
Il 27 gennaio, con un ordine esecutivo, Donald Trump aveva dato il via al nuovo programma di difesa antimissile. In onore all’efficiente difesa israeliana Iron Dome, il programma è stato battezzato Golden Dome (dove c’è Trump, deve esserci per forza l’oro, da qualche parte nel nome). Con la conferenza stampa del 20 maggio, Trump ha annunciato l’inizio dei lavori, fermo restando che il Congresso deve approvare il budget: 25 miliardi di dollari per il primo anno fiscale, 175 miliardi per tutti e tre gli anni di amministrazione. Il costo finale è stimato fra i 500 e gli 800 miliardi di dollari nell’arco di un ventennio. Costa più dell’oro, dunque. Ma è realistico? Ne vale la pena?
Secondo Trump, il programma sarà già operativo e schierato “entro i prossimi tre anni” e avrà “un tasso di successo vicino al 100 per cento” degli ordigni nemici abbattuti. “Una volta costruito – dice il presidente – il Golden Dome sarà in grado di intercettare missili anche se venissero lanciati dall’altra parte del mondo, anche se venissero lanciati dallo spazio. Avremo il miglior sistema difensivo mai realizzato”.
Il progetto nei decenni
In tre anni. Quasi il 100 per cento di tasso di successo. Sono cifre che fanno alzare il sopracciglio a più di un esperto militare. Lo scudo antimissile, soprattutto se concepito come la copertura totale del territorio nordamericano, è sempre stato un progetto ai limiti della fantascienza, praticamente la ricerca della pietra filosofale militare.
È dai tempi dell’amministrazione Eisenhower, dunque settant’anni fa, che vengono progettate difese a copertura totale. Allora si chiamava Progetto Bambi, primo antenato dell’attuale Golden Dome. Il presidente che diede maggior impulso al programma fu certamente Ronald Reagan che lo annunciò con il suo famoso discorso televisivo del 1983 in cui dichiarava l’intenzione di rendere “obsolete” le armi nucleari. Anche in quel caso vennero messi in cantiere almeno due progetti promettenti per una difesa totale, l’Excalibur dal 1984 e Brilliant Pebbles dal 1987, nessuno portato a termine. Reagan, il più ottimista di tutti, parlava comunque di un programma della durata di un ventennio ed era ritenuto un illuso.
Trump, quando parla di “tre anni” per schierare una difesa antimissile a copertura totale che includa una protezione non solo dai missili balistici e da crociera, ma anche dai nuovi missili ipersonici, droni e armi lanciate dallo spazio, sta bluffando? Molto probabilmente sì.
Tecnologie recenti
Ma bisogna tener conto di alcuni fattori che, nel programma antimissile del passato, non esistevano. Il primo è l’esperienza e la stratificazione di difese già costruite e schierate nell’ultimo trentennio che richiedono solo di essere coordinate meglio e replicate in gran numero.
In questo caso non si parla tanto dei missili intercettori, che fanno quel che possono (occorre lanciarne tre o quattro per ogni testata da colpire nello spazio o in alta quota), quanto dei sensori basati a terra e nello spazio, dunque dei sistemi che sono in grado di scoprire, tracciare e puntare gli ordigni nemici, ovunque stiano volando. Secondo quanto dichiarato il 20 maggio in conferenza stampa, i sensori esistenti e di nuova generazione saranno integrati nel sistema.
Il secondo fattore è la nuova tecnologia emergente: l’Intelligenza Artificiale. Dietro ogni dichiarazione ottimista, infatti, si cela un progetto che è potenzialmente rivoluzionario. Nell’ambito della difesa anti-missile, la rivoluzione che si è sempre cercata è quella che permette di ribaltare i rapporti costi-benefici a favore della difesa, mentre fino ad ora hanno avvantaggiato l’offesa: produrre missili costa meno e richiede molto meno tempo rispetto alla costruzione di difese anti-missile efficaci.
L’esempio più chiaro è proprio Iron Dome in Israele, dove missili anti-missile da 50 mila dollari l’uno devono intercettare razzi, anche artigianali prodotti a Gaza, che costano poche centinaia di dollari. Ottenere una supremazia nella difesa vuol dire ribaltare numeri e costi a vantaggio del difensore. La tecnologia più promettente di Reagan era il Brilliant Pebbles. Oggi c’è la versione aggiornata ai tempi dell’IA che è stata battezzata dai suoi ideatori Brilliant Swarm, lo sciame intelligente.
Lo sciame intelligente
Lo sciame intelligente è uno schieramento di 2000 piccoli satelliti (fra i 40 e gli 80 kg l’uno) in orbita bassa, dai 300 ai 600 km di quota. I satelliti saranno tutti sulla stessa orbita, ma in 20 piani orbitali, ciascuno dei quali sarà protetto da 100 satelliti. Immaginate una ventina di costellazioni di satelliti sovrapposte: ogni piano superiore è in grado di colmare i vuoti di quelli inferiori.
I satelliti sono autonomi, in grado di individuare un missile sin dalla fase di lancio, passare le informazioni ai satelliti più vicini alla minaccia e inseguirlo. Nella fase finale della caccia, il satellite stesso si schianta contro il missile, provocandone la distruzione con la sua forza cinetica.
Il progetto è stato presentato dall’azienda di alta tecnologia e consulenza Booz Allen Hamilton ed è realizzabile perché si basa su mezzi che già esistono. I missili cargo di SpaceX potrebbero lanciare fino a 100 di questi satelliti in orbita con un solo lancio. L’azienda che propone questo sistema è sicura di contenere il costo a 25 miliardi di dollari per tutti i 2000 satelliti (dunque entro il budget del primo anno) e di completare il lavoro entro tre anni.
Ovviamente fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Ma rispetto all’atteggiamento rinunciatario delle amministrazioni precedenti, che ritenevano la difesa antimissile “inutile”, “costosa” e addirittura “controproducente”, per evitare di occuparsene, l’amministrazione Trump dimostra invece tutta la buona volontà per realizzarla.
I rischi di escalation
E per servire, serve eccome. Viviamo in un mondo pericoloso, dove la proliferazione di armi di distruzione di massa è inarrestabile, il rischio che vengano usate aumenta di crisi in crisi. Solo due settimane fa abbiamo assistito a un conflitto fra due potenze nucleari, India e Pakistan.
Le probabilità di escalation erano basse, ma non insignificanti. Da tre anni, la prima potenza nucleare del mondo, la Russia, sta invadendo l’Ucraina e minaccia frequentemente l’uso delle armi atomiche contro la Nato. La Cina sta triplicando il numero delle sue testate nucleari per arrivare alla pari con gli Stati Uniti entro la fine del decennio, e minaccia di invadere Taiwan, un territorio protetto dagli Usa.
Quel che constatava Reagan è che l’unica alternativa allo scudo antimissile è la minaccia di distruzione reciproca, il ricatto con cui le potenze nucleari ventilano la possibilità di sterminare decine, centinaia di milioni di persone se vengono attaccate o si ritengono in pericolo di distruzione. Per ora ha retto, facendoci vivere nel terrore di uno stallo messicano atomico lungo decenni. Ma per quanto reggerà ancora, con dittatori senza scrupoli dotati di arsenali immensi e regimi estremisti che si aggiungono al club nucleare militare (ieri la Corea del Nord, un domani anche l’Iran)? Meglio avere uno scudo. Almeno provarci.