Esteri

October Surprise di Trump, le regole del gioco che Kiev non può ignorare

Un solo vincitore: Vladimir Putin. Trump aveva sostenuto gli attacchi ucraini fino a fine agosto, ma poi chiesto di sospenderli. Zelensky al bivio: fermare gli attacchi o rompere con la Casa Bianca

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Ecco la October Surprise, o una delle October Surprise, del presidente Donald Trump. L’accordo con Putin che sblocca le esportazioni di gasolio russo fino al 7 aprile per 300 mila tonnellate subito e 4,8 milioni complessivi spiazza il fronte interno ma anche Ucraina ed Europa.

Ovviamente l’obiettivo è abbassare il prezzo del diesel in vista delle midterm – bene sensibile per agricoltori, allevatori e camionisti, fetta importante dell’elettorato trumpiano. Ma la domanda è: questa mossa, al prezzo di ridare fiato a Mosca e indebolire Kiev, risulterà efficace? Entro pochi giorni i mercati potrebbero prezzare sia la quantità modesta del gasolio sbloccato rispetto alla domanda (appena 9 giorni di consumi Usa), sia l’incapacità russa di soddisfare l’impegno a causa dei continui attacchi ucraini contro le sue raffinerie.

Dal punto di vista di Putin è un accordo win-win. Aumenta le pressioni su Kiev per cessare gli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe e, anche se continuassero, avrà ottenuto di aprire una crisi nei rapporti Washington-Kiev.

La realtà che Kiev non può ignorare

Zelensky è comprensibilmente furioso per un accordo negoziato alle sue spalle, che però è almeno in parte frutto della sua stessa miopia politica. Da tre anni sta conducendo una coraggiosa guerra di difesa, ma commettendo l’errore di agire a dispetto di qualsiasi congiuntura internazionale e interesse dei suoi stessi alleati, come se l’Ucraina fosse l’unico focolaio di crisi nel mondo. La dura realtà è che non è così.

La necessità di affrontare l’Iran per impedirgli di dotarsi dell’atomica e di raggiungere una dotazione missilistica tale da “scudare” il suo programma nucleare ha provocato una tempesta perfetta, troppi colli di bottiglia contemporanei sui mercati energetici. Alla lunga gli interessi sono entrati in conflitto: gli attacchi ucraini alle raffinerie russe, sempre più efficaci, finiscono per danneggiare anche i consumatori americani e Kiev non può ignorarlo: è un fattore che rende asimmetrici attacchi russi e ucraini.

Come hanno riferito fonti del governo Usa ad Axios, Trump ha deciso di concludere l’accordo dopo che Zelensky ha ignorato le ripetute richieste americane, una mezza dozzina, di fermarli, concentrandosi su altri obiettivi: “Zelensky sta valutando male la situazione. Continuando a colpire le raffinerie, sta compromettendo la disponibilità ottenuta da Trump negli ultimi sei mesi”.

Il sostegno di Trump agli attacchi

Una disponibilità concreta. Dall’estate del 2025, infatti, i servizi segreti Usa stanno aiutando l’Ucraina a pianificare i suoi attacchi contro le raffinerie russe (percorsi, altitudine, tempi, elusione delle difese aeree), come confermato anche da funzionari ucraini. Dalla primavera/estate 2026 l’efficacia degli attacchi è cresciuta al punto da mettere fuori gioco tra il 40 e il 50 per cento, a seconda delle stime, delle capacità di raffinazione e da costringere Mosca a vietare le esportazioni e a importare diesel – il che ha fatto salire i prezzi a livello globale.

L’8 luglio scorso, da Ankara, il presidente Trump, accanto a Zelensky, aveva persino espresso il suo esplicito sostegno agli attacchi: “un’escalation che può aiutare a portare ad una fine” della guerra.

Tra la fine di agosto e metà settembre, come prevedibile con l’avvicinarsi delle midterm e la necessità di reintrodurre il blocco navale contro l’Iran, sono arrivate da Washington le richieste di sospenderli. Trump non è contrario in linea di principio al fatto che Kiev colpisca le infrastrutture energetiche russe, anche in profondità, anzi vi ha contribuito attivamente. Ma ha chiesto una pausa.

Le logiche della politica

Dopo tre anni di sostegno, decisivo per la resistenza ucraina, non puoi non concedere un aiuto al tuo partner più strategico nel momento in cui è lui ad averne bisogno, impegnato in una delicata elezione. Dal punto di vista di Trump, il rifiuto di Zelensky di sospendere gli attacchi anche solo per qualche settimana appare come un aiuto ai Democratici.

La guerra non sospende le logiche della politica. Non sempre durante un conflitto gli obiettivi militari possono avere la priorità. Anche Israele, il premier Netanyahu, pur forti di una maggiore autonomia dal punto di vista militare, di intelligence e finanziario rispetto all’Ucraina, sono scesi a compromessi, quando ciò è servito a tutelare il rapporto strategico con gli Stati Uniti e l’amministrazione Trump.

Trump e Zelensky in un vicolo cieco

Resta il fatto che servirà molto più gasolio di quello sbloccato dall’accordo per ottenere un sensibile calo dei prezzi alla pompa. E al momento, il divieto di esportazione russo è ancora in vigore, scade il 31 ottobre, le raffinerie operano a circa il 60 per cento della capacità e Kiev ha dichiarato che continuerà a colpirle. Quindi forse il vero obiettivo dell’accordo è spingere Zelensky a cessare gli attacchi, anche perché il grosso dei volumi promessi dai russi (3 milioni di tonnellate) dipende esplicitamente dalle “condizioni delle loro raffinerie”.

Sembra quindi emergere un solo vincitore certo: Vladimir Putin. Il presidente Trump potrebbe non ottenere benefici apprezzabili dagli elettori sul prezzo del diesel. Certo, potrà incolpare Kiev se non ferma gli attacchi, ma un capro espiatorio non si traduce automaticamente in consensi.

Zelensky si trova di fronte alla drammatica scelta tra fermare gli attacchi alle raffinerie russe o danneggiare irrimediabilmente i rapporti con la Casa Bianca. Probabilmente opterà obtorto collo per la prima.

Se invece avesse accolto “volontariamente” la richiesta Usa, concedendo una breve sosta magari in cambio di ulteriori mezzi di difesa anti-aerea, avrebbe almeno potuto essere lui a dare un aiuto prezioso a Trump in vista delle midterm, incassando un credito politico, mentre ora è Putin ad apparire collaborativo a costo zero, con l’eventuale bonus di una rottura tra Washington e Kiev.

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