
Era nell’aria da mesi, oggi è ufficiale: Emmanuel Macron annuncia che, a settembre, riconoscerà lo Stato di Palestina. Non solo: vuole coinvolgere anche Germania e Regno Unito, così da creare uno schieramento compatto europeo pro-Palestina.
Comprensibile l’ira degli Stati Uniti contro la Francia. Comprensibile perché l’amministrazione Trump non si è mai fatta illudere dalla proposta dei “due popoli in due Stati”, pur essendo stata l’ultima, nello scorso mandato, ad aver proposto un piano completo di partizione. Ovviamente respinto dagli arabi-palestinesi, come tutti i precedenti.
Non ha un governo
L’annuncio di Macron è un errore, da qualunque punto di vista lo si osservi. Prima di tutto, Macron vorrebbe riconoscere l’indipendenza di un Paese che non ha un governo, la cui autorità principale (l’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas) controlla solo una piccola parte del territorio che si vorrebbe riconoscere. Di Gaza e Cisgiordania, l’AP non controlla per niente la prima e anche della seconda regione amministra unicamente le zone A. Le zone C sono sotto amministrazione israeliana, le B sono a gestione mista. Gaza è interamente sotto il controllo del governo non riconosciuto di Hamas, apertamente nemico dell’Autorità Palestinese.
Non ci sono confini
Non c’è un confine riconosciuto. Non nel senso che non sia riconosciuto dagli israeliani, per motivi politici di opposizione all’indipendenza palestinese, ma nel senso che non è mai stato riconosciuto dai palestinesi stessi. Infatti, Macron, così come tutta la “comunità internazionale”, intende come confini quelli in essere dal 1949 al 1967, detti comunemente i “confine del 67”.
Ma non sono confini: sono linee armistiziali, dove si sono fermate le operazioni militari della Prima Guerra Arabo-Israeliana. Dunque non sono confini internazionali e neppure amministrativi. I rappresentanti palestinesi, dal 1947 al 2020, hanno sempre respinto ogni partizione. Per un motivo o per l’altro non si sono mai detti soddisfatti da proposte che, sostanzialmente, trasformerebbero i “confini del 67” in una frontiera riconosciuta, dando l’indipendenza a una nuova Palestina.
E questo rifiuto è stato opposto anche alle proposte più generose, come l’offerta di Bill Clinton ed Ehud Barak del 2000, in cui veniva riconosciuto il 98 per cento delle rivendicazioni territoriali di Yassir Arafat, la divisione di Gerusalemme e il riconoscimento di Gerusalemme Est quale capitale del nuovo Stato.
Non hanno mai voluto uno Stato
Che senso ha una proposta di riconoscimento di uno Stato che non ha un governo e non ha neppure confini riconosciuti? Nessuno, nemmeno dal punto di vista storico. Infatti, i nazionalisti palestinesi, sin dagli anni 30 del secolo scorso, per non parlare dei movimenti islamisti palestinesi (Hamas e Jihad Islamica) nati negli anni ’80, non hanno mai rivendicato alcuna indipendenza per i territori inclusi nei “confini del 67”.
Non è un’esagerazione nazionalista ebraica affermare che la “Palestina non esiste”, perché è un’affermazione storicamente vera. La causa palestinese, che pure attira i consensi degli indipendentisti di tutto il mondo, non è paragonabile ad alcun altro indipendentismo. Il Gran Muftì di Gerusalemme, poi Arafat, infine Mahmoud Abbas, hanno sempre mirato a sostituire Israele, dal Giordano al Mediterraneo, non a chiedere l’indipendenza di un loro territorio dallo Stato ebraico.
Una prova schiacciante di questa malcelata intenzione, si trova nella storia della Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). È stata infatti fondata nel 1964, tre anni prima dei “confini del 67”. I territori che, oggi, chiamiamo Cisgiordania e Striscia di Gaza, allora erano rispettivamente occupati da Giordania ed Egitto, fino al 1967, quando vennero occupati da Israele a seguito della Guerra dei Sei Giorni.
Ma se non c’erano ancora i “territori palestinesi occupati” che cosa avrebbe dovuto liberare la Organizzazione per la Liberazione della Palestina? Risposta scontata: tutto il resto di Israele viene considerato “Palestina”, compresa Tel Aviv, compresa Nazaret e Tiberiade, comprese Acri, Ashdod e Sderot, il Negev ed Eilat, insomma tutto.
L’imbroglio di Oslo
Non ci si deve illudere troppo dalla storia recente quando, dal 1993 (Accordi di Oslo), Arafat avrebbe accettato ufficialmente l’idea di una partizione, dunque di una Palestina indipendente entro i “confini del 67”. Perché assieme al riconoscimento dell’indipendenza, la leadership palestinese ha sempre rivendicato il “diritto al ritorno”, dunque il diritto di tornare a casa di circa cinque milioni di palestinesi, discendenti riconosciuti dei 750 mila arabi espulsi o fuggiti da Israele nel 1948. Casa loro, dove? In tutto il territorio di Israele.
Oggi questa pretesa è ancor più esplicita in movimenti trainanti come Hamas, che non fanno mistero di mirare alla cacciata o all’uccisione degli ebrei in tutto il territorio dal Giordano al Mediterraneo. Ed è caduta anche la maschera dei pro-Pal occidentali che non chiedono “due popoli in due Stati”, ma “dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”.
L’errore di Macron
Riconoscendo la Palestina indipendente, dunque, Macron non fa altro che assecondare la volontà secolare della leadership palestinese a distruggere Israele, usando il riconoscimento della propria sovranità come primo passo per il raggiungimento del loro vero obiettivo e non come culmine di un percorso verso l’indipendenza da Israele (che non vogliono e non chiedono neppure).
Gli eurolirici diranno che, però, Macron lo fa perché è una mossa politicamente pagante: lo fa “per la pace”. Lo afferma Carlo Calenda, ad esempio, quando sostiene che: “Al contrario di ciò che scrive Netanyahu, Macron ha capito un fatto: con Netanyahu e la destra israeliana al governo non ci sarà mai la pace e tanto meno un percorso verso due popoli e due Stati. A questo punto la comunità internazionale deve riconoscere lo Stato palestinese”.
Calenda, così come Macron, distingue l’aggressore dall’aggredito quando si parla di Ucraina. Purtroppo, invece, su Israele dimostrano entrambi una grande confusione sui ruoli. Questa guerra è iniziata con il pogrom del 7 Ottobre, un’aggressione plateale di Hamas a Israele e al suo popolo.
Sta proseguendo come una difficile guerra che lo Stato ebraico sta combattendo su più fronti (Libano, Siria, Gaza, Cisgiordania, Yemen, Iran), contro una pluralità di nemici regionali che mirano alla sua distruzione. La guerra, per quanto siano dure le immagini che arrivano da Gaza, non può essere in alcun modo scambiata per un’aggressione israeliana.
Se pretendi la pace dall’aggredito (il governo Netanyahu) invece che dall’aggressore (Hamas e i suoi alleati) non stai facendo altro che premiare l’aggressione. Dunque la via migliore perché la guerra si ripeta, perché il 7 Ottobre si replichi ancora, ancora e ancora.
Non è un caso che Hamas abbia immediatamente lodato la dichiarazione di Macron, definendola: “un passo positivo nella giusta direzione” e invitando tutti i Paesi europei “… che non hanno ancora riconosciuto lo Stato di Palestina, a seguire l’esempio della Francia e a riconoscere pienamente i diritti nazionali del nostro popolo”. Se ricevi i complimenti da un gruppo terrorista islamico… fattele due domande, almeno.
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