Rispetto ai deliri Macron-Starmer, sempre meglio il cazzeggio Merz-Meloni

Analisi delle due dichiarazioni congiunte che lungi dal rappresentare la conversione del governo Meloni al macronismo, somigliano, piuttosto, a due piccoli successi di un'Italia piuttosto trumpiana

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Il ministro Antonio Tajani ha sottoscritto due dichiarazioni congiunte, coi propri omologhi europei: una sull’Ucraina, l’altra su Gaza (quest’ultima, pure con Australia e Nuova Zelanda).

Ciò è parso, agli osservatori del partito francese, talmente importante da dedicargli un intero editoriale del Corriere della Sera, a celebrare la conversione del governo Meloni al destino geopolitico ineluttabile [sic] del nostro Paese verso un nuovo europeismo italiano [sic]. Previsione talmente malaugurata, da costringerci ad approfondita verifica.

La prima dichiarazione congiunta

Della dichiarazione congiunta sull’Ucraina abbiamo scritto, come di un documento in gran parte velleitario. A parte un unico passaggio di qualche importanza: aperturista, rispetto ai progetti trumpiani.

Lo stesso Tajani accompagnava la firma con dichiarazioni che andavano in tal senso. Perciò, tanto la dichiarazione quanto la firma italiana possono essere serenamente considerate un primo piccolo successo diplomatico di un’Italia piuttosto trumpiana, a spese dei deliri dell’orrido Macrone.

La seconda dichiarazione congiunta

Apparentemente diversa la seconda dichiarazione congiunta, su Gaza. La quale pretende due cose, da Israele:

  • che impedisca “un esodo di massa dei civili” : evidentemente, acciocché questi ultimi restino dentro la città assediata, nel corso dei combattimenti, anziché trovare rifugio nel campo dell’assediante;
  • che consenta “la fornitura di un’assistenza umanitaria massiccia, immediata e senza ostacoli”: evidentemente, al fine di garantire ad Hamas le risorse per trattenere la popolazione civile dentro la città assediata e quanto più a lungo possibile.

Sono termini che assegnerebbero ad Hamas una vittoria strategica schiacciante (per i motivi che abbiamo già abbondantemente descritto). La dichiarazione, in breve, chiede che Hamas resti a Gaza.

Il ribrezzo, che istintivamente ne ricaviamo, deve essere filtrato alla luce delle reazioni israeliane ed americane: inesistenti. Perché? Perché tale seconda dichiarazione, al pari della prima, contiene un passaggio aperturista, rispetto ai progetti israeliani e trumpiani:

  • nessun riconoscimento dello Stato di Palestina, se non “negoziato”, ossia accettato pure da Trump ed Israele. Il che è improbabile, se Hamas non si arrende.
  • nessun riconoscimento dello Stato di Palestina, se non preceduto dalla “totale smilitarizzazione di Hamas e la sua completa esclusione da qualsiasi forma di governo nella Striscia di Gaza”. Il che è impossibile, se Hamas non si arrende nelle mani degli israeliani.

Lo stesso Tajani accompagnava la firma con dichiarazioni che andavano in tal senso: il riconoscimento oggi sarebbe “un gesto simbolico, noi parliamo con i fatti. Oggi non esiste ancora lo Stato palestinese, va costruito. Di certo non lo vuole Hamas che non abbandona le armi né libera gli ostaggi”. Eppoi ancora: “non possiamo riconoscere uno Stato che non c’è. Prima bisogna crearlo, perché oggi la Palestina non esiste e non può essere Hamas ad avere un ruolo di guida”.

Risolvere la contraddizione

Insomma, siamo in presenza di due richieste fra loro contraddittorie: che Hamas resti a Gaza, ma pure che si arrenda. Come spiegare tale contraddizione? Tre modi possibili:

  • il primo è il più istintivo, rilevare la comicità farsesca dei firmatari i quali letteralmente scrivono di volere che Hamas vinca la battaglia di Gaza … per poi arrendersi e farsi espellere. Puro avanspettacolo, altrimenti buona causa di interdizione legale;
  • il secondo è il più costruttivo, ipotizzare che i firmatari affermano solo a beneficio di telecamera di volere che Hamas vinca la battaglia di Gaza … mentre invero, nel buio delle segrete stanze, desiderano che la perda;
  • il terzo è il più cinico, ipotizzare che i firmatari non vogliano veramente che Hamas perda e smobilizzi, bensì solo formalmente, a beneficio di telecamera … mentre invero essa si riorganizza e, a breve, ricomincia coi suoi missili ed i suoi pogrom.

Siccome siamo restii a considerare i grandi attori degli interdetti (salvo casi eclatanti, come quello della Kallas), restiamo momentaneamente incerti fra il secondo ed il terzo modo di risolvere la contraddizione. Ma c’è una via per sciogliere pure tale dubbio.

Spiegare la reticenza

Tale via è notare il differente obiettivo che le varie parti assegnano alla sconfitta di Hamas:

  • per la dichiarazione congiunta, sono i soliti due-Stati (Anp-Israele); mentre
  • per Israele sono i tre-Stati (Gaza-Anp-Israele), con Gaza Stato arabo disarmato e sotto protettorato arabo-amico. Soluzione, quest’ultima, per la quale noi militiamo sin dall’ottobre 2023 (e certamente milita pure Donald Trump).

Ma, siccome i due-Stati significano solo che Hamas avrà pieno comodo di riorganizzarsi, cacciare nuovamente il fantasma dell’Anp (vedasi l’ultima e provocatoria proposta egiziana) e riprendere lancio di missili e pogrom, è obbligatorio concludere per il terzo modo di sciogliere la contraddizione: la dichiarazione congiunta non chiede che Hamas perda e smobilizzi veramente, bensì solo formalmente, a beneficio di telecamera. Ed ecco perché essa si oppone all’iniziativa israeliana.

Un documento di compromesso

Prima di concludere che tale sia l’intendimento di tutti i suoi firmatari, conviene ricordare che si tratta di un documento di compromesso: un punto di incontro temporaneo e non vincolante, fra firmatari che, da sé, possono pensarla in modo anche affatto diverso.

Certamente, essa rappresenta una concessione, da parte di quegli Stati firmatari che non vogliono il disarmo di Hamas. Così, il ministro francese Barrot pareva inizialmente non disposto a firmare, in quanto “deciso ad utilizzare toni ancora più duri contro Israele”. Tradotto, in quanto deciso a non chiedere il disarmo di Hamas … quest’è.

Lo stesso Barrot, per il quale la liberazione di Gaza non consentirebbe il disarmo e la resa di Hamas … roba che manco al circo. Così Starmer in persona, autore di un appello al cessate-il-fuoco, che nemmeno menziona il disarmo di Hamas. Meritandosi la seguente risposta, da parte dell’ambasciatore americano a Gerusalemme (ovest), Mike Huckabee: “perciò, ci si aspetta che Israele si arrenda ad Hamas e la sfami, anche se gli ostaggi israeliani stanno morendo di fame? … Hai mai sentito parlare di Dresda, Primo Ministro Starmer? Non era cibo ciò che voi Inglesi avete lanciato …”

Parimenti, essa rappresenta una concessione, da parte di quegli stessi Stati firmatari che premierebbero Hamas attraverso il riconoscimento dello Stato di Palestina. In particolare, la Francia di quel Macrone che ha promesso per primo, nonché la Gran Bretagna di quello Starmer che ha seguito Macrone nella promessa. Entrambe con il bell’effetto di ringalluzzire a tal punto Hamas da farle riprendere il combattimento. Ciò che osserva, con sconforto, il buon segretario di Stato Marco Rubio.

Due concessioni temporanee, sia ben chiaro: come dimostra il successivo annuncio di un terzo Stato firmatario, l’Australia, di voler comunque procedere, il mese di settembre che viene.

Perché Francia e UK stanno con Hamas

Due parole sul perché Francia e UK non vogliano disarmare Hamas e, anzi, vogliano premiarla. In modo che ricominci presto con missili e pogrom.

Certamente, tale volontà franco-britannica è legata ad una montante islamizzazione delle loro società. Per l’orrido Macrone, si aggiunge il capriccio di opporsi sistematicamente (ancorché velleitariamente), alla amministrazione Trump. Nonché, la necessità di dar prova della propria esistenza in vita: al termine di due presidenze fallimentari, tanto in politica estera, che economica.

Ma vi è pure la attitudine di due ex-potenze coloniali (molto decadute, ma stranamente non nell’orgoglio) ad ostacolare la stabilizzazione altrui: dal punto di vista francese e britannico, meglio Israele resti costantemente a rischio di essere aggredito. E che Francia e UK siano sempre molto ben disposte a destabilizzare il quadrante Mediterraneo, lo abbiamo visto in Libia, nel 2011.

Nella certezza che un governo italiano a guida Pd, oggi, non avrebbe esitazione alcuna ad accodarsi ai propri padroni francesi: al costo di compromettere gravemente i nostri rapporti con Israele e gli Usa.

Contro-concessioni

Francia e UK (e Australia) non avrebbero fornito tali temporanee concessioni, se non in cambio di altre concessioni, necessariamente temporanee, da parte di altri firmatari che la pensano diversamente da loro.

Cioè da chi, se non Germania e Italia? Le quali, nel buio delle segrete stanze, desiderano che Hamas perda la guerra. O, perlomeno, non credono che Hamas sia abbastanza intelligente da far finta di arrendersi e consegnare Gaza al fantasma della Anp, prima dell’inizio dell’ultima battaglia d’assedio israeliana.

Cominciamo da Merz, sempre debolissimo e sempre sotto ricatto delle sinistre. Al punto di aver dovuto concedere loro la sospensione parziale di forniture belliche ad Israele; con pochi effetti pratici, ma non trascurabili ricadute interne ed esterne.

Un piccolo cabotaggio che gli ha guadagnato la ruvida carezza di Netanyahu: Merz è “un amico che si è piegato alla pressione di falsi reportage televisivi e vari gruppi interni”, iscritto d’ufficio al ruolo dei “molti leader, specialmente europei”, i quali andrebbero dicendogli: “sappiamo che hai ragione, ma non possiamo tener testa alla nostra opinione pubblica interna”.

A tale ruolo Netanyahu, in cuor suo, iscrive senz’altro pure la nostra Giorgia Meloni. La quale continua serenamente a chiedere la cessazione delle ostilità e la resa di Hamas: come se le due affermazioni, nella stessa frase, potessero avere un senso compiuto.

Tradotto, Merz e Meloni cazzeggiano, in attesa che gli attori sul terreno risolvano la questione. Nel frattempo, badando bene a non superare due linee rosse: la prima, promettere il riconoscimento dello Stato di Palestina prima che Hamas abbia sloggiato; la seconda, dimenticare anche una sola volta di chiedere la resa quantomeno, di Hamas. Sicché, i due sono stati più che disposti a far temporaneamente finta di credere che Hamas sia disposta a far finta di disarmare, in cambio della temporanea concessione franco-britannica.

Un secondo piccolo successo diplomatico che costa poco perché vale poco: vale il tempo che Francia e UK (e Australia) riconoscano comunque lo Stato di Palestina. A quel punto, Germania e Italia potranno negarsi, invocando proprio questa dichiarazione congiunta e dicendola tradita dagli altri ma non da noi.

Per poi continuare a cazzeggiare. Che non è un granché, ma è sempre meglio di fare come Macron e Starmer, sia ben chiaro.

Scudisciate e ruvide carezze

Prova ne sia che la vista reazione israeliano-americana ai due gruppi di firmatari della stessa dichiarazione è stata, sin qui, molto diversa: a Macrone e Starmer le scudisciate di Rubio e Huckabee; a Merz (e Meloni) le ruvide carezze di Netanyahu. Perché? Eh beh perché i primi non intendono disarmare Hamas bensì premiarla. I secondi no (almeno, non veramente e nonostante taluno sia curiosamente convinto del contrario).

Conclusione confermata dalla muta reazione alle dichiarazioni in libertà del ministro Guido Crosetto, il quale non vuole liberare Gaza da Hamas (per lui, sarebbe “la conquista di un territorio straniero”), bensì liberare Israele dal governo Netanyahu (“salvare quel popolo da un governo che ha perso ragione e umanità”, “fondamentalista e integralista”). Per giunta, ventilando sanzioni (“oltre alla condanna bisogna ora trovare il modo per obbligare”). Oltretutto, usando una formula assai ambigua in merito al disarmo di Hamas (“va, al contempo, estirpato il terrorismo di Hamas”).

A salvare la situazione è stata l’unica parte non scomposta delle dichiarazioni di Crosetto: lì dove egli continua a dirsi contrario a premiare Hamas con il riconoscimento dello Stato di Palestina. Unita alla poderosa messa sotto controllo, da parte di Palazzo Chigi: “la linea è decisa da Giorgia Meloni e Antonio Tajani e non intendono modificarla”.

Conclusioni

La adesione italiana alle due dichiarazioni congiunte, lungi dal rappresentare la conversione del governo Meloni al piede del sempre orrido Macrone, somigliano, piuttosto, a due piccoli successi diplomatici di un’Italia piuttosto trumpiana, a spese di quello: costretto a temporanee aperture e concessioni in direzione contraria ai propri deliri.

Nell’attesa che l’intera questione venga, infine, regolata dagli attori sul terreno. Con buona pace di qualunque capriccio diplomatico francese e cazzeggio nostrano.

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