
La diplomazia europea ripete da sempre che la guerra comincia dove finisce il diritto. E ciò dimostra come il pensiero magico abbia orami sostituito il pensiero critico. Dopo decenni di culto multilateralista, infatti, oggi, nel mondo in fiamme, accade l’opposto: il diritto internazionale è diventato il linguaggio attraverso cui i regimi autoritari conducono la guerra contro le democrazie liberali.
Lo scudo dei regimi oppressivi
Il caso dell’azione militare ordinata da Donald Trump contro l’Iran ruota attorno a questo paradosso. Per i critici, si tratta dell’ennesimo gesto di unilateralismo impulsivo. La lettura corretta invece è un’altra: il riconoscimento tardivo che l’ordine internazionale contemporaneo è stato piegato da regimi ostili che trattano il diritto non come limite al potere, ma come strumento di conflitto (lawfare).
Per lungo tempo, le democrazie occidentali hanno coltivato l’idea che il diritto internazionale fosse un sistema capace di disciplinare la forza militare. Gli stati canaglia hanno capito che può funzionare anche al contrario. Sovranità, giurisdizione, procedure multilaterali: tutto ciò che doveva contenere la violenza bellica è diventato uno scudo dietro cui operano regimi oppressivi al loro interno che finanziano milizie, terrorismo e traffici criminali al loro esterno.
La vera astuzia non consiste nel violare le regole dell’ordine internazionale, ma nell’usarle come copertura. Ogni risposta occidentale viene rallentata da consultazioni, pareri giuridici, vertici multilaterali. Nel frattempo, l’aggressore conserva un vantaggio decisivo: la negabilità plausibile. La guerra ibrida vive esattamente dentro questa zona grigia.
La guerra ibrida contro l’Occidente
Le istituzioni internazionali, nate per limitare la criminalità di stato, si sono trasformate in palcoscenici di recriminazione terzomondista. In molti consessi globali, l’energia politica non è più dedicata alla gestione dei conflitti ma alla rituale denuncia dell’Occidente. Il voto sostituisce il giudizio, la procedura prende il posto della responsabilità. Regimi che sponsorizzano apertamente la violenza impartiscono lezioni di moderazione alle democrazie liberali.
L’Iran padroneggia questo metodo da anni. La sua strategia non si esaurisce nei missili o nel programma nucleare. Si fonda su una rete di milizie e proxy che attraversa il Medio Oriente, dal Libano allo Yemen. Teheran opera comodamente nell’ambiguità tra pace e guerra. L’Occidente ha spesso reagito come se quell’ambiguità fosse una forma di stabilità.
La pace segue la forza
Trump parte da un presupposto diverso. Considera la guerra ibrida per quello che è: guerra. È un riflesso che appartiene a una tradizione più antica della politica. Nel De Bello Gallico Giulio Cesare non descrive la guerra come un dramma morale ma come il meccanismo attraverso cui si costruisce l’ordine internazionale. La pace segue la forza, e il diritto segue la pace. Lo ius gentium romano non nasce come predica universalista: è un sistema pragmatico che stabilizza i rapporti tra la potenza egemone e i popoli esterni.
Cesare aveva colto una verità elementare: il diritto senza forza militare resta decorazione. La forza militare senza diritto è inefficiente. L’hard power nasce dalla loro fusione: regole accettate perché sottoposte alla capacità di farle applicare.
L’approccio di Trump
La politica di Trump verso l’Iran si muove dentro questa logica. Se un regime finanzia gruppi armati, organizza attentati terroristici e colpisce attraverso milizie non statali, la distinzione tra aggressione indiretta e guerra aperta diventa artificiale. Trattare tutto come criminalità invece che guerra favorisce l’escalation. Riconoscere la natura militare del conflitto ristabilisce la deterrenza.
Il risultato è una politica estera sorprendentemente esplicita. Invece di operazioni clandestine accompagnate da smentite ufficiali, Washington espone apertamente la logica strategica delle proprie scelte. L’opinione pubblica può discuterle, sostenerle o respingerle. La responsabilità democratica torna su decisioni che per anni sono rimaste nascoste dietro il linguaggio burocratico.
Il disagio europeo
Questa franchezza spiega anche il disagio dei critici europei. L’approccio di Trump elimina la consolante illusione che l’ordine internazionale possa essere mantenuto soltanto con dichiarazioni e comunicati.
E qui emerge la distanza con la posizione di Keir Starmer e le conseguenti tensioni nella relazione speciale. Trump considera la guerra ibrida come una guerra, Starmer come una questione giuridica e procedurale. Londra ha inizialmente esitato a concedere alle forze americane l’uso delle basi britanniche per operazioni offensive contro l’Iran, sollevando dubbi sulla legalità dell’azione. Solo una cooperazione difensiva limitata è arrivata dopo le ritorsioni iraniane contro le basi UK a Cipro.
Il panlegalismo del governo laburista britannico è fragile e ideologico. Il diritto internazionale non impone agli Stati di attendere un attacco diretto quando l’aggressione passa attraverso milizie o gruppi armati. L’autodifesa non dipende dall’approvazione di organismi multilaterali che negli ultimi anni hanno dimostrato scarsa capacità di contenere i regimi che dovrebbero disciplinare.
La posizione di Starmer, e più in generale della sinistra politica europea, riflette piuttosto una cultura politica che confonde procedura e legittimità. Dopo le guerre del passato, si è radicata l’idea che la legalità nasca esclusivamente dal processo decisionale. Il problema è che il processo non scoraggia chi lo usa come copertura.
L’esitazione britannica segnala qualcosa di più di un dissenso diplomatico. Rivela un Paese sempre più restio a esercitare hard power anche quando il suo principale alleato affronta un regime che sostiene apertamente la violenza regionale. Beneficiare della protezione strategica americana e allo stesso tempo negare cooperazione operativa non è prudenza, quanto piuttosto l’inizio di una cisi politica.
Le ansie elettorali di Starmer
Sullo sfondo pesa anche la politica interna. La cautela di Starmer nasconde il tentativo di non irritare segmenti dell’elettorato musulmano britannico, mantenendo allo stesso tempo una posizione critica verso Teheran. Che sia vero o meno, la percezione basta a indebolire la credibilità del Regno Unito. Una politica estera guidata dalle ansie elettorali difficilmente suscita rispetto internazionale.
Il costo principale è geopolitico. La Gran Bretagna ha a lungo svolto il ruolo di ponte strategico tra Europa e Stati Uniti. Un governo che si rifugia dietro obiezioni procedurali mentre Washington agisce rischia di trasformare il Paese in spettatore delle decisioni che definiscono l’architettura di sicurezza occidentale.
La grammatica del potere
Cesare avrebbe riconosciuto il meccanismo. Quando le istituzioni non garantiscono più l’ordine, il potere riorganizza il sistema attorno a sé. Chi esita viene semplicemente aggirato.
L’azione di Trump contro l’Iran richiama quella lezione antica. La grammatica del potere cambia poco nel tempo. Il diritto segue la forza, non il contrario. Resta da capire se i governi europei intendano riconoscere il principio realista o continuare a discuterne mentre gli stati canaglia si insinuano negli spazi lasciati liberi.
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