Il massacro di civili in Sudan per cui nessuno manifesta

La tragedia vissuta dagli abitanti di el-Fasher "supera ogni comprensione". In Darfur il fattore etnico e l'intento genocida sono chiari, eppure non si registrano mobilitazioni e denunce

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Se mai servisse a qualcosa, questo sarebbe il momento di organizzare una manifestazione di protesta, formare un corteo, andare all’ambasciata del Sudan, in via Panama 48 a Roma, e presidiarla per chiedere la fine del massacro dei civili di el-Fasher, la città caduta il 26 ottobre, dopo un assedio durato 18 mesi, nelle mani delle RSF, la forza paramilitare agli ordini del generale Mohamed Hamdan Dagalo.

L’inferno di el-Fasher

La tragedia vissuta dagli abitanti di el-Fasher “supera ogni comprensione”, dicono testimoni e operatori umanitari. Nessuna delle altre crisi in corso nel mondo è paragonabile a quello che le RSF hanno fatto e continuano a far patire ai civili: sia quelli che sono riusciti a fuggire, inseguiti e sterminati dagli uomini di Dagalo anche nei campi profughi allestiti per accoglierli; sia quelli rimasti intrappolati in città, circa 260 mila persone.

I sopravvissuti che ce l’hanno fatta a raggiungere Tawila, la città a circa 70 chilometri da el-Fasher controllata da un gruppo ribelle neutrale dove è stato possibile allestire un centro di assistenza e un campo profughi, parlano di decine di morti ogni giorno, tanto da non poterli seppellire tutti. Le RSF non lasciavano entrare cibo, medicinali, soccorsi.

Raccontano di gente ridotta a mangiare foglie, erba e alla fine persino la terra, sperando di ricavarne qualche nutrimento; di persone uccise dai bombardamenti, sepolte sotto le macerie, di altre morte per ferite da proiettili e malattie non curate e per le epidemie come, per mesi, quella di colera finché non si è esaurita dopo essersi portata via 2.500 persone. Poi, con la presa della città, sono iniziate le esecuzioni sommarie, di massa, gli stupri.

Neanche l’unico ospedale ancora in funzione è stato risparmiato. Il Sudan Doctors’ Network sostiene che il 26 ottobre le RSF hanno “ucciso a sangue freddo tutti quelli che hanno trovato nell’ospedale: personale, pazienti e loro accompagnatori”. Si tratta di almeno 460 persone. Immagini da satellite mostrano per le vie della città cumuli di cadaveri, enormi macchie di sangue. Circolano filmati che riprendono dei miliziani RSF mentre sparano a degli uomini disarmati e applaudono attorno a dei cadaveri. In quattro giorni i civili uccisi sono più di 2.000 e le esecuzioni continuano.

Il fattore tribale

Il fattore etnico e l’intento genocida sono chiari. Il Sudan è in guerra dall’aprile del 2023, da quando due generali, Abdel Fattah al-Burhan e Mohamed Hamdan Dagalo, autori di un colpo di stato nel 2021 e fino ad allora alleati, si contendono il controllo del Paese.

A causa dei combattimenti che interessano gran parte del territorio nazionale, su 50 milioni di abitanti 14 milioni sono profughi, per lo più sfollati, e 26 milioni hanno bisogno di assistenza perché privi di risorse. Ma la regione più colpita, quella in cui la popolazione paga il prezzo più alto, è il Darfur, una delle nove provincie in cui il Sudan è diviso.

Lì la guerra tra i due generali è resa più aspra da fattori tribali, gli stessi che furono all’origine della guerra iniziata nel 2003 e conclusasi nel 2020, con un bilancio di oltre 300 mila civili uccisi e tre milioni di profughi. Allora, come adesso, il conflitto era tra tribù di origine africana e tribù di origine araba e fu uno scontro impari perché il governo sudanese armò, finanziò e fornì supporto tecnico e logistico alle tribù arabe e ai loro combattenti, i janjaweed (diavoli a cavallo) noti e temuti per la ferocia con cui furono autorizzati a infierire sulle popolazioni non arabe.

L’allora presidente, Omar al-Bashir, per aver istigato tanta violenza fu denunciato alla Corte penale internazionale, accusato di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Terminato il conflitto, ma non l’ostilità, tra le tribù del Darfur, gran parte dei janjaweed sono confluiti nelle RSF. Quella che stanno decimando, di nuovo, ad el-Fasher e nel resto del Darfur è una delle etnie di origine africana, quella degli Zaghawa.

Una vittoria strategica per Dagalo

La caduta di al-Fasher costituisce una importante vittoria per il generale Dagalo perché gli fornisce il controllo quasi totale sul Darfur. È la seconda vittoria in pochi giorni. Il 25 ottobre infatti le RSF hanno conquistato Bara, la seconda città del Kordofan, lo stato centromeridionale ancora in parte controllato dall’esercito governativo che confina con il Darfur e forma una barriera tra il Darfur e la metà orientale del Paese controllata dall’esercito, dove si trova Khartoum, la capitale, espugnata dal generale al-Burhan lo scorso marzo.

Ricco di giacimenti di petrolio, il Kordofan, composto da tre stati e con una popolazione di quasi otto milioni, rappresenta un fronte di guerra decisivo. “Chiunque controlli il Kordofan controlla di fatto le riserve di petrolio del Paese, oltre che una estesa parte di territorio nazionale” sostiene Amir Amin, analista di Oasis Policy Advisory. Inoltre è di importanza vitale per il Sudan del Sud che non ha sbocchi sul mare perché è attraverso gli oleodotti del Kordofan che scorre il suo petrolio per raggiungere l’hub di Port Sudan ed essere esportato.

Il nuovo Sudan

El Fasher adesso potrebbe diventare la capitale del governo parallelo che le RSF e le forze alleate hanno creato a luglio. Il generale Dagalo è stato nominato capo del consiglio presidenziale, organo governativo supremo composto da 15 membri. Suo vice è Abdel Aziz al-Hilu, capo dell’SPLM-N (Sudan People’s Liberations Movement-North), il più importante gruppo antigovernativo. Mohamed Hassan al-Taishi, un politico, è stato nominato primo ministro.

Con i recenti sviluppi cresce la paventata prospettiva di una divisione del Paese. Se così fosse, sarebbe la seconda volta che il Sudan si divide, dopo che nel 2011, al termine di un durissimo conflitto durato decenni e come esito di un referendum popolare, i territori meridionali sono diventati indipendenti, portandosi via tre quarti dei giacimenti di petrolio.

Ma, allo stato attuale, è più probabile che il generale Dagalo non sia disposto ad accontentarsi di una porzione di territorio, oltre tutto senza sbocco sul mare: almeno non finché disporrà di approvvigionamenti di armi sufficienti a continuare a combattere. “La liberazione di el Fasher è la liberazione del Sudan, fino a Port Sudan – ha dichiarato il comandante in seconda delle RSF, Abdelrahim Dagalo – stiamo arrivando e stiamo arrivano in forze”. “Il nuovo Sudan avanza, il vecchio Sudan sarà distrutto” è lo slogan dei paramilitari RSF.

Guerra a oltranza

Port Sudan, sulle rive del Mar Rosso, continua a essere la base del generale al Burhan e del suo governo anche dopo che l’esercito governativo ha ripreso il controllo di Khartoum e poi del vicino stato di Gezira, il polo agricolo del Paese. La capitale, dove la guerra è iniziata nell’aprile del 2023, è in macerie e soprattutto non è ancora del tutto sicura. Il 21 ottobre un drone ha colpito un’area nei pressi dell’aeroporto internazionale della capitale alla vigilia della ripresa dei voli nazionali, i primi dallo scoppio della guerra.

È difficile fare previsioni. Unica certezza, finora, è la determinazione mostrata, e più volte ribadita dai due generali di voler combattere a oltranza, fino alla sconfitta totale dell’avversario e dei suoi alleati, incuranti delle conseguenze sulla popolazione e a costo di ritrovarsi alla fine padroni di un Paese in rovina, leader di una popolazione esausta, annichilita dalla paura, dalle malattie, dalla fame, dalle sofferenze e dai lutti.

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