I due ceffoni Usa: per Washington Meloni vale meno di Andreotti e D’Alema

La rottura preoccupa gli atlantisti ma dovrebbe preoccupare anche i "neutralisti". Appoggio Usa indispensabile per non cadere nelle braccia dei franco-tedeschi pronti a divorarci

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Una farsa italica, in procinto di trasformarsi in tragedia diplomatica.

L’ultimo complimento

Questa storia comincia l’8 marzo, il nono giorno di questa guerra, con Donald Trump felice che Giorgia Meloni “cerchi sempre di aiutare”. La premessa era una mozione parlamentare che autorizzava il nostro governo ad inviare sistemi di difesa anti-aerea nei Paesi alleati del Golfo Persico.

La scena europea

Da allora, sono passati 38 giorni e, nel Golfo, risulta essere arrivato un benemerito niente: solo “piani”, “valutazioni”, “intenzioni”.

Ah sì, pure tanto “coordinamento europeo”: prima un comunicato congiunto del 19 marzo, che ci prometteva “disponibili a contribuire agli sforzi opportuni per garantire un passaggio sicuro attraverso lo Stretto”; poi un altro dell’8 aprile, che prometteva avremmo “contribute to ensuring freedom of navigation in the Strait of Hormuz”. Risultato? Di nuovo, un benemerito niente.

Un niente talmente eclatante, da aver spinto la Casa Bianca a manifestare il proprio malcontento direttamente al segretario generale della Nato, Mark Rutte il quale, il 9 aprile, faceva sapere che “Trump vuole impegni concreti entro pochi giorni per aiutare a proteggere lo Stretto di Hormuz”. Risultato? Per la terza volta: un benemerito niente.

La scena italiana

Nel frattempo, in Italia il governo si dedicava al piccolo cabotaggio. Del quale è esemplare la “sospensione del rinnovo automatico” di un accordo di cooperazione militare con Israele.  Sospensione compensata da un’implicita promessa di rinnovo non automatico.

Oppure, le proteste per un doppio tamponamento di mezzi Unifil: la fallimentare missione in Libano, della quale l’unica cosa buona che si può dire, è che finirà presto. Proteste compensate dalla “soddisfazione” per l’avvio di negoziati diretti fra Israele e Libano (che tanto male fa alla Francia amica degli ayatollah).

Un cazzeggio in attesa che gli attori sul terreno risolvano la questione, che già avevamo visto in opera per Gaza. Con la esiziale differenza che, allora, agli Stati Uniti bastava che Roma non superasse la linea rossa del riconoscimento dello Stato di Palestina. Mentre, adesso, agli Usa serve di più: le navi della Marina Militare. O, quantomeno, i famosi sistemi di difesa anti-aerea.

O, de minimis, quegli aerei che persino Andreotti inviò alla Prima Guerra del Golfo (Bellini e Cocciolone, anybody?). Il che è come dire che, per gli Usa, Meloni vale molto meno di Andreotti, Crosetto molto meno di Rognoni e Mattarella molto meno di Cossiga.

Il primo ceffone americano

Ed è per questo che, da Washington, a Roma sono arrivati due sonori ceffoni. Il primo alla Roma Papale, a seguito di una udienza concessa ad un intimo di Obama. Un testo ascrivibile alla classica disputa Papato-Impero, non fosse stato per il seguito iconografico francamente blasfemo e questo soltanto davvero imperdonabile.

Ma da un cattolico come chi scrive, non da un presidente del Consiglio in esercizio come Giorgia Meloni: la quale non aveva nessun bisogno di dichiarare “inaccettabile” il testo di Trump. No, quello era una critica politica ad interventi politici, sia pur religiosamente ispirati, non materia di fede. E basti ricordare il ruolo di Obama nel favorire l’atomica iraniana, per giustificare una critica politica anche decisa. 

Il secondo ceffone americano

Il secondo ceffone alla Roma italiana, occasionalmente propiziato dallo “inaccettabile” precedente. Ma del tutto diretto al mancato aiuto militare nel Golfo: “è lei che è inaccettabile, perché non le importa se l’Iran ha una arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti, se ne avesse la possibilità”.

Con la specifica che Meloni nemmeno “vuole aiutarci con la Nato” … cioè nemmeno se si facesse come in Kosovo (dopo che Russia e Cina avevano annunciato veto, esattamente come oggi in Iran). Il che è come dire che, per gli Usa, Meloni vale meno di D’Alema, Crosetto meno di Scognamiglio e Mattarella meno di Scalfaro.

Conclusioni

Con le parole del presidente statunitense, Meloni “dice semplicemente che l’Italia non vuole essere coinvolta … Pensa che l’America dovrebbe fare il lavoro per lei”. Cioè, Meloni fa meno di Andreotti e D’Alema. Cioè, per gli Usa, Meloni vale meno di Andreotti e D’Alema.

Il che preoccupa assai gli atlantici, come chi scrive. Ma dovrebbe preoccupare pure i neutralisti alle vongole, come una troppo grande parte della maggioranza di governo, i quali dovrebbero ben sapere che l’appoggio statunitense ci è indispensabile per non cadere nelle braccia dei franco-tedeschi pronti a divorarci (Bce già pregusta un paio di aumenti dei tassi).

Un 8 settembre al contrario, sarebbe una sciagura nazionale. Che Meloni torni sulla terra e spedisca due FREMM, due cacciamine e 10 F-35 nel Golfo, molto meglio prima che poi.

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