Groenlandia: cosa c’è dietro l’interesse Usa e come potrebbe finire

La diplomazia mineraria di Trump e le prospettive per Groenlandia e Danimarca: nessuna aggressione alla sovranità di un alleato europeo ma l'ultima decolonizzazione

5.6k 9
trump groenlandia

Nel presente articolo, cercheremo di raccapezzarci in materia di ambizioni statunitensi sulla Groenlandia.

Premesse: lo status coloniale

Il dato di partenza è che la Groenlandia è una colonia: il più grande territorio (un’isola) non indipendente del mondo. Una colonia che non risale ai “vichinghi”, i quali la abbandonarono (o si estinsero) nel XV sec..

Essa, bensì, risale al 1721, nelle forme classiche dell’arrivo di un missionario, seguito da stazioni commerciali, monopolio statale sui commerci e coloni. Questi ultimi sempre in numero assai esiguo: 20-40 anime al principio, 100-300 per il XIX sec., 500-1.000 al principio del XX sec., 5.000 negli anni ’60, 6.000 nei decenni seguenti; a fronte di oggi circa 50.000 indigeni (quasi tutti Inuit).

L’ultimo tentativo di danesizzare l’Isola risale agli anni ‘50, segnàti da integrazione come contea metropolitana nel Regno di Danimarca, spostamento forzato della popolazione indigena in nuovi centri urbani dotati di infrastrutture danesi (scuole, ospedali,…), sterilizzazione di massa delle donne indigene (per controllarne la “eccessiva” natalità).

Tentativo di danesizzazione fallito: ad oggi, la popolazione europea tende a non considerarsi come tale, bensì Inuit: ad esempio l’attuale primo ministro Jens-Frederik Nielsen, capelli biondi e tratti chiari, parla groenlandese (oltre che danese) e dichiara di essere un groenlandese inuit.

Ciò di cui la potenza coloniale danese diede ampiamente atto, allorché concesse alla propria contea metropolitana lo status di territorio autonomo, dotato di potere interno di autogoverno: con prima legge danese del 1979 (Home Rule), seguita da una seconda del 2009 (Act on Greenland Self-Government). Quest’ultima particolarmente importante, in quanto riconobbe la popolazione locale come “popolo” con diritto all’autodeterminazione.

Un diritto non esercitato, però: ad oggi, la Groenlandia resta una colonia, in quanto la Danimarca continua a controllare difesa, politica estera, cittadinanza, moneta e sistema giudiziario supremo.

Estrema povertà demografica

I motivi per i quali tale diritto alla autodeterminazione, sinora, non è stato esercitato sono due; uno apparente ed uno reale. Il motivo apparente è demografico ed attiene alla estrema esiguità della popolazione, come detto: 56.000 anime, dei quali 2.000 immigrati (filippini, …) oltre a chissà 1.000 funzionari e militari danesi i quali rimpatrierebbero, in caso di indipendenza.

Una popolazione talmente esigua, da non permettere l’indipendenza come Stato libero e sovrano se privo di una potenza militare protettrice: formale (Tuvalu e Nauru con l’Australia, Palau con gli Usa, Monaco con la Francia, San Marino con Italia,…) o informale (il Liechtenstein con la Svizzera). Oggi, la potenza militare protettrice della Groenlandia sarebbe la Danimarca.

Ma, alla Danimarca stessa, si applicano le medesime considerazioni dimensionali che valgono per la Groenlandia. Sicché, già oggi, si può ben dire che la vera potenza militare protettrice della colonia danese è la potenza militare protettrice della Danimarca: gli Usa.

Ciò è vero sia indirettamente (il Trattato Nato copre “il territorio dei membri in Europa o Nord America, isole nordatlantiche a nord del Tropico del Cancro”), sia direttamente (il più recente accordo militare per la difesa della Groenlandia, quello di Igaliku del 2004, è stato firmato anche dal governo groenlandese). In altri termini, l’impedimento demografico all’indipendenza della Groenlandia può essere ignorato.

La dipendenza finanziaria

Il motivo reale per il quale il diritto alla autodeterminazione, sinora, non è stato esercitato è finanziario ed attiene all’enorme deficit commerciale e di bilancio della colonia danese. Quanto alla bilancia commerciale, essa è strutturalmente in deficit, riflettendo l’insanabile dipendenza dalle importazioni per beni manifatturieri, carburanti e macchinari, a fronte di esportazioni fatte quasi esclusivamente di prodotti della pesca.

Quanto al bilancio pubblico, le entrate sono rappresentate da tasse e proventi propri solo per poco meno della metà, con tutto il resto costituito da trasferimenti annuali danesi (circa 522 milioni di euro nel 2025, a titolo di sussidio non rimborsabile). I due deficit, insieme, fan sì che i governi groenlandesi siano ben consci di dover tappare tali buchi enormi, prima di poter procedere a proclamare la propria indipendenza.

Le risorse minerarie

Orbene, per la Groenlandia, l’unico modo per tappare tali buchi enormi sarebbe sfruttare le proprie risorse minerarie: terre rare, oro, petrolio, gas, ferro, grafite, nickel, cobalto, uranio,…

In massima parte non sfruttate, specialmente a causa di normative ambientali rigide. Fra gli ostacoli principali: una legge groenlandese del 2019-24 (che impone valutazione di Impatto Ambientale e Valutazione di Impatto Sociale); un’altra che vieta l’estrazione di uranio a concentrazione più che minima; la Strategia Mineraria che assegna priorità a progetti asseritamente “verdi”. Ad esempio, il grande giacimento di terre rare di Kvanefjeld, a causa della presenza mista di uranio, finora ha prodotto solo cause giudiziali e procedimenti arbitrali. Mentre troppi anni sta richiedendo l’avvio dello sfruttamento del giacimento di Tanbreez.

Talmente tanti ostacoli, da lasciar sospettare che i governi groenlandesi non siano poi così veramente determinati a procedere nel proclamare la propria indipendenza, preferendo vivere nel burro del sussidio danese.

Le reticenze danesi

In ciò certamente incoraggiati dai governi danesi, per due motivi. Il reale avvio dello sfruttamento delle risorse minerarie groenlandesi comporterebbe:

(1) l’avvicinamento del giorno dell’indipendenza della propria colonia;

(2) la rinuncia alla propria ortodossia green (la sostenibilità come vantaggio competitivo ed altre simili cazzate): esponendola alle critiche di gretini usciti da tutti i tombini. Un prezzo che Copenaghen non sarà disposta a pagare … almeno finché dovrà metterci la faccia (in quanto potenza coloniale).

La Ue in quanto riflesso danese

Riflesso della posizione danese è la posizione Ue. La quale venne abbandonata dalla Groenlandia nel 1985 ma, con essa, mantiene accordi in tema di pesca. Oltre a versare circa 30 milioni di euro annui per un “programma di partenariato” e a ripromettersi di versare altri 80 annui per “energia rinnovabile, connettività e mining responsabile” [sic].

Apparentemente molti soldi ma, invero, molto pochi se rapportati al contributo netto danese al bilancio Ue: in pratica, la Danimarca continua a versar soldi alla propria colonia groenlandese, solo che lo fa indirettamente anziché direttamente. Sempre soldi danesi sono e, infatti, di ciò che la Ue ne può fare decide sempre Copenaghen.

Conseguentemente, non stupisce affatto vedere come i fondi Ue siano condizionati alle stesse normative ambientali rigide, che già oggi allontanano il più possibile il giorno dell’indipendenza della colonia danese. Ciò al di là del ciarlare leuropeista brussellese.

La diplomazia mineraria di Trump

Purtroppo per la Danimarca, Donald Trump non pare intenzionato a consentirle di lasciare le risorse minerarie della Groenlandia intonse sotto il ghiaccio. Anzi, pilastro della di lui politica estera è una energica “diplomazia mineraria”, focalizzata su terre rare e risorse energetiche: entrambe ben presenti nella colonia danese.

La quale viene direttamente investita dal recente passaggio, dalla “dottrina Monroe” alla “dottrina Donroe”: la prima (del 1823) escludeva esplicitamente le colonie europee già esistenti; mentre la seconda (di oggi) esplicitamente le include (“we will deny non-Hemispheric competitors the ability … to own or control strategically vital assets, in our Hemisphere”). Laddove, certamente la Groenlandia fa parte del continente americano (sta sulla placca tettonica nordamericana).

Mentre più complesso appare comprendere cosa intenda Trump per “possedere o controllare”. La miglior chiave di interpretazione ci pare quella offerta dal presidente stesso quando, a proposito del Venezuela dopo la cattura di Maduro, egli ha spiegato di non voler cambiare il governo locale bensì, anzitutto, di voler “fix up the oil”: aumentare la estrazione petrolifera.

Allo stesso modo – ci si deve immaginare – pure alla Danimarca viene chiesto di fix up the oil and the rare earth. Cioè, di smettere col proprio giochetto di inventare sempre nuovi ostacoli ambientali all’apertura di nuove miniere.

E se poi tale risultato porterà veramente all’indipendenza groenlandese, essa sarebbe solo una conseguenza secondaria (magari benvenuta), non il fine primario della azione diplomatica di Trump.

La scusa militare

È alla luce di tali considerazioni, che conviene esaminare le esternazioni di Trump: “we need Greenland for national protection … we have to have it” (22 dicembre); “we do need Greenland, absolutely, we need it for defense” (4 gennaio); “we need Greenland from the standpoint of national security” (5 gennaio); “we need Greenland for national security, and that includes Europe” (6 gennaio). Laddove, il riferimento è sempre alla sicurezza degli approvvigionamenti e mai ad una minaccia militare diretta.

Coerentemente con l’avanzato e mai invertito ridimensionamento della presenza militare Usa nell’Artico: due grandi basi abbandonate in Groenlandia (Blue East Two e Sondrestrom), una in Islanda (Keflavik).

Sicché, davvero non si comprende il tanto ciarlare di media e politici europei in merito ad un Trump che pretenderebbe la Groenlandia per esigenze militari dirette (ultimo il comunicato congiunto europeo di martedì), se non come un modo per confondere le acque.

Le tre alternative di Trump

Per portare le risorse minerarie della Groenlandia finalmente fuori dal ghiaccio, Trump dispone di tre alternative:

  1. un accordo minerario con la sola Groenlandia, ancora sotto corona danese: comporterebbe, per la Groenlandia, il rischio di essere punita dalla Danimarca con una riduzione del sussidio, da sostituirsi con un sussidio statunitense. Ciò che ridurrebbe enormemente lo spazio negoziale del governo groenlandese. Con il rischio che gli Usa ne approfittino, in termini di cattivi contratti con le grandi imprese minerarie.
  2. un accordo minerario con la sola Groenlandia, sottratta alla corona danese: metterebbe la Groenlandia immediatamente nelle mani degli Usa, come nel caso precedente. Con, in più, il rischio che gli Usa ne approfittino pure in termini di formalizzazione del controllo politico. In una forma da scegliersi fra l’autonomia limitata di Guam, il COFA (Compact of Free Association) di Palau o l’autogoverno più pronunciato di Porto Rico. Quest’ultimo eventualmente assistito da un accordo minerario più severo di quello sottoscritto con l’Ucraina. E comunque comportante la valvola di sicurezza del passaggio delle normative ambientali sotto la giurisdizione federale statunitense.
  3. un accordo minerario con la Danimarca e con la Groenlandia, ancora sotto corona danese: offrirebbe, alla Danimarca, una compensazione, in termini di cointeressa economica ai proventi del nuovo sfruttamento minerario. Ciò che richiederebbe che Copenaghen rinunci alla propria ortodossia green: il che appare più probabile accada dopo che non dovrà più da metterci la faccia (in quanto potenza coloniale).

Le prime due alternative, esporrebbero la Groenlandia ad un rischio che è normale essa cerchi di evitare. Sicché appare del tutto logico che la trattativa si stia orientando verso la terza alternativa. Come dimostra la più recente insistenza di Rubio riguardo al tema dell’acquisto della Groenlandia: acquisto che potrebbe essere pagato nei termini di cointeressenza economica testé indicati.

La strada obbligata della Groenlandia

Solo di fronte ad un intestardirsi danese, Trump passerebbe a negoziare solo con la Groenlandia. La quale nel frattempo, cerca di alzare il proprio prezzo: coinvolgendo la Danimarca il più a lungo possibile, pur tenendo conto delle sue preoccupazioni il meno possibile. In una trattativa certamente difficile, ma alla quale la colonia danese non può sottrarsi, pena la rinuncia anche formale all’obiettivo dell’indipendenza.

Una trattativa che, per le ragioni esposte, è improbabile si concluda con accordi parziali, diversi da un accordo generale che regoli tutte le questioni sul tappeto: finanziarie, ambientali, contrattuali, istituzionali.

Indipendenza con o senza referendum

Quand’anche una trattativa giungesse a buon fine, resterebbe da superare: (a) il problema del necessario consenso pure del parlamento danese alla conseguente dichiarazione di indipendenza; (b) il problema del referendum.

Entrambe discendono dalla legge danese del 2009 (la stessa che ha riconosciuto il diritto all’autodeterminazione), la quale subordina l’eventuale proclamazione dell’indipendenza: non solo all’approvazione del parlamento groenlandese, ma anche a quella del parlamento danese, oltre che alla conferma del popolo groenlandese tramite referendum.

Tutti passaggi necessari solo in base alla detta legge danese, non ad un fantomatico diritto internazionale di decolonizzazione. Anzi, molti sono gli esempi di colonie che hanno proclamato la propria indipendenza prima che essa le venisse riconosciuta dalla propria potenza coloniale.

Come molti sono pure gli esempi di colonie che hanno proclamato la propria indipendenza senza referendum, ex-multis: gli Usa nel 1776, l’India nel 1947, la Tunisia nel 1956.

Sicché, le parti sarebbero libere di procedere ignorando la esistente legislazione danese … che è comunque la legislazione della potenza coloniale:

  • se mai l’accordo verrà raggiunto da Usa e Groenlandia senza la Danimarca, l’indipendenza verrebbe proclamata nonostante l’eventuale dissenso del parlamento danese;
  • se mai l’accordo non sarà particolarmente favorevole all’attuale colonia danese, l’indipendenza verrebbe proclamata senza ricorso al referendum, per la mera via parlamentare, potendo contare sulla predominanza dei partiti ufficialmente favorevoli all’indipendenza (quasi tutti, con diverse sfumature). Il che spiega l’assenza di campagne statunitensi di acquisizione del consenso popolare (tantomeno in forma di una bella rivoluzione arancione).

Conclusioni

La questione groenlandese nulla ha a che fare con una inesistente aggressione statunitense alla sovranità di un alleato europeo. Bensì, tutto ha a che fare con il compimento dell’ultima decolonizzazione: è la sopravvivenza, fin qui, di un impero coloniale danese a sollecitare le pressioni esercitate da Trump.

Noialtri italiani non dobbiamo alla Danimarca più solidarietà di quanta essa stessa abbia mostrato al mantenimento del nostro impero coloniale: zero.

La potenza coloniale danese potrebbe conservare il proprio status, solo rinunciando ai propri dogmi ambientalisti. Ma, così facendo, essa fornirebbe alla propria colonia il modo di finanziarsi e proclamare la propria indipendenza. Sicché, l’impero coloniale danese è comunque destinato a scomparire.

Così come la Groenlandia è comunque destinata ad ottenere la propria indipendenza: se in forma solo sostanzialmente, o anche formalmente, legata agli Usa, ciò è oggetto delle trattative delle quali abbiamo enunciato le linee generali. Tutto ciò che la Danimarca potrebbe eventualmente conservare è una cointeressenza economica, ma a condizione di darsi una mossa.

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version