Non solo i cristiani in Siria, proseguono i massacri jihadisti in Africa

Il jihad è questo, genocidio e pulizia etnica insieme. Per i jihadisti la guerra più lunga, avrà fine solo con la completa sottomissione di tutta l’umanità

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Domenica 22 giugno in Siria un uomo è entrato nella chiesa greco ortodossa di Mar Elias a Dweila, un quartiere della capitale Damasco, ha incominciato a sparare sui fedeli, che in quel momento partecipavano numerosi alle funzioni domenicali, e poi si è fatto esplodere. Il bilancio delle vittime è elevato: 30 morti e più di 60 feriti.

Il ministro dell’interno Anas Khattab ha dichiarato che l’attentato è opera dell’Isis, lo Stato Islamico. Finora però l’azione non è stata rivendicata. Un funzionario della sicurezza ha detto all’agenzia di stampa Reuters che, dopo la caduta del regime di Bashar al Assad lo scorso dicembre, l’Isis ha fatto diversi tentativi di attaccare delle chiese in Siria.

Ahmed al-Sharaa, il leader della milizia jihadista Hayat Tahrir al-Sham che ha guidato la rivolta contro Assad e che da gennaio è a capo di un governo di transizione, ha più volte assicurato di voler proteggere le minoranze. Tuttavia le comunità cristiane temono per il futuro. Solo pochi giorni fa, la domenica dell’8 giugno, dei colpi di arma da fuoco sono stati sparati contro la croce innalzata sulla facciata della cattedrale siro-ortodossa di Santa Maria della Cintura Sacra, a Homs.

Massacri in Nigeria

In Nigeria, la sera del 20 giugno un attentato suicida ha ucciso almeno 12 persone e ne ha ferite una trentina. A farsi esplodere, in un affollato mercato del pesce, è stata una donna. È successo nello stato nord occidentale del Borno, uno dei 12 stati a maggioranza musulmana della federazione nigeriana che dal 2000 hanno adottato la shari’a, la legge islamica. Autore dell’attentato si ritiene sia Boko Haram, uno dei più pericolosi gruppi armati affiliati ad al Qaeda, costituitosi nel 2002 proprio nel Borno.

Costringere donne e bambine a indossare cinture esplosive e a saltare in aria nei mercati e alle stazioni degli autobus compiendo stragi è uno dei modi con cui ha terrorizzato il nord est del Paese. Nelle campagne invece attacca i villaggi, li circonda, raduna la popolazione, la uccide e se ne va dopo aver razziato raccolti e bestiame e dato fuoco alle abitazioni.

L’Iswap, staccatosi dal gruppo e affiliatosi all’Isis nel 2016, invece ha scelto il controllo di estesi territori sui quali governare: per ora, una vasta enclave attorno al lago Chad. La missione di entrambi è imporre ai fedeli la rigida osservanza delle prescrizioni dell’islam e liberare il Paese, o almeno il nord, dalla presenza dei cristiani.

Sempre in Nigeria, nella Middle Belt, l’ampia fascia centrale, dall’inizio di giugno sono state uccise centinaia di persone. Le vittime sono in gran parte contadini cristiani attaccati nei loro villaggi da gruppi di giovani musulmani Fulani, una etnia di pastori nomadi e seminomadi. In soli due giorni, il 13 e il 14 giugno, nello stato del Benue sono morte più di 200 persone. Neanche i bambini sono stati risparmiati.

Migliaia di persone si sono date alla fuga, terrorizzate. Molte hanno cercato rifugio nella missione cattolica di Yelwata. Credevano di essere al sicuro, ma i Fulani sono arrivati anche lì, dopo il tramonto, ed è stato un massacro. Non contenti, prima di dileguarsi hanno devastato la struttura, distruggendo ogni cosa.

Le tensioni tra pastori e agricoltori caratterizzano tutta la storia del continente africano, sono causa di conflitti tribali tra i più cruenti e insanabili. Ma in Nigeria il fattore religioso rende ancora più difficile, conflittuale la loro convivenza. Inoltre l’estremismo islamico, dagli stati del nord est è penetrato anche tra i musulmani della Middle Belt e ha fatto presa soprattutto tra i giovani Fulani, rendendoli più agguerriti e determinati.

I musulmani di Medina

A muoverli, implacabili – loro, e i musulmani sunniti di tutto il mondo che militano in sigle legate ad al Qaeda e all’Isis e quelli sciiti, che fanno capo all’Iran degli ayatollah – è lo stesso imperativo: combattere il jihad, la guerra santa, fedeli a oltranza a un duplice mandato: far rispettare la shari’a, e quindi controllare gli altri fedeli, costringerli a praticare un Islam immutato, punirli se rifiutano; e conquistare il mondo all’Islam, sottometterlo alla volontà di Allah, con la forza se necessario. 

Ayan Hirsi Ali, l’intellettuale somala rifugiata negli Stati Uniti dopo essere stata condannata a morte da una fatwa nel 2004 per aver scritto il testo “blasfemo” del cortometraggio “Submission” sulle donne musulmane costato la vita al suo autore, Theo van Gogh, li chiama musulmani di “Medina” perché prendono esempio dagli anni in cui, emigrati in quella città, Maometto e i suoi seguaci incominciarono a imporre l’Islam e a combattere e discriminare chi rifiutava di convertirsi, mentre prima, alla Mecca, avevano predicato e convertito i politeisti convincendoli ad abbandonare i loro idoli. Chi siano i jihadisti lo spiega nel modo più chiaro nel suo libro “Infedele” (Rizzoli, 2015):

Vagheggiano un regime basato sulla shari’a e sono a favore di un Islam largamente o totalmente immutato rispetto a ciò che era nel Settimo secolo (quello in cui visse Maometto). Soprattutto, considerano un requisito della fede il dovere di imporla a tutti gli altri.

“Tutti gli altri” sono sia gli infedeli, devoti di altre religioni e atei, sia i fedeli imperfetti, quelli che si adattano alla modernità e che trascurano i loro doveri. È quindi una guerra che si deve combattere su due fronti: quello interno, il dar el-Islam, la casa dell’Islam, e quello esterno, il dar el-harb, la casa della guerra.

Il giornalista Domenico Quirico, che fu loro prigioniero per mesi nel 2013, li ha chiamati “guerrieri di Dio senza rimorsi”. Li caratterizza, spiega nel suo libro “Il grande califfato” (Neri Pozza, 2015), l’irrilevanza ormai per tutti di ciò che sono stati prima di diventare jihadisti. Nazionalità, mestiere, famiglia, posizione sociale: nulla più conta.

Ci sono quelli che non ricordano neppure più il mestiere – racconta – il loro mestiere ormai è unico, ha piallato le loro biografie, smussato gli angoli, ricondotto tutto a una tragica uniformità. Sono i soldati di Dio, il loro mestiere è la guerra, solo questi sono i loro ricordi, la loro vita fuori di qui sembra sia stata aspirata in un sacco e gettata via.

L’altra loro caratteristica, secondo Quirico, è di essere diventati dei professionisti del jihad: non dei combattenti che immaginano il tempo in cui la guerra sarà finita, che anelano a tornare alla vita civile, con le famiglie, un lavoro, gli svaghi consueti, ma persone che vivono nella guerra e per la guerra, per sempre, senza altro futuro che la lotta a oltranza: “uomini semplici ulteriormente semplificati, con istinti primordiali acuiti dalla forza degli eventi: istinto di conservazione, fede, gioia della preghiera, sensazione di essere dalla parte giusta del mondo, odio per l’impuro”.

La guerra più lunga

A Medina è iniziata la guerra più lunga della storia umana. Per i jihadisti avrà fine solo con la completa sottomissione di tutta l’umanità. Spesso ormai genocidio e pulizia etnica sono espressioni che vengono usate impropriamente, per indicare atti di violenza che, per quanto efferati, non possono e non si dovrebbero definire tali.

Il rischio concreto è che in questo modo molti finiscano per non rendersi conto della reale, spaventosa specificità che esprimono. Genocidio è l’intenzione di annientare un gruppo, sia esso nazionale, etnico o religioso. Pulizia etnica è l’intenzione di liberare un’area da un gruppo etnico o religioso. Il jihad è questo, genocidio e pulizia etnica. I suoi combattenti li usano entrambi per realizzare la loro missione.

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