Da qualche tempo sembra che la guerra in Iran sia scomparsa dall’attenzione dei mass e social media, ma alla sua sostanziale conclusione, con la sconfitta militare ed economica del regime degli ayatollah non è stato dato il rilievo che avrebbe meritato.
Sconfitta scomoda
Le guerre sono sempre eventi drammatici e non si deve mai esultare troppo per una vittoria, ma quando la conclusione di un conflitto porta alla sconfitta di uno stato totalitario che ha fatto della repressione interna (si ricordino le decine di migliaia di vittime dei primi mesi dell’anno) e dell’aggressione esterna (diretta soprattutto contro gli americani e gli israeliani e gestita dalle organizzazioni terroristiche legate all’Iran) il proprio obiettivo principale, allora questa sconfitta va almeno sottolineata, messa in evidenza tra le notizie e non dimenticata, quasi fosse un fastidio per una visione delle cose purtroppo dominante in molti settori della cultura americana ed europea, secondo cui un Paese occidentale non può vincere, è assolutamente impossibile che vinca una guerra contro un Paese non occidentale o meglio decisamente antioccidentale come l’Iran.
Oltre ai giudizi negativi decisamente manichei sull’intervento americano (dimentichi della tradizione liberale e prima ancora cristiana sulla possibilità della guerra giusta), la cosa più sconcertante, ma anche più interessante dal punto di vista della analisi culturale è che a questi giudizi politico-morali (la guerra all’Iran è ingiusta) si sono uniti giudizi di fatto altrettanto dogmatici (la guerra all’Iran non può essere vinta), in violazione della logica propria della legge che prende il nome dal filosofo scozzese David Hume (1711-1776), che considera un errore di ragionamento il mischiare i due tipi di giudizi.
Il retaggio del Vietnam
Se ci chiediamo quando ha avuto origine una tale visione delle cose, molto diversa da una critica della guerra ragionevole ed aperta ad un confronto, la risposta la troviamo in una frase ricorrente detta quasi con disprezzo a commento dell’azione militare americana: è come la guerra in Vietnam.
Il coinvolgimento militare diretto dell’esercito americano in Vietnam, cominciato nel 1965 per decisione del presidente Lyndon B. Johnson (1908-1973) e volto a difendere il Vietnam del Sud filoccidentale dalle mire espansionistiche di quello del Nord filocomunista (secondo le convenienze a volte filosovietico e a volte filocinese), prese ben presto una piega molto particolare fino a diventare la prima guerra in cui la vittoria finale non fu determinata dagli eserciti, ma dall’atteggiamento delle élites culturali, artistiche e ovviamente politiche americane e dal loro influsso sull’opinione pubblica.
A oltre cinquant’anni di distanza dalla fine ufficiale del conflitto nel Paese del Sud-Est asiatico (1975), gli stessi leader dei vietcong, l’esercito rivoluzionario che portò avanti la guerriglia destinata a sovvertire lo stato del Sud filoccidentale e ad unificarlo con il Nord comunista, hanno ammesso che si rendevano conto benissimo che non avrebbero mai potuto sconfiggere l’esercito americano ma, consapevoli della crescente condanna della guerra da parte dei mass media e della opinione pubblica americana, decisero di mettere in rilievo quanto più possibile il carattere patriottico e vittimista del loro movimento (che invece era un movimento totalitario e repressivo) e di accentuare la “malvagità” delle azioni militari americane e il fatto che le stesse erano destinate a fallire.
La cultura “beat”
Una strategia che funzionò, dato che affermare queste cose era come sfondare una porta aperta nella cultura americana di allora. Una cultura che in quegli anni era dominata sempre più dai valori della generazione “beat”, un termine coniato dallo scrittore Jack Kerouac (1922-1969) e che rappresenta l’abbreviazione di “beatific”, valori nobili e che per molti aspetti hanno contribuito a migliorare i rapporti personali e sociali nei Paesi occidentali, ma valori spesso troppo astratti e pervasi da una componente nichilista e manichea, orientata a criticare e a condannare solo i Paesi occidentali (fu allora in effetti che iniziò quella che oggi si chiama “oicofobia”, cioè l’odio e il disprezzo per il proprio Paese e per la propria cultura) e in particolare gli Stati Uniti.
I mass media dell’epoca (tv e giornali), gli intellettuali, gli opinionisti, gli artisti ecc., tramite libri, articoli, spettacoli, canzoni ecc. si scagliarono quasi subito contro la guerra in Vietnam, dimenticando che tutte le cose umane, ma in particolare le realtà drammatiche come le guerre sono sempre caratterizzate da aspetti positivi e da aspetti negativi, e che una visione di buon senso ed obiettiva deve sapere confrontare e soppesare i primi e i secondi.
La doppia morale
La storia successiva ha accertato che l’azione militare bellica degli americani, nonostante i molti errori e le molte scelte moralmente discutibili presentava maggiori aspetti positivi rispetto a quella dei vietcong, ma allora dei primi si vedevano solo i difetti e gli stessi venivano ampiamente esagerati, mentre dei secondi erano presi in considerazione solo i pregi, anch’essi esagerati, e spesso inventati.
Così i bombardamenti americani, che inevitabilmente colpivano anche vittime civili, ma che erano diretti a combattere i gruppi nemici spesso nascosti appositamente nella giungla e mai impegnati in combattimenti in campo aperto, venivano condannati come massacri intenzionalmente voluti, mentre le rappresaglie dei combattenti comunisti, che spesso portavano alla distruzione di interi villaggi e allo sterminio dei loro abitanti, venivano definite come azioni di resistenza.
Sul piano dei giudizi di fatto, nonostante tutte le incursioni dei vietcong venissero puntualmente respinte, le stesse venivano dipinte nei mass media americani come terribili sconfitte per l’esercito statunitense, che in effetti non perse una sola battaglia durante tutta la guerra, e l’abbattimento di un singolo elicottero statunitense era messa in risalto dai giornali e dai notiziari manco fosse una sorta di sconfitta di Waterloo.
Dopo la fine della guerra, negoziata sotto la spinta dei mass media e delle manifestazioni di piazza soprattutto dal segretario di stato americano da Herny Kissinger (1923-2023), i “liberatori” comunisti che unificarono il Vietnam rinchiusero centinaia di migliaia di cittadini dissidenti nei campi di lavoro e di rieducazione, e molte persone che rifiutavano di accettare il nuovo regime totalitario cercarono scampo prendendo il mare su imbarcazioni di fortuna verso mete che nemmeno conoscevano: un’impresa disperata che costò molti morti (si stima sino ad un milione), ai quali nessuno dedicò articoli, canzoni o marce di protesta.
La sindrome del “nuovo Vietnam”
Nei decenni successivi ogni intervento militare degli Stati Uniti, soprattutto quando non era condiviso dalle élites culturali politicamente corrette (che approvarono invece i bombardamenti sulla Libia nel 2011, cui partecipò anche il nostro Paese), è stato definito come destinato a portare ad un “nuovo Vietnam”.
Questa “sindrome vietnamita” si è manifestata in maniera molto evidente anche durante i mesi del conflitto con l’Iran, nei quali si sono succedute le condanne più o meno esplicite da parte di quasi tutti i Paesi europei (compreso il nostro), culminate nel loro rifiuto di collaborare alla liberazione dello Stretto di Hormuz, nonché quelle di molti leader culturali e religiosi, come Papa Leone XIV.
Condanne che hanno ripreso pari pari la visione manichea e astratta che fu propria degli anni della guerra in Vietnam. Condanne che spesso il mondo dell’informazione, con molte eccezioni in America, ma poche in Europa, ha esaltato, così come ha esaltato le manifestazioni piazza e le prese di posizione di artisti ed intellettuali contrarie all’intervento americano, mentre ha quasi del tutto trascurato quelle dei dissidenti iraniani favorevoli alla guerra nella speranza di un cambio di regime.
Ai giudizi di condanna si sono uniti, come da copione vietnamita, le affermazioni sulla inevitabile sconfitta americana. Così i risultati di tre mesi di bombardamenti di precisione israelo-americani che hanno quasi totalmente eliminato le basi missilistiche e militari iraniane sono stati pressoché ignorati e ci si è affrettati a dire che gli iraniani hanno “già ricostruito tutto”, magari con l’improbabile aiuto dei cinesi, i quali si sono guardati bene dall’intromettersi in una guerra gestita da una potenza rivale, quella americana, dalla quale però in sostanza dipendono dato che la Cina deriva (potremmo dire “copia”) dagli americani tutte le sue più importanti realizzazioni, comprese quelle militari.
La cessazione dei bombardamenti e la scelta di non operare un intervento di terra da parte americana, finalizzate ad evitare ulteriori vittime civili e soprattutto le perdite di soldati americani che caratterizzarono la guerra in Vietnam e che rappresentarono, a prescindere dalla cultura “beat”, un potente stimolo ad opporsi alla guerra sono state spiegate in base al fatto che gli americani avrebbero “finito le munizioni”, cioè i missili e le bombe necessari a continuare i combattimenti, cosa alquanto improbabile a mio parere, data l’estensione dell’arsenale militare statunitense, e impossibile da verificare, dato che il numero dei missili e delle bombe a disposizione del Pentagono è ovviamente top secret.
Lo Stretto di Hormuz, punto necessario di passaggio per le petroliere dei Paesi arabi del Golfo Persico è stato considerato per molto tempo come totalmente dominato dagli iraniani, basta che un drone avesse colpito anche in maniera lieve una nave, ma ora che gli americani ne hanno in sostanza il pieno controllo, la notizia stenta ad essere data.
Infine, nonostante il traffico petrolifero stia tornando verso livelli quasi normali (escluso il blocco delle esportazioni iraniane), rimane l’accusa alla guerra di avere fatto aumentare i prezzi del petrolio, anche se da un lato questo aumento di carattere temporaneo sarebbe forse già stato del tutto superato se gli Stati europei avessero collaborato alla gestione dello Stretto, e dall’altro il prezzo “al consumatore” dei derivati petroliferi (benzina, gasolio) è determinato soprattutto dalle imposte pubbliche nonché indirettamente dalle, a mio parere assurde, “compensazioni” finanziarie per le innocue emissioni di anidride carbonica volute dall’Unione europea.
A differenza però di quanto avvenuto durante la guerra in Vietnam, l’amministrazione Usa diretta da Donald Trump non si è lasciata sopraffare dalla “sindrome vietnamita” e non solo ha affermato il carattere di guerra giusta dei bombardamenti sull’Iran, ma ha ribadito, con le parole spesso formalmente rozze, ma condivisibili nel loro contenuto, del presidente che la guerra è stata sostanzialmente vinta.
Il vittimismo antioccidentale
Ciò non è merito solo dell’amministrazione: negli anni successivi alla guerra in Vietnam, si è sviluppata negli Stati Uniti, nelle università (che non sono solo centri di cultura woke, ma molto spesso sono luoghi di ricerche basate sui principi della più classica tradizione liberale) e nelle scuole militari tutta una serie di studi che hanno inquadrato il vittimismo antioccidentale come una chiara e deliberata strategia di guerra dalla quale difendersi innanzitutto evitando di prestargli fede.
Grazie a questa evoluzione culturale, fatta propria dalla amministrazione Usa, possiamo dire che oggi negli Stati uniti la “sindrome vietnamita” è diventata una concezione politica e morale criticabile che, anche se molto diffusa, non riesce più a condizionare l’esito di una guerra, e che anzi, se vogliamo proprio dirla tutta, può persino essere utile ad evitare di cadere nell’eccesso opposto di approvare incondizionatamente ogni intervento militare.
Come che sia, tutto questo conferma una delle più profonde e durature caratteristiche della cultura liberale classica americana, la capacità di imparare dai propri errori e di cercare di correggerli, e si può ritenere che finché esisterà questa capacità il primato culturale e politico degli Stati uniti difficilmente verrà messo in discussione.
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