La pulizia etnica dei palestinesi? In Kuwait

Gli stessi enti, tra cui l'Onu, che attaccano costantemente Israele, rimasero in silenzio di fronte ad una vera pulizia etnica: ma se Israele non c'entra, allora il mondo tace

5.1k 7
proteste Gaza Hamas

Già da prima del 7 Ottobre, Israele è stato spesso accusato di voler compiere una pulizia etnica della popolazione palestinese, nonostante sia aumenta costantemente nel corso dei decenni: se nel 1948 vivevano 1,4 milioni di palestinesi nel territorio che oggi comprende sia Israele che i territori dell’Anp, nel 2025 risultavano essere saliti a 5,5 milioni nei territori (3,4 milioni in Cisgiordania e 2,1 milioni a Gaza, secondo il Palestinian Central Bureau of Statistics) e a più di 2 milioni in Israele (secondo la Jewish Virtual Library).

Espulsione dal Kuwait

Una vera pulizia etnica dei palestinesi, che però è stata dimenticata da buona parte dell’opinione pubblica, ebbe luogo nel 1991, quando il Kuwait espulse la maggior parte dei palestinesi che ci vivevano, come rappresaglia in risposta all’appoggio dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) all’occupazione dell’emirato da parte dell’Iraq di Saddam Hussein.

Poco importa che una parte di questa popolazione, che risiedeva in Kuwait da decenni, non condivideva la scelta di campo dell’OLP. Proprio l’allora leader dell’OLP, Yasser Arafat, in seguito arrivò a dire che “ciò che il Kuwait ha fatto al popolo palestinese è peggio di ciò che è stato fatto da Israele ai palestinesi nei territori occupati”.

Radici storiche

Come raccontava un articolo apparso nel 2012 sulla rivista americana Middle East Quarterly, i primi immigrati palestinesi erano giunti in Kuwait per lavoro già nel 1936, quindi prima ancora della guerra d’indipendenza d’Israele. E dopo il 1948, ne arrivarono altre decine di migliaia, tanto che nel 1961, quando il Kuwait ottenne l’indipendenza dal dominio britannico, la comunità palestinese costituiva circa il 12 per cento di tutta la popolazione.

Sebbene molti di loro non avessero la cittadinanza kuwaitiana, erano comunque molto più integrati nel tessuto sociale locale rispetto ai palestinesi che vivono nei campi profughi in Libano. Tra di loro non c’erano solo lavoratori sottopagati, ma anche medici, infermieri, insegnanti, burocrati, ingegneri e docenti universitari.

La pulizia etnica

Tutto questo cambiò quando Saddam Hussein invase il Kuwait con l’appoggio di Arafat. Prima ancora della cacciata degli occupanti iracheni, il clima presentava già dei segnali preoccupanti per la comunità palestinese. Il 21 febbraio 1991 Saad al-Abdullah al-Sabah, sceicco e principe ereditario del Kuwait, disse al quotidiano inglese The Independent che occorreva “ripulire” il Paese dalle “quinte colonne”. Mentre il 9 luglio dello stesso anno, al giornale USA Today, il procuratore generale kuwaitiano Hamed Othman disse che “ogni Paese ha il diritto di deportare persone che considera un rischio per la sicurezza. Succede anche in Gran Bretagna e in America”.

Complessivamente, se nell’agosto 1990 vivevano tra i 400.000 e i 450.000 palestinesi in Kuwait, un anno dopo ne erano rimasti dai 10.000 ai 22.000. Le espulsioni furono assai brutali: l’Associated Press affermò che nel cimitero di Riqqa si formarono delle fosse comuni, tutte di palestinesi, e che anche membri della famiglia reale avevano partecipato in prima persona alle stragi.

I bambini palestinesi vennero espulsi dalle scuole pubbliche, e nuove tasse furono imposte a coloro che intendevano restare nel Paese. Secondo l’associazione palestinese Badil, si stima che durante la guerra con l’Iraq 4.000 persone furono uccise e 16.000 torturate nei centri di detenzione kuwaitiani, la maggior parte delle quali palestinesi.

Kenneth Roth, attivista di Human Rights Watch, disse davanti ad una commissione del Congresso degli Stati Uniti:

Coloro che rimangono in Kuwait sono sottoposti a una serie di pressioni apparentemente concepite per spingerli a lasciare il Paese. Alla maggior parte dei palestinesi non è stato permesso di riprendere il lavoro. Molti non sono riusciti a ottenere nuove targhe kuwaitiane per le loro auto […] La spazzatura non viene raccolta dalla liberazione in comunità palestinesi come Hawali, a differenza che nei quartieri kuwaitiani. Le molestie agli onnipresenti posti di blocco sono all’ordine del giorno. L’effetto combinato di queste azioni e del terrore scatenato dalla violenza ufficiale è una rassegnazione da parte di un gran numero di palestinesi, che dovranno lasciare quello che per molti è l’unico Paese che abbiano mai conosciuto.

Il silenzio del mondo

Se Human Rights Watch e la Croce Rossa denunciarono fortemente questi fatti, lo stesso non si può dire dell’Onu, che pure non perde occasione per condannare Israele. Non solo, ma in più le Nazioni Unite non concessero ai profughi palestinesi dal Kuwait nemmeno la possibilità di ottenere la protezione dell’UNRWA, mettendoli invece sotto l’ala dell’UNHCR.

Quando alla Commissione per i risarcimenti delle Nazioni Unite vennero presentate numerose richieste contro il Kuwait da parte dei profughi palestinesi, su 43.975 richieste di risarcimento ne furono respinte ben 35.878, ossia circa l’82 per cento del totale. Secondo i palestinesi espulsi, le proprietà che avevano perso e che gli erano state confiscate valevano complessivamente 33 miliardi di dollari, ma di questi ne ricevettero come risarcimento solo 149 milioni.

Gli stessi enti che attaccano costantemente Israele per la situazione a Gaza e in Cisgiordania, rimasero in silenzio di fronte ad una vera pulizia etnica. Nessuna risoluzione venne adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU, né dalla Lega Araba. Nel suo libro del 1997 Refugees Into Citizens, l’avvocatessa e attivista dei diritti umani americana Donna E. Artz riportò le parole di un analista palestinese, il quale disse:

Puoi anche chiamarla deportazione […] Ma io la chiamo la terza catastrofe dopo il 1948 e il 1967. Immaginate cosa succederebbe se Israele deportasse 300.000 persone. Il mondo intero si ribellerebbe. Ma quando un arabo deporta o uccide il suo fratello arabo, va tutto bene; non succede nulla.

Non solo in Kuwait

Nel corso dei decenni, anche altri Paesi arabi hanno effettuato espulsioni di massa dei palestinesi. Nel 1970, la Giordania espulse circa 20.000 palestinesi e ne demolì gli accampamenti; tra il 1994 e il 1995, la Libia espulse decine di migliaia di palestinesi dopo gli accordi di Oslo; e in seguito alla guerra in Iraq del 2003, circa 21.000 palestinesi fuggirono dal paese in risposta ad una sistematica campagna di terrore e persecuzione. Ma se Israele non c’entra, allora il mondo tace.

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version