Non si fermano le polemiche legate al conferimento del Premio Nobel per la Pace alla giurista sudafricana Navi Pillay, nota per aver guidato una Commissione Onu che ha accusato Israele di genocidio. Alle questioni legate alla stretta attualità, si aggiungono le rivelazioni di una whistleblower che ha lavorato alle Nazioni Unite, rese pubbliche dall’ente no profit UN Watch.
Silenzio sugli uiguri
La rivelazione proviene da Emma Reilly, ex-funzionaria della Commissione Onu per i diritti umani, licenziata dopo aver accusato alcuni suoi colleghi di aver passato informazioni sui dissidenti cinesi al governo di Pechino.
Dopo l’annuncio del Nobel, Reilly ha accusato Pillay di essere “complice del genocidio uiguro”, sostenendo che sotto la sua guida l’ufficio per i diritti umani dell’Onu ha consegnato alla Cina i nomi di diversi dissidenti, ignorando gli avvertimenti sul pericolo che questi e le loro famiglie correvano. Alla notizia della premiazione, Reilly ha detto della Pillay:
Se non avesse l’immunità diplomatica, tre vittime l’avrebbero citata in giudizio. […] Navi Pillay ha appena ricevuto il Premio Nobel per la Pace. La stessa Navi Pillay che era Alto Commissario (per i diritti umani, ndr) quando ho riportato per la prima volta che l’Onu consegnava i nomi dei dissidenti alla Cina. Pillay supervisionò la comunicazione dei nomi di oltre 50 dissidenti alla Cina. Le famiglie dei dissidenti testimoniarono in tribunale. Testimoniarono, sotto giuramento, che i loro famigliari erano stati intimiditi, detenuti arbitrariamente, torturati, fatti sparire e persino uccisi nei campi di concentramento.
“Tutti i membri dello staff (della Pillay, ndr) che consegnarono direttamente i nomi furono promossi”, mentre Reilly fu “licenziata per aver parlato apertamente”.
Complicità con il regime cinese
UN Watch ha ricordato che la stessa Pillay si rifiutò di partecipare alla cerimonia per conferire il Premio Nobel per la Pace 2010 al dissidente cinese all’epoca incarcerato Liu Xiaobo. “Il comitato del Nobel deve una spiegazione ai dissidenti i cui nomi sono stati consegnati alla Cina”, ha dichiarato Hillel Neuer, direttore esecutivo di UN Watch. “Emma Reilly ha sollevato devastanti accuse di complicità nel genocidio contro la donna che hanno scelto di onorare. Dov’era il controllo? Dov’era la preoccupazione per le vittime e le loro famiglie?”.
Neuer ha anche aggiunto: “Nel 2010, il Comitato del Nobel ha onorato Liu Xiaobo per essersi opposto alla dittatura cinese. Pillay si rifiutò di partecipare alla sua cerimonia. Ora il comitato le assegna lo stesso premio. Che messaggio manda questo ai dissidenti cinesi che rischiano la vita per la libertà?”.
In occasione del conferimento del Nobel a Liu Xiaobo, la rivista Foreign Policy aveva rivelato che la Pillay era stata invitata alla cerimonia di premiazione ad Oslo. Tuttavia, questa aveva declinato l’invito, ufficialmente a causa di impegni a Ginevra ma in realtà per via delle pressioni subite da parte del governo cinese. Ha anche ignorato l’appello di 40 ong che le chiedevano di mostrare solidarietà nei confronti del dissidente cinese premiato.
Altri precedenti
Già nel 2011, uno studio condotto da UN Watch ha rivelato che nei suoi primi due anni circa a capo della Commissione Onu per i diritti umani, tra il settembre 2008 e il giugno 2010, Pillay è rimasta in silenzio sulle violazioni dei diritti umani da parte di 34 Paesi che in quel momento erano stati classificati come “non liberi” dalla Freedom House, che ogni anno pubblica una classifica del livello di liberà e democrazia in tutti i Paesi del mondo.
La lista dei Paesi sui quali è rimasta in silenzio include Arabia Saudita, Bielorussia, Corea del Nord, Cuba, Eritrea, Siria e Sudan. In quei primi due anni, la giurista sudafricana ha rilasciato 21 dichiarazioni sui Paesi del Medio Oriente e del Nordafrica. Tuttavia, di queste ben 9 riguardavano Israele.
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