
Partito l’attacco israeliano al programma nucleare dell’Iran, la domanda della maggior parte dei commentatori italiani è: cosa abbia indotto Benjamin Netanyahu a compiere un gesto così azzardato, proprio adesso che Israele è più isolato che mai nel mondo a causa della guerra a Gaza. La domanda è però sbagliata e andrebbe posta nel modo seguente: cosa abbia indotto Israele (a prescindere dal premier) a non attaccare fino al 13 giugno 2025 il programma nucleare dell’Iran.
2002: il programma nucleare segreto
Era il lontano agosto del 2002, quando un gruppo di dissidenti iraniani, il Consiglio per la resistenza nazionale, rivelava l’esistenza di un programma nucleare segreto, parallelo al programma nucleare civile noto a tutti. La centrale atomica di Bushehr non sollevava particolari problemi o obiezioni. Ma l’esistenza di ben due siti segreti, ad Arak e Natanz, rispettivamente per la produzione di acqua pesante e per l’arricchimento dell’uranio, era un forte segnale di allarme. Con il materiale fissile prodotto, l’Iran avrebbe anche potuto produrre testate nucleari. Un programma nucleare civile segreto aveva molto meno senso.
Agosto 2002 voleva dire: 11 mesi dagli attacchi dell’11 settembre e soprattutto nel bel mezzo della crisi con l’Iraq di Saddam Hussein, accusato dagli Usa (e non solo) di volersi dotare di nuove armi di distruzione di massa. Questi eventi avevano spinto l’allora presidente George W. Bush a coniare la fortunata espressione di “Asse del Male”, per indicare Iran, Iraq e Corea del Nord, tre potenze esplicitamente nemiche degli Usa e in procinto di dotarsi di armi di distruzione di massa.
Il seguito lo conosciamo: nel 2003 venne invaso l’Iraq e venne deposto il regime di Saddam Hussein. Le armi di distruzione di massa irachene non vennero trovate e l’argomento sulla prevenzione delle potenze che violavano il principio di non proliferazione divenne politicamente “radioattivo”.
Gheddafi, in Libia, rinunciò spontaneamente al suo programma nucleare, intimorito dalla fine che aveva fatto Saddam. Ma l’Iran continuò a negare il proprio e a lavorare in segreto. Le carte iraniane trafugate dal Mossad, nel 2018, dimostreranno che, fino al 2003, l’Iran aveva un sofisticato programma nucleare militare, inclusa la progettazione di testate nucleari. Dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003 il programma era stato portato ad un livello di maggior segretezza, ma non interrotto.
Bush, però, si trovò con le mani legate quando si trattò di affrontare un Iran sempre più assertivo. Soprattutto il presidente fanatico Mahmoud Ahmadinejad, “eletto” nel 2005, iniziò a minacciare esplicitamente l’esistenza di Israele e fece del programma nucleare un motivo di orgoglio della Repubblica Islamica.
2006-2008: la via diplomatica di Bush
Eppure Bush, alle prese con i sempre più difficili conflitti in Iraq e in Afghanistan si ritrovò a dover trattenere Israele, che già nel 2008, all’epoca di Ahmadinejad, scalpitava per lanciare un attacco preventivo. Si era nel pieno della campagna elettorale, allora si candidava John McCain e andava sostenuto. Bush non fornì a Israele le bombe necessarie a penetrare le fortificazioni di Natanz, principale obiettivo del possibile raid aereo (e allora premier di Israele non era il “guerrafondaio” Netanyahu, ma il moderato Ehud Olmert).
Bush aveva scelto la via diplomatica. Dal 2006, nonostante le continue minacce di Ahmadinejad, aveva incoraggiato la formazione del gruppo di contatto 5+1: i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania. Questo gruppo di contatto non ottenne nulla, fino alla fine del mandato Bush.
L’appeasement di Obama
Iniziata l’era Obama, gli Usa spesero le loro risorse diplomatiche, fin da subito, per trovare un accordo definitivo che chiudesse la questione del nucleare iraniano senza ricorrere a un conflitto. Nel 2009, la “rielezione” di Ahmadinejad, fraudolenta anche secondo gli standard di un regime totalitario quale è la Repubblica Islamica, scatenò la prima grande reazione degli studenti, la “rivoluzione verde”. Obama decise di non appoggiare le proteste: preferiva negoziare con i vertici islamici piuttosto che rischiare un regime change.
Sempre nel 2009, l’Aiea denunciava la presenza di un terzo sito per l’arricchimento dell’uranio, ancora più sospetto, a Fordow: scavato nelle montagne, protetto da formidabili difese, era un’altra prova che l’Iran stesse celando le sue vere intenzioni. Come riveleranno le carte diplomatiche svelate da WikiLeaks nel 2010, anche nel 2009 Israele implorò gli Usa di lasciarlo agire preventivamente contro il programma atomico segreto iraniano, ma Obama non lo consentì.
Secondo i calcoli dell’allora ministro della difesa, Ehud Barak (laburista e pacifista), nel 2010 si sarebbe chiusa la finestra di opportunità, dopo quella data si sarebbe arrivati a un punto di non ritorno. Le stesse carte rivelate da WikiLeaks dimostrano che, negli stessi anni, anche l’Arabia Saudita premeva per un attacco preventivo, sentendosi minacciata allo stesso modo di Israele.
Obama continuò a premere sull’Iran con le sanzioni economiche e consentì (e aiutò attivamente) vaste operazioni israeliane di sabotaggio, fra cui l’attacco informatico agli impianti nucleari e ai laboratori iraniani con il virus Stuxnet, nella primavera del 2010.
Il Jcpoa
La seconda amministrazione Obama raggiunse l’obiettivo di un accordo comprensivo sul nucleare iraniano solo nel 2015, firmato a Vienna assieme a tutto il gruppo di contatto del 5+1. L’accordo, chiamato con l’acronimo Jcpoa, consentiva all’Iran di continuare a raffinare l’uranio, ma solo fino ad un arricchimento del 3,7 per cento, esclusivamente utilizzabile a fini civili. Le scorte in eccesso dovevano essere affidate a un paese terzo (la Russia). In cambio venivano tolte le sanzioni economiche.
Ma, con gran costernazione di Israele, non veniva previsto alcun serio meccanismo di controllo sul terreno. In tal modo, l’Iran poteva arricchire l’uranio in segreto, anche a livelli utili per la produzione di testate nucleari e nessuno se ne sarebbe accorto.
La massima pressione del Trump I
La prima amministrazione Trump fu più attenta alla richiesta di aiuto di Israele. E nel 2018, anche grazie alle carte sul programma nucleare trafugate dal Mossad, gli Usa si ritirarono dal Jcpoa unilateralmente. Nuove sanzioni, durissime, vennero imposte al regime. Lo strangolamento dell’Iran fu così duro da scatenare la più seria e diffusa ribellione della popolazione per motivi economici (e non solo politici) alla fine del 2019.
Il tentativo di Biden
Fu il successore, il democratico Joe Biden, a tentare un nuovo appeasement con il regime islamico di Teheran, sin dal 2021. Ma non riuscì a resuscitare il Jcpoa e con l’attacco a Israele del 7 ottobre 2023, appoggiato, quando non del tutto orchestrato, dall’Iran, ogni ulteriore tentativo diplomatico fallì.
Quel poco di distensione che era stata promossa dall’amministrazione Biden (coma la cancellazione di sanzioni economiche e la riabilitazione del gruppo armato sciita degli Houthi nello Yemen, fino al 2021 nella lista nera americana delle organizzazioni terroristiche) era stata evidentemente usata dall’Iran per preparare la sua guerra contro Israele.
Il primo confronto diretto
Nel 2024 venne sdoganata per la prima volta l’idea che fra Iran e Israele vi potesse essere un confronto armato diretto, non solo attraverso proxies. Il 13 aprile 2024, l’Iran lanciò le prime salve di droni e missili contro Israele. Il 19 aprile Israele lanciò la sua rappresaglia direttamente contro obiettivi iraniani in Iran, non solo contro obiettivi iraniani in Libano e in Siria, come aveva fatto fino a quel mese.
Il 1 ottobre successivo, l’Iran ha attaccato ancora Israele, con una salva ancora più massiccia di missili. Israele ha atteso fino al 26 ottobre prima di lanciare l’operazione “Giorni del Pentimento”: per la prima volta, gli aerei israeliani sorvolavano impunemente il territorio iraniano, dimostrando tutta la fragilità delle sue difese.
Tempo sprecato
Sdoganata l’idea di un conflitto diretto e raggiunto il punto massimo di ebollizione nella crisi nucleare, si spiega l’attacco di Israele di questi giorni. Il giorno prima dell’attacco, persino i più ciechi fra i governi europei avevano votato la risoluzione dell’Aiea che condannava l’Iran per il suo programma nucleare, per la sua violazione dei principi di non proliferazione, la prima sentenza così netta in 20 anni di monitoraggio.
Se già il 2010 per Israele era un “punto di non ritorno”, figuriamoci 15 anni dopo. Agli storici il compito di valutare quanto sarebbe stato più facile e risolutivo un attacco nel 2010, o anche nel 2008, quando gli obiettivi da colpire erano meno, Israele aveva le mani più libere e non si ritrovava logorato da un anno e mezzo di guerra contro il terrorismo, per di più con il mondo contro. Tutto tempo sprecato, lunghi anni di inutile diplomazia.