Perché la rottura con Trump non rafforza Meloni. Né in Europa né in Italia

Trump le rimprovera il mancato aiuto con l'Iran, non la difesa del Papa. Per calcoli elettorali da dimostrare, Meloni insegue la narrazione della sinistra e sconfessa tre anni e mezzo di politica estera. Ma gli avversari non saranno clementi

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Lo strappo con Israele

La giornata di ieri era iniziata con la decisione del governo italiano, “in considerazione della situazione attuale”, di sospendere il rinnovo automatico di un Protocollo di intesa per la cooperazione nel settore della difesa tra Italia e Israele. Un accordo che non ha mai avuto “contenuti reali”, faceva sapere il Ministero degli esteri israeliano.

Decisione però dall’evidente valore politico: l’ennesimo passo nel processo di distanziamento da Israele, in corso da mesi, ma soprattutto l’accoglimento di una richiesta di lunga data delle opposizioni, reiterata di recente dal leader 5 Stelle Giuseppe Conte, e del mondo pro-pal.

Sospensione per la quale il governo Meloni si è meritato il plauso nientemeno che di Francesca Albanese e un post di apprezzamento da parte del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha incluso l’Italia tra i Paesi che hanno avuto il coraggio di schierarsi “contro la bellicosità e i crimini del regime sionista”. Ecco i Paesi: Spagna, Cina, Russia, Turchia, Egitto. Quando si dice essere buona compagnia

Il distanziamento da Trump

Non soddisfatta, la premier Meloni tornava a bollare come “inaccettabili” le parole del presidente Usa su Papa Leone XIV. “Non mi sentirei a mio agio in una società dove i leader religiosi facessero quello che dicono i leader politici, non in questa parte del mondo”. Ovvio, ma altrettanto valido il contrario, cioè che i leader politici facessero quello che dicono i leader religiosi.

Quindi, poche ore dopo, ecco l’attacco di Donald Trump a Giorgia Meloni. Era solo questione di tempo. Anche in questo caso, lo smarcamento del governo Meloni da Trump inizia almeno all’indomani della sconfitta referendaria. Prima i silenzi, poi la risposta negativa al “test” su Hormuz, la richiesta di dare una mano per la riapertura dello Stretto (nel nostro stesso interesse), fino al caso Sigonella. Non è la nostra guerra, la Nato non c’entra, etc…

Sembra quasi che la rottura sia stata a lungo preparata, cercata e, infine, trovata. E il Corriere della Sera – lo stesso giornale su cui era stata fatta uscire la notizia del diniego all’uso della base di Sigonella – aveva già provato a “provocare” una reazione del presidente americano.

Il motivo dell’attacco

Innanzitutto, una premessa: comprendiamo che può essere più comodo metterla così, ma l’attacco di Trump alla Meloni, la delusione e l’accusa di mancanza di coraggio, non è per la sua difesa del Papa, è per il mancato aiuto con l’Iran. In tutta la telefonata con il Corriere, nonostante sollecitato dalla giornalista, Trump non entra nemmeno in argomento, non gli interessa. La sua irritazione riguarda esclusivamente il mancato aiuto dell’Italia con l’Iran. E ricordiamo: non si è mai trattato di andare a bombardare, ma di un paio di dragamine e dell’uso delle basi.

Ancor prima di ricevere la prima domanda, è il presidente a farla alla giornalista: agli italiani “piace il fatto che la vostra presidente non ci stia dando alcun aiuto per ottenere il petrolio? Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo”.

E ancora: “Dice semplicemente che l’Italia non vuole essere coinvolta. Anche se l’Italia ottiene il suo petrolio da là, anche se l’America è molto importante per l’Italia. Non pensa che l’Italia dovrebbe essere coinvolta. Pensa che l’America dovrebbe fare il lavoro per lei”.

La giornalista allora prova a fargli commentare la dichiarazione in cui Meloni ha definito “inaccettabili” le sue parole sul Papa, ma lui niente, ritorna sull’Iran: “È lei che è inaccettabile, perché non le importa se l’Iran ha una arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità”.

Altra domanda: perché non vi parlate da molto tempo? Di nuovo: “perché non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci dell’arma nucleare. È molto diversa da quello che pensavo. Non è più la stessa persona, e l’Italia non sarà lo stesso Paese, l’immigrazione sta uccidendo l’Italia e tutta l’Europa”.

E da qui Trump torna a ripetere che l’Europa sta “distruggendo se stessa dall’interno”, con le sue politiche energetiche e migratorie. “Pagano i più alti costi del mondo per l’energia e non sono nemmeno pronti a battersi per lo Stretto di Hormuz da dove la ricevono. Dipendono da Trump perché lo tenga aperto”. Ha chiesto agli italiani e agli europei l’uso di dragamine? Qualsiasi cosa sarebbe andata bene: “Ho chiesto di inviare tutto quello che vogliono, ma non vogliono perché la Nato è una tigre di carta”.

Trump “radioattivo”?

In queste settimane abbiamo assistito ad un caso da manuale di “Inception”, dal famoso film di Christopher Nolan. Media e commentariato di sinistra – con un notevole contributo di “strateghi” del centrodestra e ministri troppo ansiosi di guadagnarsi la stima degli avversari – sono riusciti a far credere all’addormentata Giorgia Meloni di aver perso il referendum (sulla giustizia!) per la sua vicinanza a Trump e Netanyahu. Da qui la decisione di distanziarsi.

Non una decisione di principio, basata su convinzioni ideali, ma di convenienza, di cinico calcolo elettorale tutto da dimostrare: il costo politico interno di essere alleata di Trump e di Israele era aumentato.

A questo punto, se le cose stanno come pensano a Palazzo Chigi e nella maggioranza, l’attacco del presidente Usa è persino un regalo, un assist. Possiamo immaginare il sollievo della premier e dei suoi. Problema risolto, elettori che ritornano a frotte e vele spiegate verso la rielezione. O forse no? Sospettiamo che sia più complicato di così, ma ci torneremo più avanti.

“Se Giorgia Meloni si libera davvero dell’ombra di Trump (e Netanyahu) può rivincere le elezioni politiche”, commenta su X Monica Guerzoni (Corriere), non proprio una simpatizzante.

Ed ecco arrivare la solidarietà di Elly Schlein e Paolo Gentiloni. Toni da “unità nazionale” contro Trump. Chissà chi ne trarrà vantaggio… Come ha lucidamente osservato @nonexpedit su X:

La sinistra ti critica per tutto e il contrario di tutto. È una macchina spietata e implacabile. Perciò quando la sinistra ti fa i complimenti è perché sa di aver vinto.

La tesi, che la sinistra e il suo circuito mediatico hanno spinto in modo ossessivo in questi mesi, e il centrodestra ha interiorizzato, è che Trump sia “radioattivo”. La sua vicinanza fa perdere le elezioni. Eppure, fin qui i consensi del centrodestra non ne avevano risentito, stando ai sondaggi sia precedenti che successivi al referendum e alla guerra in Iran. Sembra la tipica narrazione mainstream che ripetuta all’infinito diventa un dogma indiscutibile – e che al centrodestra offriva una comoda spiegazione per elaborare il lutto della sconfitta referendaria.

Probabilmente le prossime settimane renderanno chiaro anche quanto fossero premature le sentenze di disfatta Usa in Iran e infondate le critiche sulla mancanza di una adeguata pianificazione.

Un problema di narrazione

Non c’è dubbio che la maggioranza degli italiani e degli europei, e anche molti elettori di centrodestra, abbiano un’opinione negativa di Trump e Israele, ma che ciò si traduca in una sconfitta elettorale è tutto da dimostrare. Test come il referendum sulla giustizia o la sconfitta di Orbàn dopo 16 anni di governo presentano troppe variabili interne per poter giungere ad una conclusione inequivocabile.

Ma se l’opinione su Trump e Israele è così negativa, è anche perché – come avvertiamo da tempi non sospetti su Atlantico Quotidiano e a Red Pill – in questi anni il centrodestra ha lasciato campo libero alla narrazione anti-trumpiana e pro-pal, straripante sui media mainstream, senza contrapporre una narrazione alternativa, una propria cornice interpretativa degli eventi internazionali, permettendo così alle accuse della sinistra, basate come sappiamo su autentiche bufale, sia sul conflitto mediorientale che sulla politica trumpiana, di dilagare nell’opinione pubblica.

È mancata la volontà, o la capacità, o entrambe, ed è mancato il coraggio, di spiegare quanto le politiche trumpiane di difesa anche culturale del mondo occidentale e l’approccio, certo ruvido, del presidente Usa fossero funzionali ai cambiamenti in Europa auspicati dal centrodestra e dai suoi elettori. Immigrazione ed energia, per citare i due capitoli più importanti.

Più debole in Europa…

Il punto ora non è che gli elettori puniranno Meloni per aver rotto con Trump. Ovviamente non si tratta di questo. Il problema è che ascoltando le sirene della sinistra e certi “strateghi” di centrodestra, Giorgia Meloni è riuscita sconfessare tre anni e mezzo di politica estera su cui aveva investito il suo capitale politico e per la quale era stata apprezzata e riconosciuta a livello internazionale come leader influente.

La premier crede di aver rafforzato la sua posizione, ma è improbabile che funzioni nel medio-lungo termine. Primo, perché la sua forza era proprio quella di distinguersi in Europa per le sue politiche e per il suo rapporto con Donald Trump, mentre ora rischia di diventare come qualsiasi altro leader Ue. Tutti i suoi avversari in Europa la aspettano al varco, mentre ha perso la sponda di due leader di destra che, piaccia o meno, stanno ridefinendo gli equilibri di potere globali a vantaggio dell’Occidente.

Quando il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, osserva che “ora Meloni si salva se diventa pienamente europeista”, rivela cosa la aspetta. Persa la sponda Usa, non resta che affidarsi a Bruxelles. In bocca al lupo…

… e in Italia

Ma Meloni e il centrodestra si accorgeranno presto che aver dato prova di “non essere succubi di Trump” non basterà nemmeno a garantire loro un sollievo politico interno, perché non c’è nulla che possano fare per scrollarsi di dosso l’accusa di essere “servi” degli Usa e di Israele, essendo essa strumentale tanto quanto l’accusa di “fascismo”.

Una cosa è certa, gli avversari non saranno clementi: con derisione e biasimo, non le perdoneranno questi tre anni e mezzo, non le permetteranno di far dimenticare agli elettori la sua amicizia con Trump (e Netanyahu).

Ci sono dei momenti che definiscono la statura di un leader politico. La presidenza Trump, e in particolare la guerra al regime iraniano, potevano rappresentare uno di quei momenti per Giorgia Meloni, ma nonostante si fosse ben posizionata, al dunque non ha saputo coglierli, preferendo manovre di piccolo cabotaggio interno.

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