L’ordine internazionale nato dopo la Guerra Fredda ha coltivato un’illusione lunga 78 anni. Poi, Donald Trump ha chiamato il bluff: il diritto non regge quando la potenza egemone si ritira o ricalibra le priorità in risposta a nuove minacce.
Lo Ius Gentium
Giulio Cesare predicava l’esatto contrario di Yalta. Il De Bello Gallico non è un racconto di cappa e spada, ma un manuale di governo il cui precetto è incontrovertibile: la pace segue la forza, e il diritto segue la pace. Roma non chiedeva autorizzazioni a un consesso di tribù locali prima di intervenire. Imponeva un equilibrio e, solo dopo, apriva lo spazio alla negoziazione entro i confini stabiliti dalla vittoria romana. Lo ius gentium non era un’astrazione morale, ma un ordine pratico che legava la convivenza all’interesse della potenza egemone.
La politica estera di Donald Trump, spesso liquidata come impulsiva o brutale, diventa più comprensibile se la si legge in questa grammatica antica. Non è wilsoniana, non è figlia del managerialismo post-1989. È sorprendentemente romana. Trump agisce come se il sistema giuridico internazionale avesse smarrito il proprio fondamento e la capacità di essere fatto rispettare.
Lo ius gentium funzionava perché tutti sapevano che Roma poteva imporlo. Il diritto internazionale contemporaneo finge di operare in assenza di una potenza egemone, ma dipende interamente da essa. Quando quell’egemone smette di applicare selettivamente le regole che ha scritto a propria immagine, l’ordine si svuota.
Il post-Guerra Fredda
L'”ordine basato sulle regole” del Dopoguerra fredda ha invertito la logica romana: ha elevato la procedura sopra il risultato, il processo sopra la responsabilità. Di conseguenza, il diritto internazionale è diventato uno scudo per chi disturba l’ordine, non uno strumento per disciplinarlo.
Gli Stati canaglia hanno imparato rapidamente a sfruttare questa inversione. Il terrorismo si nasconde nelle lacune giurisdizionali. Il narcotraffico si protegge dietro la sovranità. La guerra ibrida prospera nella zona grigia tra divieti formali e mancanza di volontà di farli rispettare. Il caos ha imparato a parlare il linguaggio del diritto, o meglio della procedura.
La rottura di Trump
Trump ha scelto di rompere questa finzione. Non tratta il diritto internazionale come un testo sacro, ma come uno strumento divenuto inefficace. Giulio Cesare avrebbe riconosciuto il gesto.
La cifra distintiva della sua postura internazionale è l’asimmetria. La potenza non si misura dalla frequenza con cui si combatte, ma dalla rapidità con cui gli altri decidono di non farlo. Mentre la Russia si consuma in Ucraina in una guerra di logoramento che espone i limiti di Mosca, e la Cina osserva sapendo che Taiwan non è un bersaglio facile, Trump manda un segnale diverso: velocità, chiarezza, superiorità schiacciante. Il messaggio non è che l’America desidera la guerra, ma che non delegherà la deterrenza ai comunicati stampa.
La guerra ibrida prospera perché il diritto, in teoria universale, in pratica fornisce alibi. Ogni risposta viene rallentata dalla procedura, diluita dalla consultazione multilaterale, neutralizzata dal richiamo alla non-ingerenza. I regimi che sponsorizzano terrorismo, riciclano denaro, ospitano criminali e delegano la violenza a milizie, sanno che il sistema distingue tra aggressione diretta e indiretta. Sanno che le democrazie liberali si impantaneranno in discussioni giuridiche prima di reagire.
Trump rifiuta questa premessa. Tratta la guerra ibrida come guerra. Quando uno Stato usa il terrorismo come strumento politico, rifiuta la distinzione tra mandante e proxy. Quando il narcotraffico diventa una fonte strategica di finanziamento, lo considera una minaccia alla sicurezza nazionale. Quando la sovranità viene usata come scudo per l’impunità, la considera decaduta.
Questo approccio offende una cultura giuridica che ha confuso la moderazione con la virtù.
Eppure è proprio l’incapacità di reagire che ha permesso un’escalation permanente per vie indirette. L’accusa di “militarizzare” la politica estera è mal posta. Più corretto dire che Trump sta ripristinando la deterrenza dopo decenni di evasione giuridica.
Il problema del multilateralismo
Il problema più profondo riguarda il multilateralismo. Nato come meccanismo di gestione della potenza militare, si è trasformato in un foro politico dominato dal risentimento. Istituzioni che pretendono neutralità mostrano ostilità ideologica verso l’Occidente, mentre giustificano le condotte autoritarie come differenze culturali. Le votazioni sostituiscono il giudizio, le maggioranze la legittimità, la procedura la responsabilità.
La giurisdizione internazionale ne è un esempio evidente. La Corte penale internazionale, concepita come extrema ratio contro le atrocità, è scivolata verso un attivismo selettivo e una proliferazione procedurale che ne indeboliscono l’autorità. Un diritto che si proclama universale ma si applica in modo asimmetrico finisce per apparire caricaturale. Il disprezzo di Trump non è per la giustizia, ma per la sacralizzazione del processo svuotato di legittimità.
Roma smantellava le finzioni giuridiche quando cessavano di servire l’ordine. Non si scusava. Trump fa lo stesso.
Lo snodo Groenlandia
Il caso della Groenlandia rende visibile questa logica. Il dito è la provocazione, la luna la carta geografica. L’Artico non è più una periferia ghiacciata, ma un teatro strategico in cui la Russia ha ricostruito infrastrutture militari e la Cina si presenta come “potenza quasi artica” con investimenti e ambizioni dual-use. Rotte marittime, cavi sottomarini, traiettorie missilistiche, orbite satellitari obbediscono alla geografia. La Groenlandia è il punto di snodo.
Quando Trump parla della Groenlandia, rifiuta una finzione europea. La sicurezza dell’isola non può essere garantita da sovranità amministrativa e rassicurazioni diplomatiche. La Danimarca non possiede la capacità militare per difenderla contro un avversario pari grado. La garanzia, di fatto, è americana. Trump dice ad alta voce ciò che i pianificatori Nato sanno da tempo.
La reazione europea, fatta di indignazione teatrale, rivela un’abitudine: è più facile moralizzare contro l’alleato che garantisce la sicurezza che confrontarsi con avversari che impongono costi. Ne risulta un declino gestito, coperto da sproloqui su un’autonomia immaginaria.
Trump costringe l’Europa a guardare la mappa. Il suo messaggio non è imperiale, ma correttivo. La potenza organizzerà comunque la regione artica. La domanda è se l’Europa intende partecipare a questa organizzazione o continuare a delegarla a Washington, lamentandosi al tempo stesso che Washington se ne accorga.
Stabilità negoziata con la forza
Nel dialogo con Mosca e Pechino, Trump usa un registro che entrambi comprendono: non il linguaggio delle risoluzioni, ma quello delle conseguenze. L’obiettivo non è la guerra perpetua, né una pace utopica, ma una stabilità negoziata ancorata alla forza. Lo ius gentium funzionava perché tutti sapevano dove stava Roma. La politica estera di Trump mira allo stesso effetto.
Cesare chiudeva le sue campagne non con scuse, ma con assetti stabili. Trump, al netto del rumore mediatico, sta facendo qualcosa di simile. Ricorda a un mondo disordinato che il diritto segue la pace, non il contrario. Chi preferisce il conforto di regole immaginarie lo chiamerà barbarie. La storia suggerisce un altro termine: governance.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


