
Quando si tratta di trovare una soluzione a lungo termine, coloro che si occupano del conflitto israelo-palestinese si dividono principalmente in due scuole di pensiero: la prima, prevalente nel dibattito pubblico mainstream, propone la divisione del territorio in due Stati per due popoli; l’altra, predominante negli ambienti della sinistra radicale, prevede la creazione di un unico Stato “binazionale” per ebrei e arabi.
Luoghi comuni
In entrambi i casi, una certa vulgata vuole far credere che Israele non abbia fatto altro che espandere il proprio territorio ai danni della popolazione araba, cancellando la possibilità di creare uno Stato palestinese. Ed effettivamente, l’allargamento degli insediamenti israeliani in Cisgiordania non ha aiutato a contrastare questa narrazione.
Quello che viene spesso dimenticato, è che prima del 1948 non era mai esistito uno Stato palestinese. Dal 1516 al 1917, tutto il territorio che oggi comprende Israele, Gaza e la Cisgiordania faceva parte della provincia siriana dell’Impero Ottomano. Lo stesso termine “Palestina”, coniato dai romani nel 135 d.C., non è mai stato utilizzato ufficialmente sotto la dominazione ottomana, ed è tornato in auge solo con l’istituzione del Mandato Britannico dopo la fine della Prima Guerra Mondiale.
Nel 1947, quando l’Assemblea Generale dell’Onu propose la suddivisione del territorio in uno Stato ebraico e uno Stato arabo, gli ebrei accettarono, mentre gli arabi rifiutarono. Una volta ottenuta l’indipendenza nel 1948, Israele venne subito attaccato da cinque Paesi arabi (Egitto, Siria, Libano, Giordania e Iraq), e si espanse territorialmente dopo aver vinto una guerra che non aveva iniziato.
Anche per quanto riguarda i territori occupati, spesso si dimentica che dal 1948 al 1967 la Cisgiordania era occupata dalla Giordania, mentre Gaza era occupata dall’Egitto. L’occupazione israeliana di questi territori è iniziata solo nel 1967, dopo aver vinto la Guerra dei Sei Giorni contro Egitto, Siria e Giordania.
Ritiro da Gaza
A dispetto della narrazione secondo la quale Israele si sia solo espanso, nel corso dei decenni lo Stato ebraico ha ceduto alcuni territori per ottenere la pace: ad esempio, dopo la Guerra dei Sei Giorni ha occupato anche la Penisola del Sinai, che però ha restituito all’Egitto in cambio degli accordi di pace, siglati a Camp David nel 1978.
La Striscia di Gaza, invece, non è più occupata dal 2005, quando l’allora premier israeliano Ariel Sharon decise di ritirarsi e di evacuare le migliaia di israeliani che ci vivevano. Persino un alto esponente di Hamas, Mahmoud al-Zahar, nel 2012 ha smentito la tesi secondo cui Gaza sia occupata da Israele: “La resistenza popolare è inappropriata per la Striscia di Gaza”, ha detto. “Contro chi dovremmo marciare? Una tale resistenza avrebbe senso se Gaza fosse occupata”.
Se oggi molti israeliani non vogliono ritirarsi dalla Cisgiordania, non è solo per gli insediamenti: porre fine all’occupazione adesso vorrebbe dire rischiare che anche lì, come nella Striscia di Gaza, un giorno Hamas vinca le elezioni, prendendo il controllo di un territorio ancora più vasto. A quel punto, i loro missili sarebbero in grado di raggiungere ogni singolo centro abitato sul territorio israeliano, comprese Gerusalemme e Tel Aviv.
I rifiuti di Arafat
A dispetto della tesi secondo cui Israele non vuole la pace con i palestinesi, i fatti raccontano un’altra storia: oltre alla partizione del 1947, i palestinesi fecero marcia indietro sulla possibilità di avere un loro Stato anche nel 2000, quando l’allora leader di Fatah Yasser Arafat respinse la proposta di pace del presidente americano Bill Clinton e del premier israeliano Ehud Barak.
Anche in precedenza, Arafat diede prova di essere un interlocutore inaffidabile: il 13 settembre 1993, mentre firmava a Washington l’Accordo di Oslo I, fece mandare in onda su un canale televisivo giordano un suo discorso registrato, in cui spiegava che l’accordo era solo una fase del piano a stadi dell’OLP del 1974, che prevedeva di riconquistare tutto il territorio:
Non dimenticate che il Consiglio nazionale palestinese ha approvato la risoluzione nel 1974. […] Questo è il momento del ritorno, il momento in cui alziamo la nostra bandiera sul primo pezzo di terra palestinese liberata. […] Questa è una fase importante, critica e fondamentale. Lunga vita alla Palestina, libera e araba!
Il 10 maggio 1994, al Cairo, Arafat firmò con Israele l’accordo Gaza-Gerico, che trasferiva il controllo di Gaza e Gerico all’OLP. Sei giorni dopo, in un discorso tenuto in una moschea di Johannesburg, spiegò: “Considero questo accordo niente più che quello firmato tra il nostro profeta Mohammed e la tribù dei Quraysh”. L’accordo in questione venne firmato da Maometto nel 628 d.C., in un momento in cui questi era militarmente debole ma, dopo essere diventato forte, sterminò i membri della tribù nemica dei Quraysh.
I fatti finora citati spiegano perché è difficile mettere in atto la soluzione dei due Stati. Anche quando la classe dirigente palestinese è sembrata disposta a scendere a compromessi, questi erano solo una soluzione temporanea in vista del raggiungimento del loro vero obiettivo: prendersi tutto il territorio e cancellare Israele dalle mappe.
L’unica condizione che potrebbe indurre Israele ad accettare un futuro Stato palestinese, è che questo venga totalmente demilitarizzato, come è successo al Giappone dopo la Seconda Guerra Mondiale.
L’illusione dello Stato binazionale
Se la soluzione a due Stati al momento risulta poco praticabile, l’alternativa dello Stato unico sarebbe persino peggiore. Innanzitutto, questo comporterebbe l’affermazione del diritto al ritorno per tutti i palestinesi della diaspora ai quali l’UNRWA ha permesso per decenni di trasmettersi lo status di rifugiato, portando il nuovo Stato ad avere inevitabilmente una maggioranza araba.
In secondo luogo, per affermare il diritto all’autodeterminazione nazionale degli arabi palestinesi, verrebbe tolto lo stesso diritto agli ebrei israeliani. Ma in più, questi ultimi si ritroverebbero ad affrontare una minaccia esistenziale: il 7 ottobre ha dimostrato chiaramente che molti palestinesi non hanno alcuna intenzione di instaurare una convivenza pacifica con gli israeliani.
I fautori di questa opzione credono di poter creare uno Stato multietnico simile al Sudafrica post-apartheid, dimenticando che tra i due contesti ci sono delle differenze abissali: mentre la Carta della Libertà dei movimenti contro l’apartheid diceva che “il Sudafrica appartiene a tutti coloro che ci vivono, bianchi e neri”, nello Statuto di Hamas del 1988 c’era scritto: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani non li uccideranno”. E anche se lo Statuto è stato rivisto nel 2017, non ci sono state vere aperture nei confronti d’Israele.
L’idea dello Stato binazionale non è nuova, ma esiste da prima ancora della nascita d’Israele: nel 1925, nella Palestina del Mandato Britannico nacque un movimento di intellettuali ebrei noto come Brit Shalom, che proponeva uno Stato unico per ebrei e arabi. Tuttavia, il movimento perse vigore sia perché non trovava interlocutori affidabili dall’altra parte, sia perché già allora gli ebrei furono vittime di stragi: il 23 agosto 1929, in particolare, viene ricordato per il Massacro di Hebron, quando una folla araba uccise 67 ebrei.
Terza via
A questo punto, vale la pena di chiedersi se esista una terza opzione oltre ai due Stati o allo Stato unico. Tra coloro che hanno provato ad elaborare delle alternative vi è l’arabista israeliano Mordechai Kedar, il quale ha teorizzato una “Soluzione a otto Stati”: suddividere i territori palestinesi in otto emirati, ognuno indipendente dagli altri. Questi ricalcherebbero forme di governo più in linea con la tradizionale suddivisione in clan e tribù, dopo il fallimento degli Stati arabi post-coloniali.
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