
Come a sorpresa, nonostante fosse nell’aria da giorni, era arrivato l’attacco americano sui siti nucleari iraniani, così a sorpresa, dopo la telefonatissima rappresaglia di Teheran – 14 missili sulla base militare Usa in Qatar con un preavviso di ore, tutti intercettati tranne uno fuori bersaglio, nessuna paventata chiusura di Hormuz – è arrivato l’annuncio del cessate il fuoco, via social, dal presidente Donald Trump.
L’unico errore? Non è stata la guerra “dei 12 giorni”, ma la Guerra del 7 Ottobre, iniziata e conclusa a Teheran, la testa dell’Idra, dopo che Israele ha pazientemente eliminato o ridotto all’impotenza i suoi tentacoli.
Cessate il fuoco sfalsato. Il primo a doversi fermare è l’Iran, alle 6 (ora italiana). Dopo 12 ore, alle 18 italiane, Israele. L’ultimo e purtroppo letale attacco iraniano sfora di pochi minuti il primo termine. Israele in teoria potrebbe continuare a colpire per altre 12 ore, ma probabilmente si asterrà. Nessuno dei due rilascia commenti ufficiali ma la tregua è in vigore, proprio nel momento in cui – dopo la patetica sceneggiata dei missili “telefonati” – è più manifesta l’umiliazione di Teheran.
Obiettivi di Israele raggiunti
Missione compiuta? Se Israele ha accettato di fermarsi, vuol dire che ritiene raggiunti i suoi obiettivi minimi. Stamattina il comunicato dell’ufficio del primo ministro: “raggiunti tutti gli obiettivi dell’operazione Rising Lion, e anche di più”. Rimossa una “duplice minaccia esistenziale immediata: sia nel campo nucleare sia in quello dei missili balistici”. “Alla luce del raggiungimento degli obiettivi dell’operazione e in pieno coordinamento con il presidente Trump, Israele ha accettato la proposta del presidente per un cessate il fuoco bilaterale”. Riservandosi ovviamente di rispondere con la forza a qualsiasi violazione.
Abbiamo assistito in pochi giorni alla più cocente umiliazione del regime iraniano che si ricordi, con Russia e Cina a guardare il loro alleato nella regione prenderle di brutto. In poche ore Israele ha preso e mantenuto il controllo dei cieli sopra Teheran e la parte occidentale del Paese, colpito ripetutamente gli impianti nucleari, fatto fuori decine di alti vertici militari, governativi e scienziati, messo fuori uso oltre la metà dei lanciamissili. Preparando così il terreno per le MOP che solo gli Stati Uniti hanno, decisive per scalfire le strutture nucleari sotterranee.
L’intervento Usa
Il programma nucleare distrutto o riportato indietro di anni. Il tutto, con la luce verde da Washington (il che come sappiamo non sarebbe stato scontato con una amministrazione Dem). Un gioco di squadra Trump-Netanyahu perfetto, nella divisione dei compiti, nel tempismo e nella comunicazione.
Non sappiamo se sia andata davvero così, ma a cose fatte si ha l’impressione che tutto fosse stato pianificato con cura, dal momento degli attacchi israeliani a quello dell’entrata in guerra degli Usa, fino all’annuncio del cessate il fuoco – probabilmente concordato nel momento in cui Trump ha deciso di calare le MOP. Vi aiutiamo a finire il lavoro, ma poi ci fermiamo.
Equilibri di potere completamente ribaltati in Medio Oriente, si apre ora una straordinaria finestra di opportunità per portare pace e stabilità nella regione, sulla base di una normalizzazione dei rapporti tra Israele e Paesi arabi, a partire dai regni del Golfo.
Regime change? Forse
Manca la caduta del regime? L’obiettivo Usa, come ribadito da Trump, era il programma nucleare, non il regime change – nonostante il presidente lo abbia evocato in un post, quasi a sdoganarlo presso la sua base e probabilmente come minaccia prima dell’attesa reazione della leadership iraniana.
Non era l’obiettivo di guerra nemmeno di Israele, anche se indubbiamente ha concentrato i suoi attacchi, soprattutto gli ultimi, sui Pasdaran, sulle strutture e i simboli della macchina repressiva del regime. Un segnale chiaro al popolo iraniano: non possiamo abbattere il regime dall’esterno, ma apriamo una finestra di opportunità più unica che rara per provarci dall’interno.
Improbabile un regime change sotto le bombe, a meno di una invasione di terra (ad oggi militarmente e politicamente impensabile), ma non è da escludere che nelle prossime settimane si mettano in moto processi interni che abbiano come esito la caduta del regime o una sua normalizzazione.
Le umilianti sconfitte militari hanno spesso come esito il crollo dei regimi e il venir meno del programma nucleare priva quello iraniano della sua missione storica: la cancellazione di Israele.
Come ha osservato Victor Davis Hanson su The Free Press, “i comandi sopravvissuti potrebbero voler deviare l’ira pubblica da se stessi verso la teocrazia. Potrebbe essere l’unico modo per porre fine a questo regime malvagio e alla rovina che ha portato con sé”. Lo storico spiega che i critici di Trump da destra lo fraintendono.
Non è un fan della promozione della democrazia degli anni di Bush. Ma è un jacksoniano del “non calpestarmi”. Non si è mai candidato né ha governato come isolazionista o interventista. Cerca di recuperare e mantenere la deterrenza americana (come ha fatto nel suo primo mandato con l’uccisione del comandante terrorista del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica Qasem Soleimani, del leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi, dell’Isis stesso e del Gruppo Wagner in Siria), proprio per evitare “guerre eterne”.
Programma nucleare distrutto o quasi
Difficile valutare i danni inflitti al programma nucleare, diffidate da chi ha certezze in un senso o nell’altro. Forse solo Israele ne ha una valutazione attendibile. Rimarrebbero centinaia di chili di uranio arricchito al 60 per cento, senza però gli impianti per arricchirli ulteriormente, e probabilmente già sotto lo sguardo vigile di Israele.
Altrettanto probabilmente nei prossimi mesi il regime iraniano sarà più impegnato a restare in piedi che a riattivarlo. Anche perché sia a Teheran che a Mosca e Pechino hanno avuto prova che i costosissimi sforzi per arrivare all’atomica iraniana potrebbero essere polverizzati in pochi istanti. Non solo da Israele ma anche dagli Usa.
Oltre a distruggere gli impianti, infatti, Trump ha ristabilito la deterrenza, il suo attacco fissa un precedente per i prossimi inquilini della Casa Bianca: Washington è pronta a usare la sua forza militare per fermare il programma nucleare iraniano, per far rispettare una sua “linea rossa” – cosa importante che non avveniva più con le ultime amministrazioni Dem.
La deterrenza dell’Occidente
Come avevamo già osservato dopo l’attacco Usa, una dimostrazione di forza, capacità militare ma anche della determinazione di Trump ad usare la potenza americana quando sono in gioco gli interessi statunitensi e la sopravvivenza dei suoi alleati.
A conferma che America First non è America Alone, che Trump non ha in mente un ritiro degli Usa come potenza egemone, che mettere fine alle endless wars non significa rinunciare all’uso della forza militare, non significa isolazionismo. Un equivoco alimentato dalla sinistra, dagli odiatori di Trump, per screditarlo, ma anche da una piccola minoranza, molto attiva sui social, della sua stessa base MAGA, che però in questi giorni ha dovuto ingoiare la realtà.
Un primo forte smacco per l’Asse cinese. Pechino e Mosca hanno potuto solo assistere mentre il loro alleato chiave nella regione – causa di assorbimento di molte risorse politiche e militari Usa – veniva colpito duramente e, forse, in modo fatale. Il ritorno della credibilità dell’Occidente, come aveva osservato giorni fa lo storico Niall Ferguson.