Pax trumpiana: sicurezza di Israele prima, alla fine (forse) uno Stato palestinese

Alto rischio fallimento, come tutti i piani di pace per il Medio Oriente. Ma finalmente un cambio di paradigma. I più importanti Paesi arabi sostengono l'approccio Trump, opposto a quello velleitario e propal dell'Europa

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Di piani di pace per il Medio Oriente ne abbiamo visti nascere e morire parecchi e quello partorito ieri dalla Casa Bianca a firma Donald Trump potrebbe fare la stessa fine. Concediamo anche che sia l’esito più probabile: una tregua fino alla prossima guerra terroristica contro Israele.

Terremoto geopolitico

Ci sono tuttavia almeno un paio di elementi che lo rendono diverso dagli altri e che autorizzano un cauto ottimismo. Innanzitutto, viene prima il riconoscimento delle esigenze di sicurezza di Israele e solo dopo, al termine di un percorso, arriva l’eventuale nascita e riconoscimento di uno Stato palestinese. Secondo, appoggiano il piano i più importanti Paesi arabi e islamici, alcuni dei quali ormai da anni, dalla prima presidenza Trump, hanno manifestato la volontà di normalizzazione dei rapporti con Israele.

In una nota congiunta, i ministri degli esteri di Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Pakistan, Turchia e Qatar – i primi quattro direttamente coinvolti, gli ultimi due presumibilmente con qualche riserva – hanno appoggiato il piano.

Un terremoto geopolitico perché i Paesi arabi cruciali della regione mettono la firma su un piano che azzera Hamas, realizza gli obiettivi di guerra di Israele, mette al primo posto la sua sicurezza, isolando di fatto le potenze europee che si sono affrettate a riconoscere lo Stato di Palestina e oggi senza pudore accolgono a braccia aperte il piano Trump.

Che appunto muove da un approccio opposto a quello dei governi occidentali, primi fra tutti alcuni europei come Francia, Spagna e Regno Unito, che hanno pensato di partire dalla fine del processo, ovvero dal riconoscimento di un inesistente Stato palestinese. “Stupidamente”, come ha osservato Trump in conferenza stampa.

Cambio di paradigma

Finalmente invece abbiamo un cambio di paradigma, una inversione dei fattori, novità assoluta anche se guardiamo agli sforzi di pace partoriti dai predecessori di Trump alla Casa Bianca. Dagli accordi di Oslo, dal principio “terra in cambio di pace” in poi, sicurezza di Israele e Stato palestinese sono andati sempre di pari passo nei negoziati, quando il secondo non è stato addirittura anteposto al primo, come dimostrano i riconoscimenti piovuti nelle ultime settimane.

A differenza di altri piani in questo non c’è alcuna garanzia di uno Stato palestinese e la sicurezza di Israele è un prerequisito, da raggiungere non solo attraverso lo smantellamento di Hamas ma anche una riforma dell’Anp e una completa trasformazione della mentalità e della cultura palestinese – il che non è affatto scontato.

Un cambio di paradigma reso possibile oggi dalla realtà totalmente nuova che si è determinata nella regione all’indomani del 7 Ottobre e delle nuove “lezioni” che Israele ha impartito ai suoi vicini bellicosi, in primis il regime iraniano, alla testa di una rete di proxies duramente colpiti dalle operazioni israeliane su più fronti.

Nuova realtà emersa con il contributo decisivo del presidente Trump, che ha posto fine alla politica anti-israeliana di Biden e dato via libera agli attacchi all’Iran e al Qatar, rimuovendo il loro senso di impunità. Nuova realtà che invece i governi europei – tutti nessuno escluso – faticano ad accettare, aggrappandosi alla comfort-zone dei “due Stati”, del processo di Oslo, per opportunismo e per sudditanza presentata come soluzione salomonica a opinioni pubbliche sempre più islamizzate.

Il piano Trump

Coerentemente, il piano Trump realizza gli obiettivi di guerra di Israele: liberazione degli ostaggi, smantellamento delle capacità militari e del governo di Hamas, garanzia che Gaza non rappresenti più una minaccia.

Questo principio base è espresso al primo punto del piano: “Gaza sarà una zona deradicalizzata e libera dal terrorismo che non rappresenterà una minaccia per i suoi vicini”.

Il primo passo è un immediato cessate il fuoco e, entro 72 ore dall’accettazione dell’accordo, la liberazione degli ultimi 48 ostaggi israeliani. In cambio, il rilascio dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane.

Passo successivo, il disarmo di Hamas. Ai militanti che si arrendono, consegnano le armi e desiderano lasciare Gaza verrà risparmiata la vita e offerto un passaggio sicuro. Nessun civile sarà costretto a lasciare Gaza e coloro che lo desiderano saranno liberi di farlo e di tornare. Nessuna pulizia etnica, nessuna annessione.

Un nuovo Protettorato per Gaza

La Striscia di Gaza avrà un’amministrazione civile di “tecnici” palestinesi che non includerà né Hamas né l’Autorità nazionale palestinese.

Come in tutte le cose che fa, Trump ci mette la faccia correndo in prima persona il rischio del fallimento. Presiederà infatti un nuovo organismo, chiamato Board of Peace, che a quanto pare di capire dovrebbe essere una sorta di protettorato, un tutor politico dell’autorità amministrativa di “tecnici” palestinesi che verrà insediata a Gaza.

Questo “comitato tecnocratico” sarà “responsabile della gestione quotidiana dei servizi pubblici e delle amministrazioni comunali per la popolazione di Gaza”, mentre il board staccherà gli assegni, almeno finché l’Anp non sarà riformata.

Sarà composto da palestinesi qualificati ed esperti internazionali, con la supervisione di un nuovo organismo internazionale di transizione, il Broad of Peace, che sarà presieduto dal presidente Donald J. Trump, con altri membri e capi di Stato che saranno annunciati, tra cui l’ex primo ministro Tony Blair. Questo organismo definirà il quadro e gestirà i finanziamenti per la riqualificazione di Gaza fino a quando l’Autorità nazionale palestinese non avrà completato il suo programma di riforme, come delineato in diverse proposte, tra cui il piano di pace del presidente Trump del 2020 e la proposta franco-saudita, e potrà riprendere il controllo di Gaza in modo sicuro ed efficace.

Mai più Hamas

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha già accettato. Il Qatar si è impegnato a convincere Hamas e se questa volta fa sul serio ha argomenti piuttosto convincenti per riuscirci. In caso contrario, ha chiarito il presidente Trump, Israele avrà tutto il sostegno per “finire il lavoro” da solo. Il “sì” di Hamas non è indispensabile, il piano può farne a meno e i Paesi arabi che contano sono a bordo.

Insomma, con le buone o con le cattive Hamas verrà sradicato da Gaza. Questo è l’imprescindibile punto di partenza, esplicitato al punto 13:

Hamas e altre fazioni concordano di non avere alcun ruolo nella governance di Gaza, direttamente, indirettamente o in qualsiasi forma. Tutte le infrastrutture militari, terroristiche e offensive, compresi i tunnel e gli impianti di produzione di armi, saranno distrutte e non ricostruite. Sarà avviato un processo di smilitarizzazione di Gaza sotto la supervisione di osservatori indipendenti, che includerà la messa fuori uso permanente delle armi attraverso un processo concordato di dismissione, supportato da un programma di riacquisto e reintegrazione finanziato a livello internazionale, il tutto verificato dagli osservatori indipendenti. La Nuova Gaza si impegnerà pienamente a costruire un’economia prospera e a coesistere pacificamente con i propri vicini.

I garanti

Garanti del rispetto dell’accordo da parte di Hamas e delle altre fazioni palestinesi saranno i “partner regionali”, Egitto, Giordania per primi, ma anche Arabia Saudita ed Emirati, affinché “la Nuova Gaza non rappresenti una minaccia per i suoi vicini o per la sua popolazione”.

Una Forza di stabilizzazione internazionale (Isf), alla quale gli Stati Uniti “collaboreranno con i partner arabi e internazionali”, verrà “dispiegata immediatamente” a Gaza e addestrerà le “forze di polizia palestinesi selezionate”. L’Isf collaborerà con Israele ed Egitto per proteggere le aree di confine.

Man mano che la Isf prenderà il controllo, le Forze di difesa israeliane si ritireranno in base a tappe e tempistiche legate alla smilitarizzazione della Striscia, “fino al loro completo ritiro, fatta eccezione per un perimetro di sicurezza che rimarrà finché Gaza non sarà adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica”.

Un percorso credibile

Previsto anche un “dialogo interreligioso basato sui valori della tolleranza e della coesistenza pacifica per cercare di cambiare la mentalità e le narrazioni di palestinesi e israeliani”.

Un “percorso credibile” verso uno Stato palestinese, riconosciuto come “aspirazione del popolo palestinese”, compare solo come punto di arrivo del processo, alla conclusione del documento (punti 19 e 20), “mentre procede lo sviluppo di Gaza e quando il programma di riforma dell’Autorità nazionale palestinese verrà fedelmente portato avanti”.

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