solo la Repubblica di Cina (Taiwan). Fu soprattutto Kissinger, dunque, a suggerire di far entrare la seconda dittatura comunista nel Consiglio di Sicurezza. E nel 1972 combinò il viaggio di Nixon nel Paese asiatico comunista, per instaurare i primi rapporti diplomatici (seppure informali).

Nel 1979 fu comunque il presidente Carter a completare l’opera, disconoscendo Taipei e riconoscendo Pechino quale unico governo legittimo di tutta la Cina. Col senno di poi, fu una catastrofe. Il regime di Mao, che nel 1971 stava affondando nel marasma della sua Rivoluzione Culturale, trasse forza dalla definitiva legittimazione internazionale e iniziò una seconda vita.

Se in questi anni si sta già combattendo una seconda Guerra Fredda fra la Cina comunista (ormai superpotenza) e gli Usa, lo si deve a quello sdoganamento, soprattutto. Domandiamoci perché, in questi giorni, la stampa cinese dedica servizi affettuosi al “vecchio amico molto apprezzato”.

Il riavvicinamento con la Cina era motivato dalla necessità di separarla dall’Urss definitivamente, in modo da spezzare il blocco comunista. Il conflitto fra Urss e Cina aveva raggiunto il culmine con l’incidente militare sul fiume Ussuri, nel 1969, una vera e propria battaglia, con un migliaio di morti fra le due parti.

L’uscita dal Vietnam

Nixon, consigliato da Kissinger, provò a sfruttare questa faida intra-comunista per uscire dignitosamente dalla lunga guerra del Vietnam. Gli Usa erano direttamente impegnati nella difesa del Vietnam del Sud, aggredito dal Nord comunista, anche se gli storici italiani attuali tendono a confondere le acque parlando semplicemente di “intervento Usa nel Vietnam”, come se gli aggressori fossero gli americani.

Ebbene: il ruolo di Kissinger fu sostanzialmente quello di abbandonare il Vietnam del Sud al suo destino. L’opera diplomatica americana portò agli accordi di Parigi nel 1973. Ma fu una pace talmente fragile che, meno di due anni dopo, i nordvietnamiti invadevano il Sud ed espugnavano Saigon. Kissinger, allora segretario di Stato nell’amministrazione Ford, non poté far altro che evacuare quel poco di personale civile e militare che era rimasto.

Per aggiungere un’altra tragedia alla tragedia in corso, anche nel Laos e in Cambogia i comunisti presero il potere. E in Cambogia inaugurarono subito il più sanguinario regime della storia, uccidendo un terzo della popolazione in appena tre anni.

Kissinger, in pratica, consentì quell’effetto domino del comunismo in Asia che i suoi predecessori avevano cercato di scongiurare intervenendo in Vietnam. Gli effetti furono molto più catastrofici (sul piano umano e materiale) delle peggiori previsioni.

La distensione con l’Urss

Kissinger presiedette un’altra tappa fondamentale della Guerra Fredda: gli accordi di Helsinki del 1975. Firmati dopo due anni di lavori della Conferenza per la sicurezza e cooperazione in Europa (che poi diede vita all’Osce), gli accordi avrebbero dovuto smorzare la tensione in Europa fra i due blocchi.

Di fatto, legittimarono il blocco orientale e soprattutto le conquiste militari sovietiche. Il principio di intangibilità delle frontiere congelò i confini del 1945, inclusa l’occupazione sovietica illegale di Estonia, Lettonia e Lituania e la divisione della Germania. C’era anche la foglia di fico del rispetto dei diritti umani, principio che i sovietici sottoscrissero perché sapevano che nessuno li avrebbe obbligati a rispettarlo.

In generale, la “distensione” con l’Urss, avviata da Kissinger, fu all’origine del periodo di massima espansione del comunismo nel mondo. Il dissidente Vladimir Bukovskij fece notare come non esistesse, nella stampa sovietica, alcun equivalente del termine “distensione”. Per Mosca, il “Mondo Libero”, in quel periodo, era semplicemente in ritirata.

Collezionista di sconfitte

Henry Kissinger viene ricordato come un cinico vincente. A dire il vero, non fu affatto vincente. Fu un collezionista di sconfitte “a testa alta”. Lo fu soprattutto perché non credeva nella vittoria del “Mondo Libero” e non a caso riceve le lodi postume di Putin e dei putiniani nostrani.

La sua politica, infatti, mirava a rendere permanente la Guerra Fredda, perché pensava che il massimo risultato ottenibile fosse l’equilibrio fra le due superpotenze e le loro rispettive sfere di influenza. Ci volle, dopo di lui, un “pazzo” idealista e visionario come Ronald Reagan per tornare a credere nella vittoria. E a vincere la Guerra Fredda, senza sparare un colpo.

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