
“Uno stato fallito è sufficiente”. Con queste parole la Mo Ibrahim Foundation ha commentato l’esito delle elezioni generali svoltesi in Tanzania il 29 ottobre. Lo stato fallito già esistente nella regione – l’Africa orientale – è il Sudan, in guerra dall’aprile 2023.
Ad allarmare l’autorevole fondazione, che dal 2006 si occupa di governance e leadership in Africa, è la svolta autoritaria impressa al Tanzania dalla presidente, Samia Suluhu Hassan, che ha assunto la carica nel 2021 in seguito alla morte del presidente John Magufuli di cui era il vice.
La repressione in Tanzania
Per oltre un anno, in vista delle elezioni, Hassan ha attuato una repressione brutale e sistematica sulle opposizioni. Centinaia di dissidenti sono stati arrestati, rapiti, torturati, uccisi o sono scomparsi.
Per essere proprio sicura di vincere, Hassan si è poi sbarazzata degli avversari che temeva di più. Tundu Lissu, leader del Chadema, il principale partito di opposizione, è in carcere dallo scorso aprile. È accusato di alto tradimento, un reato punibile con la morte. Inoltre, con un pretesto, l’intero Chadema non è stato ammesso al voto. Il candidato presidenziale Luhaga Mpina, leader dell’altro maggiore partito di opposizione, ACT-Wazalendo, è stato escluso dalla Commissione elettorale accampando motivi tecnici.
Hassan ha così ottenuto una vittoria schiacciante, il 97,66 per cento dei voti. Ma la popolazione ha reagito in massa organizzando il giorno del voto e in quelli successivi oceaniche manifestazioni di protesta nelle principali città. Polizia ed esercito sono intervenuti sparando ad altezza d’uomo. Si contano 800 morti, più di mille secondo alcune fonti.
La situazione rimane tesa tanto che la cerimonia di investitura del presidente Hassan si è svolta in privato e non come di consueto in uno stadio e, per la prima volta nella sua storia, il Paese non celebrerà il giorno dell’indipendenza il prossimo 9 dicembre.
Stati falliti
Il Tanzania dunque si è aggiunto all’elenco degli Stati falliti, che in Africa sono tanti, troppi. L’ultima edizione dell’Indice della governance, un rapporto prodotto ogni due anni dalla Mo Ibrahim Foundation, registrava a fine 2024, per la prima volta in dieci anni, una generale riduzione della governance nel Continente. Il rapporto documentava in molti Paesi casi di persecuzione dei partiti di opposizione, di manipolazione delle commissioni elettorali, di uso della forza per mantenere e consolidare il potere. Da allora la situazione è ulteriormente peggiorata.
Brogli in Camerun
Ha tutte le caratteristiche di Stato fallito, e gli ultimi sviluppi lo hanno confermato, un altro Paese da poco andato alle urne, il Camerun. Molti avevano sperato che Paul Biya, il più vecchio capo di stato del mondo, rinunciasse a ricandidarsi, per l’ottava volta. Governa da 43 anni e niente sarebbe se non fosse che, come il collega Teodoro Nguema, in carica addirittura da 50 anni in Guinea Equatoriale, considera il Paese come una grande proprietà personale, incurante delle crescenti difficoltà economiche della gente comune – dei giovani in particolare che costituiscono il 35 per cento della popolazione e per il 40 per cento sono disoccupati.
Alle quali in alcune parti del Paese si aggiungo gravissimi fattori di crisi: nelle regioni del nord che confinano con la Nigeria gli attacchi dei gruppi jihadisti nigeriani, Boko Haram e Iswap, e in quelle meridionali la guerra civile scoppiata nel 2017 quando le minoranze anglofone – il Paese è in maggioranza di lingua francese – si sono rivoltate dopo decenni di emarginazione e discriminazioni.
Invece lo scorso gennaio Biya ha annunciato la propria candidatura. Il voto si è svolto il 12 ottobre. Il giorno delle elezioni si sono verificati i primi disordini a seguito di segnalazioni di brogli. Il 13 ottobre Issa Tchiroma Bakary, il principale sfidante di Biya, ha dichiarato di aver vinto sulla base dei risultati di un gran numero di seggi elettorali. È stato accusato di incitamento alla violenza e alla ribellione.
Per 15 giorni, in tutto il Paese, è cresciuta la tensione in attesa dei risultati ufficiali. Il 27 ottobre, come era ampiamente prevedibile, il Consiglio costituzionale ha dichiarato vincitore Biya, con il 53,7 per cento dei voti, seguito da Bakary con il 35,2. I leader dell’opposizione hanno respinto il risultato.
Nella capitale Douala e in altre città la gente è scesa per le strade. Almeno 48 persone sono state uccise dalle forze di sicurezza che, come in Tanzania, hanno sparato sui manifestanti. Per aver salva la vita Bakary è fuggito nel Gambia. “Un Paese non può esistere al servizio di un solo uomo” aveva detto annunciando la propria candidatura. Ma per ora evidentemente il Camerun può.
Altri due Stati falliti
Due leader invece nel frattempo sono stati deposti con un colpo di stato: due altri stati finiti in mano ai militari, due altri stati falliti. Il 12 ottobre un gruppo scelto dell’esercito ha preso il potere in Madagascar approfittando di settimane di proteste e disordini organizzati nella capitale Antananarivo e in diverse altre città dai giovani della Generazione Z che inaspettatamente sono riusciti a scuotere dalla loro rassegnata inerzia gli abitanti di uno dei Paesi africani più poveri e a far scendere per strada una massa di persone come da almeno 15 anni non succedeva.
All’origine delle proteste sono state la rabbia e la disperazione per la carenza di servizi pubblici essenziali, per la mancanza di prospettive per i giovani, in gran parte disoccupati o impiegati in attività saltuarie, irregolari, anche se hanno conseguito titoli di studio che li avevano indotti a sperare per il futuro.
Il 75 per cento dei malgasci, che sono poco meno di 33 milioni, vive sotto la soglia di povertà. Il dato, incredibile se non fosse documentato, che da solo descrive la situazione del Paese è che rispetto al 1960, anno dell’indipendenza dalla Francia, il prodotto interno lordo pro capite dei malgasci è diminuito del 45 per cento.
Il presidente Andry Rajoelina ha lasciato il Paese il giorno stesso del colpo di stato, riuscendo a evitare di essere arrestato. Il leader del golpe, il colonnello dell’esercito Michael Randrianirina, il 17 ottobre ha prestato giuramento come presidente e il 28 ottobre ha nominato un nuovo governo composto per lo più da ministri civili: 25 civili e quattro ufficiali militari o paramilitari.
L’altro colpo di stato si è verificato in Guinea Bissau. Il 23 novembre il Paese ha votato per eleggere presidente e parlamento. Il capo di stato uscente, Umaro Sissoco Embalo, in carica dal 2020, si era ricandidato. Se sarà rieletto, dicevano in campagna elettorale i suoi avversari, completerà il suo programma di regressione democratica e il Paese non avrà più speranze.
La Guinea Bissau in effetti non ha un parlamento operativo dal 2023, da quando cioè Embalo lo ha sciolto. Da molti anni è un fondamentale punto di transito della droga che dall’America meridionale raggiunge l’Europa e, durante il mandato di Embalo, il traffico di droga si è ulteriormente intensificato e consolidato.
A poche ore dalla chiusura dei seggi, prima della pubblicazione dei risultati ufficiali, sia Embalo che il suo principale sfidante, Fernando Dias, avevano dichiarato la vittoria. Il 26 novembre, mentre ancora si attendeva la proclamazione ufficiale del vincitore, l’esercito ha preso il potere. L’Alto comando militare per il ristabilimento dell’ordine, organo politico appena costituito, ha dichiarato che il golpe si era reso necessario per sventare un complotto dei narcotrafficanti intenzionati a impadronirsi del potere e che la transizione democratica richiederà un anno.
Il generale Horta Inta-a ha prestato giuramento come presidente di transizione il 27 novembre. In effetti, la Guinea Bissau si può considerare uno stato fallito da tanto tempo. Quello del 26 novembre è il nono colpo di stato militare nel Paese.
Democrazia e buon governo
“Senza pace, sicurezza e stato di diritto – sostiene la Mo Ibrahim Foundation – non si possono mettere a frutto le enormi risorse del Continente e non si può chiedere che più capitali privati investano in Africa. Democrazia e buon governo sono le fondamenta sulle quali deve poggiare il progresso dell’Africa, senza di che lo sviluppo è destinato inevitabilmente a crollare sotto il peso della corruzione e della repressione”.
È un giudizio, quello della fondazione, che va attentamente considerato mentre l’Italia si appresta a intensificare la cooperazione con l’Africa nell’ambito del Piano Mattei, a cancellare il 50 per cento dei debiti che i Paesi africani a reddito medio basso hanno contratto con il nostro Paese e a riconvertire del tutto in piani di investimento quelli dei Paesi meno sviluppati.
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